South Stream, l’ Italia fa marcia indietro?

“Unifichiamo Nabucco e South Stream”: per districare l’aggrovigliata matassa dei progetti energetici europei è questa la strategia indicata dall’amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, in un intervento al Cera Week, la settimana di discussione sui temi energetici organizzata a marzo dal premio Pulitzer, Daniel Yergin, a Houston. Il numero uno della società energetica italiana ha proposto una parziale unificazione dei due principali (e più chiacchierati) progetti energetici europei. Secondo Scaroni, i due gasdotti, Nabucco e South Stream, generalmente ritenuti in competizione tra loro, sarebbero invece perfettamente complementari e dovrebbero pertanto essere in parte accorpati in modo da ridurre i costi operativi e incrementare il ritorno economico di entrambi. Da un certo punto di vista, la posizione della società italiana è condivisibile. Resta tuttavia da comprendere quale siano i reali motivi di tale proposta, e che cosa potrebbe scaturirne.

Chiarire i termini del dibattito
Nabucco e South Stream sono due gasdotti in competizione tra loro? O possiamo considerarli complementari? Chiarire le relazioni tra i due progetti è il primo passo per capire gli obiettivi e le scelte degli attori che vi sono coinvolti.

South Stream, progetto congiunto di Gazprom ed Eni, ha come obiettivo principale quello di diversificare le vie di transito del gas russo diretto in Europa, aggirando in particolare il territorio ucraino. Grazie a South Stream il gas russo potrebbe passare direttamente dal paese produttore al mercato di consumo, evitando che dispute con paesi di transito possano mettere a repentaglio la sicurezza energetica europea. South Stream è pertanto funzionale agli interessi europei, ma anche a quelli russi, poiché garantirebbe a Gazprom una maggiore stabilità del transito e quindi della domanda.

Nabucco, gasdotto sponsorizzato dall’Unione Europea e forte del sostegno americano, mira principalmente a diversificare le fonti dell’approvvigionamento europeo. Con l’obiettivo dichiarato di ridurre la dipendenza dalle importazioni di gas russo, il progetto è stato ideato per trasportare in Europa forniture di gas provenienti da paesi del Mar Caspio quali Azerbaijan e Turkmenistan, ma anche da produttori mediorientali come Iran ed Iraq. Nabucco, pertanto, risponde pienamente agli interessi europei, ma in un certo senso rappresenta una minaccia per la Russia: ridurrebbe la domanda europea di gas russo, alimentando al contempo la competizione per l’accesso alle risorse della regione caspica.

Dal punto di vista europeo, quindi, le due pipelines non sono necessariamente in competizione, almeno negli obiettivi, poiché entrambe mirano a favorire, in forme diverse, una maggiore sicurezza energetica: l’una aggirando il territorio ucraino, l’altra quello russo. Possono anzi essere viste come complementari, ma a patto appunto che le si tenga distinte, anziché unificarle, come avverrebbe con il progetto Eni.
Calcoli geopolitici e fattori economici
Non è un caso che l’annuncio di Scaroni arrivi a un mese dalla vittoria di Viktor Yanukovich alle elezioni presidenziali ucraine. L’orientamento di quest’ultimo verso la Russia è abbastanza chiaro: non svenderà certamente gli interessi nazionali ucraini al vicino russo, ma sarà più accondiscendente e meno ostile nei confronti di Mosca rispetto a chi l’ha preceduto.

Questo probabile riavvicinamento tra Russia ed Ucraina potrebbe avere interessanti ripercussioni anche sugli sviluppi della partita energetica europea. Una minore conflittualità tra Kiev e Mosca potrebbe infatti spingere Gazprom a rivedere le proprie priorità in termini di transito, e continuare ad utilizzare il gasdotto Bratstvo per rifornire i partner europei. Questo scenario renderebbe meno urgente la realizzazione di South Stream, congelandola quantomeno nel breve periodo. Si libererebbero così parte dei quasi 25 miliardi di euro previsti per il gasdotto a favore di un piano di risanamento aziendale e di investimenti per lo sviluppo di nuovi giacimenti. Anche per Gazprom, infatti, sembrano lontani i tempi del boom del settore energetico: il valore di mercato dell’azienda è crollato da 350 a 135 miliardi di dollari nel giro di un anno e mezzo, mentre gli investimenti necessari per lo sfruttamento di nuovi giacimenti nella penisola di Yamal sono stati recentemente stimati tra i 120 e i 145 miliardi di euro.

Le difficoltà di Gazprom e South Stream sono state enfatizzate da una serie di progressi, seppur limitati, del consorzio Nabucco. Il 4 marzo, una settimana prima dal meeting di Houston, il Parlamento di Ankara ha ratificato l’accordo intergovernativo per il passaggio della pipeline sul territorio turco, mentre negli stessi giorni Rwe, uno dei partner del consorzio Nabucco, e la compagnia nazionale azera Socar hanno raggiunto un accordo per l’esplorazione e lo sfruttamento del giacimento caspico di Nakhichevan (formalizzato con un memorandum d’intesa il 10 di marzo). Sebbene questi sviluppi non bastino a garantire un futuro roseo al progetto (finché non si trovano forniture affidabili di gas, la reddività di Nabucco rimarrà in dubbio), le sue quotazioni appaiono in risalita.
Piede in due scarpe?
La potenziale impasse di South Stream e i recenti sviluppi sul versante Nabucco rischiano di spazzare in un colpo solo la visione strategica del “cane a sei zampe”: da principale importatore europeo di gas proveniente da oriente, il colosso italiano rischia infatti di essere tagliato fuori dalla partita energetica eurasiatica.

Questa situazione spiega lo sforzo dei vertici di Eni di rimescolare le carte in tavola, nel tentativo di rimanere in gioco (seppur con meno fiches sul tavolo rispetto al passato), ancorando la realizzazione di South Stream a quella di Nabucco. E la compagnia energetica italiana prova a giustificare la propria iniziativa adducendo principalmente ragioni economiche: la riduzione dei costi di realizzazione derivante dall’unificazione della tratta on-shore dei due gasdotti tra la Bulgaria e l’hub austriaco di Baumgarten.

Ma basteranno le motivazioni presentate da Eni a convincere Gazprom ed il consorzio Nabucco della validità della proposta italiana? Il grosso dei costi di South Stream derivano dalla costruzione della sua parte off-shore (900 chilometri sul letto del Mar Nero, a 200 metri di profondità) e non tanto dai rimanenti 900 da realizzare sulla terraferma; anche per Nabucco, che in ogni caso ha costi di realizzazione inferiori (10 miliardi di euro), suddivisi tra più partner e alleggeriti dal sostegno finanziario dell’Ue, sono i 2000 chilometri di pipeline attraverso il territorio turco che gravano maggiormente sul bilancio del progetto.

Le prime reazioni degli attori coinvolti non sembrano essere confortanti. Il ministro russo dell’energia Shmatko ha immediatamente escluso qualsiasi eventuale unificazione dei due progetti, mentre sembrerebbe che tra i vertici di Gazprom la parziale retromarcia italiana sia stata percepita come i primi passi di un potenziale tradimento. Sul versante Nabucco tutto tace, con i partner del consorzio impegnati soprattutto nel difficile compito di reperire le risorse necessarie per l’attivazione del progetto: appare tuttavia improbabile che, allo stato attuale delle cose, gli operatori europei siano disposti ad accogliere la proposta (nemmeno troppo vantaggiosa, poiché limiterebbe il potenziale di diversificazione del gasdotto).

Le motivazioni della nuova proposta dell’Eni sono quindi comprensibili, ma, per i modi e i tempi in cui è stata avanzata, c’è il rischio che indebolisca la posizione italiana nella complessa partita energetica, in cui peraltro altri concorrenti, a partire dalla francese Edf, devono ancora scoprire le carte.

Nicolò Sartori

Affarinternazionali.it