Martyrs

Martyrs vede la luce per la prima volta al 61° Festival di Cannes per essere poco dopo riproposto in anteprima da noi al Festival di Roma. Purtroppo arriverà nelle sale molto dopo, circa a fine Giugno 2009, per restarci poco più di una settimana.
Il motivo di questa scelta choc della censura italiana e soprattutto del trattamento riservato al film a Roma, non a caso sede del Vaticano, già ci anticipa quali e quanto forti siano le tematiche che affronta alla sua seconda opera il regista francese Pascal Laugier.
L’opera prima, Saint Ange, non aveva stupefatto ma neanche lasciato indifferenti i vari volti noti della critica ma Martyrs segna la riaffermazione e la definitiva consacrazione del genere Torture Porn lanciato nel 2005 da Alta Tensione di Alexandre Aja.
Il cinema francese prende lustro di una rinascita nuova del genere horrorifico e stavolta si confronta come non mai con un tema alquanto delicato come quello dei martiri. Lasciati sulla terra come figli della sofferenza in questa pellicola vengono trasformati in adepti dell’aldilà pronti a superare il dolore fisico per trascenderlo e accedere al mistico aldilà. Protagonista della prima parte del film è Lucie, una ragazza di origini orientali che riesce a scappare da questo fantomatico luogo delle torture. Al suo arrivo, malconcia, all’ospedale sarà affidata a un’altra bimba, Anna, dalla quale diventerà inseparabile. I fatti scivoleranno poi a quindici anni dopo quando Lucie sterminerà la famiglia a cui imputa il fatto di averle rovinato la vita. In quel momento però, con il suo suicidio tramite una scena che impersona alla perfezione il suo doppio malefico, capiremo che Anna sarà la vera protagonista del film. Non rovineremmo niente a chi non ha visto ancora quest’opera dicendo che lei sarà il tanto aspirato martire anche perché, proprio per intenzione del regista, sarebbe quasi impossibile spiegare con carta e penna quello che il regista a voluto raccontarci con precisione ma a volte dando qualcosa per scontato. Questo suo qualunquismo, come l’ha definito qualcuno, invece risulta un determinante fatto di tensione creata, la pellicola non ha mai un attimo di pausa e in ogni suo spazio ha ancora qualcosa da svelarci, qualcosa da farci vedere. Il sistema di confondere volutamente le idee dello spettatore ha l’effetto di amplificare la paura invece che di disturbare i nostri sensi.
Ma entrando nello specifico possiamo dire con certezza che le intenzioni sono anche quelle di sconfessare alcune visioni prettamente cattoliche per dare un taglio di denuncia e protesta che ci porta dritti dritti a una vera estetica del dolore. Perché al di là dei vari horror che in questo decennio abbiamo visto in sequenza, da Hostel ai remake, da Saw ai vari straccia budella, qui ci troviamo di fronte a un discorso veramente che ha nella concezione dell’estetica filosofica Kantiana qualcosa di radicato. La violenza, ripetendo e rimarcando la parola, non è un caso ma un dono, la violenza è l’espressione di una superiorità che ci porta al di là dell’ostacolo, al di fuori della matericità, verso la pura concezione astratta dell’altrove. La violenza è quello che tanti anni fa predicava Clive Barker con il suo Hellraiser, famosissima e scontata la citazione in riferimento a Pinhead “Non piangere ragazza, non si spreca così la sofferenza”.
Lo studio di questi parametri non ci porta mai nel puro o nel banale e mai si scende in una visione di violenza gratuita. Tutto è studiato nei minimi particolari fino all’impatto atroce dello scuoiamento. A livello visivo non si scende mai nei dettagli, e l’occhio dello spettatore rimane per così dire “vergine”. Ma è tramite la psicologia che si scende in una trappola di sofferenza e atrocità. Alla fine la cosa che ci spaventerà più di tutte è che gente come quelle che hanno organizzato questi atti di tortura programmata potrebbero anche esistere.

Matteo Fantozzi