Il futuro della sinistra e il voto dei movimenti territoriali

In Val di Susa c’è stato il voto a Grillo, ad Aprilia e Civitavecchia l’astensione. I movimenti territoriali che in questi anni si sono contrapposti a governi di Centrosinistra hanno punito duramente e in forme diverse i partiti di sinistra. Il contagio con il territorio, con le lotte, con le vertenze è l’unica strada da seguire per ricostruire la sinistra oltre i partiti esistenti che hanno perso – tutti – credibilità.

Ci sono alcuni dati dai quali vorrei partire per provare ad arrivare a un’analisi dei bisogni, politici, del Lazio. Partiamo proprio dalla regione Lazio, dove si è assistito alla maggiore differenza di partecipazione al voto rispetto a cinque anni fa. Nel 2005, quando Marrazzo ebbe la meglio su Storace, a votare fu il 72,67% degli aventi diritto. Domenica e lunedì, invece, si sono recati alle urne solo il 60,89% degli elettori.

Il primo risultato a balzare agli occhi è quello del Comune di Roma, dove Alemanno ha subito una sonora sconfitta. Il distacco tra il centrosinistra guidato dalla Bonino e il centrodestra della Polverini, pupilla del sindaco Alemanno, è di ben 8,93 punti percentuali. Tradotto in voti, ben 114mila 587 voti in più per il centrosinistra.
Ora, analizzando alcuni dati nazionali, non possiamo non tenere in considerazione, in questa tornata elettorale, l’incidenza dei territori.
Balza all’occhio il risultato, in Piemonte, della candidatura “No Tav” di Davide Bono, che ha superato addirittura quota 90mila voti.
Sbaglia chi, secondo me, vede nei risultati di Grillo in Lombardia (3%), Veneto (3,15%) ed Emilia Romagna (7%), un voto di protesta. La protesta degli elettori è stata sotto forma dei 10 punti di astensionismo rispetto alle scorse regionali.
La prova di questo si è avuta nel Lazio, dove non c’era una Lista Grillo ma una poco conosciuta e poco radicata Rete dei Cittadini, che si è attestata sullo 0,53%. Nel Lazio, però, ci sono stati voti (o meglio, non voti) molto simili a quelli della Val di Susa, solo
che non c’era nessuna lista a rappresentare alcune vertenze territoriali.
La delusione dei cittadini in alcune zone della regione in cui vi sono forti vertenze a difesa del territorio ha portato a un tasso di astensione dal voto ancora più alto rispetto a quello totale.
Prendiamo il caso di Aprilia, dove la Giunta Marrazzo ha tradito il suo mandato in relazione alla vertenza contro la Turbogas. Qui si è passato dall’81,75% di affluenza al 55,52%, con la Marzoli
che ha ottenuto il 2,3% dei voti. In pratica, il 46,78% degli aventi diritto non ha scelto per una delle due coalizioni di governo.
La Rete dei Cittadini ha invece raggiunto un significativo risultato nella “sua” Tarquinia, dove si attestata al 6,10%.
Infine, a Civitavecchia, dove è forte la vertenza (anche se oggi si potrebbe parlare di delusione) per la riconversione a carbone della centrale Enel, a farla da padrone è stata l’astensionismo: in cinque anni si è passati dal 73,2% al 57,7% mentre la coalizione di centrosinistra ha perso ben 5 punti percentuali.
È proprio da questo, secondo me, che dobbiamo ripartire: smettere di pensare (e a agire per) a come dare rappresentanza alle vertenze, ma essere nelle vertenze. Quando possibile, essere la vertenza.
Oggi la politica è drasticamente cambiata: le uniche realtà da prendere in considerazione sono il fatto che la gente, soprattutto i più giovani, si è trasformata da militanti politici in “pensatori globali e agitatori locali”.
Fino a qualche anno fa si partecipava alle proteste molto più “passivamente” di quanto accade oggi. C’è più consapevolezza (per fortuna) e questo porta molta più gente a interessarsi di politica. Cosa che, inevitabilmente, si traduce in disaffezione verso i partiti. Tutti, senza distinzione. Ovviamente, però, a pagare maggiormente questo travaso verso l’astensionismo, il “voto di protesta” o il confluire del consenso in liste che, a livello locale, fondano il proprio essere su pochi punti ma chiarissimi, sono i partiti della sinistra. Quelli, cioè, che tentano ancora di dare rappresentanza al dissenso e alle vertenze in un momento storico in cui la rappresentanza non ha quasi più ragion d’essere.
Ecco perché ritengo sia arrivato il momento almeno di immaginare di rompere i rigidi schemi partitici. La sinistra le ha provate tutte: prima assorbendo i movimenti, quindi diventando maglia per la costruzione di reti incapaci di raccogliere voti e idee. Ebbene, ora è arrivato il momento di smettere di aver paura e di iniziare a contagiarsi. Il contagio con il territorio, con le lotte, con le vertenze, con il conflitto è l’unica strada da seguire. Smettere di sentirsi “al servizio di” e diventare concretamente “parte di”. Da Albano ad Aprilia, da Civitavecchia a Ciampino. Realtà collegate, loro si, alla Val di Susa o al Dal Molin. A Chiaiano o a chi si batte contro il Ponte. Quindi, aprire porte e finestre ai cittadini.

Daniele Nalbone

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