Lo scandalo delle lauree on line.

Il 17 aprile 2003, l’allora Ministro della Pubblica Istruzione Letizia Moratti firmò, di concerto con Lucio Stanca, Ministro dell’Innovazione Tecnologica, un decreto ministeriale che avrebbe legittimato l’insegnamento a distanza. Le cosiddette “Università on line”, copie telematiche degli atenei italiani, avrebbero così permesso di compiere un percorso di studi e di ottenere un conseguente titolo, equiparato a tutti gli effetti a quello che si ottiene per vie tradizionali. Oggi a sette anni di distanza, la promessa di laurearsi in tempi dimezzati rispetto a quelli impiegati nei normali corsi di laurea ha fruttato ben 13. 891 iscrizioni (dati riferiti all’anno accademico 2007/2008 ma in costante aumento), andando così a costituire  la stragrande maggioranza dei laureati sulla piazza, con entrate di somme ingenti nelle casse delle università telematiche (si pensi che per ottenere una laurea triennale on line spesso non bastano 12 mila euro), e con grande disappunto dei laureati “canonici” spesso disoccupati o se studenti, fuori corso.

Con titoli del tutto equivalenti, più giovani per età, e con punteggi decisamente superiori ai colleghi che per ottenere quel titolo hanno investito forse meno soldi, ma sicuramente maggiore fatica e più anni di studio, questi laureati on line, seppur con minori competenze, hanno sicuramente maggiori possibilità di investire il proprio titolo nel mondo del lavoro. Senza contare la scarsa professionalità dei docenti, spesso  trattasi di professori fantasma assunti per mezzo di meccanismi sospetti, (basti pensare all’iscrizione nel registro degli indagati, nell’inchiesta aperta dalla Procura di Bari, in merito ad una serie di concorsi poco leciti  indetti dall’Università telematica Giustino Fortunato di Benevento). Ma c’è anche dell’altro: si è parlato anche di favori e di esami facili, conseguenza inevitabile dato che intorno a questa cultura filtrata attraverso la rete, ruotano sia un business milionario sia nomi di grossi imprenditori.

Un ultimo appunto che deve necessariamente far riflettere: si pensi che rispetto la media europea, dove al massimo per nazione ce ne sono un paio, in Italia con ben undici atenei telematici siamo primi per numero di Università a distanza.