Il mistero della pietra magica

Può una pietra misteriosa che esaudisce ogni desiderio regalare la felicità? No, e a dirlo sono un gruppo di scatenati bambini che abitano la città immaginaria Black Falls e che sembrano avere molto più sale in zucca dell’irresponsabile nucleo di adulti che li gestisce. E’ tutto capovolto in questa parabola fiabesca alla Tim Burton diretta dallo scanzonato Robert Rodriguez, regista che si era già cimentato con il mondo infante nella trilogia di Spy Kids ma che in fondo era rimasto alla memoria per quel idillio che dura da anni col celebre amico Quentin Tarantino.
Dal suo collega il buon Rodriguez sembra aver imparato quella che è la moda del nuovo cinema hollywoodiano e cioè uno sfasamento di montaggio qui addirittura dissimulato e organizzato da un racconto fuori quadro del protagonista, un bambino, che gestisce il tutto come se si trovasse di fronte a un videoregistratore dei pensieri. Il narratore è infatti un po’ sbadato nel quanto ci dice di non ricordare precisamente come susseguano i fatti ma è anche autorizzato a giocare con il pubblico disseminandoci qui e la nella storia. Questo continuo intrecciarsi, come solito accadere nei film di Tarantino, rende tutto più intricato e aiuta i nostri cervelli, spero pensanti, senza fatica a immedesimarsi in quello che è più che una storia un immenso scherzo come dirà il cattivone di turno: “vorrei che fosse tutto uno scherzo”.
Il resto sono mostri che si alimentano dalla fantasia dei bambini, coccodrilli che emergono da misteriose fosse intorno a fortezze altrettanto inquietanti e bambini scatenati nell’acchiappare quella pietra colorata che assolve ogni loro capriccio ma che sembrano più pronti degli adulti a capire che tutti questi desideri esauriti sono più un’arma a doppio taglio che un coltello dalla parte del manico. Morale quindi più che ovvia portata a termine da una bambina relegata alla carrozzina per la giovane età ma resa dalla pietra non a caso un’entità superiore. Scontato l’happy end che rende anche più facile la visiona a un pubblico meno consapevole della grandezza appunto morale che di solito accompagna questi film.
Da non tralasciare poi le varie righe tra cui leggere e i vari piani in cui la pellicola possa essere interpretata, tanto per dire che anche i più adulti avranno da che discutere e potranno accompagnare i loro bambini a vedere un qualcosa che possa interessare anche a loro. La Black Blocks è un modernizzato I-Phone, critica dissimulata di un mondo che ha lasciato troppo spazio alla tecnologia e poco agli affetti e ai sentimenti, tutti rapiti da un oggetto che fa tutto quello che si potrebbe fare anche da soli. Tutti rapiti da un qualcosa che avrebbero già potuto avere e senza troppi sforzi. Tutti rapiti dalla voglia di volare quando in fondo si sta bene anche con i piedi ancorati per terra.

Matteo Fantozzi