Un Borghese Piccolo Piccolo

Gli anni ’70, con questo ennesimo capolavoro di Mario Monicelli, dopo l’esplosione del decennio precedente si confermano gli anni della malinconia. L’uomo ha superato il boom e adesso è un modesto impiegato, rifiutato da tutti e sottomesso a tutti. Giovanni Vivaldi, Alberto Sordi, lo è altrettanto ma per suo figlio vuole una vita diversa. I sacrifici di una vita gli hanno portato un diploma in ragioneria e la voglia di sistemargli la vita per un futuro limpido e non incerto come il suo. Dopo aver fatto di tutto perché questo avvenga, coinvolgendosi addirittura nell’allora in voga Massoneria, il giorno della prova scritta degli esami di stato il figlio viene ucciso durante una sparatoria alle porte di una nota banca dell’eur.
La moglie di Giovanni viene colta da un ictus e lui è costretto a vivere una vita che non ha più il sapore per essere chiamata tale. La vita del precario, di chi già aveva poco e se l’era sudato con il sangue e che gliel’hanno portato via in un momento e per un motivo stupido. Dietro di questo le sfaccettature di un paese ormai in declino e contorniato da fenomeni che stupiscono alquanto anche oggi a quasi trent’anni di distanza. La sequenza del cimitero è più che significante, quando Sordi dice “Ho fatto meno fatica a sistemarlo al ministero che qui al campo santo”. La realtà è quella di gente che aspetta anni per la sistemazione del caro defunto ed è costretta a pregare in uno scantinato pieno di bare messe una sull’altra, la tristezza che da questo tratto e soprattutto associata alla morte di un figlio permeano tutto il film. Come permea tutto un senso di morte che aleggia fin dalla prima inquadratura e che porterà via prima il figlio, poi l’assassino e infine la moglie al povero Giovanni a cui rimarrà solo una vicina sempre rappresentata ma mai effettivamente vista o sentita che forse rimarrà nella nostra testa come una mera immagine astratta. Si rivolgerà a lei con parole che sanno d’amaro nel finale appellandosi dalle mura della casa “Eh no! Signora Rita è morta mia moglie, e mo che faccio”.
Senza  voler eccedere in assurde constatazioni la prova di Alberto Sordi è la più carica di sentimento e forse la migliore del medesimo. Una carica umana descritta negli occhi di un uomo che sente davvero di perdere un figlio anche se nella vita reale non ne ha mai avuto uno e l’immedesimazione quindi raddoppia di difficoltà. Un uomo che rappresenta in primis la romanità più accesa e non fa niente per negarlo in questo contesto, in una Roma grigia che sembra un po’ Milano coperta sempre dalla nubi e da quella pioggerellina che diventa temporale durante la sequenza del rapimento del mascalzone. Una Roma atipica ma che sembra rispecchiare un senso forte di nostalgia e di dolore che poi è il tema pregnante della pellicola.
Grande elogio anche alla regia che nel suo stile come al solito secco ed essenziale ci delizia anche di qualche carrellata emotiva che sicuramente amplifica il dolore provato già solo per la diegesi.
Un film che è difficile scordare e che ci riassume in poche battute ma in tante immagini cosa voler dire essere madre e padre e alle volte quanto può essere difficile e beffardo il destino delle persone per bene. Talmente per bene che alla morte dell’assassino del figlio sapranno solo digerire la cosa e accusarla sotto forme di lacrime dovute al fatto che le vite strappate alla gioventù ora sono due e non più una.
Una pellicola che è diventato un cult e che ci aiuta a riflettere e a sorridere spensierati nel godere anche della più piccola delle cose come il più grande miracolo. La vita.