Dario Argento (speciale- le vite dei registi)

7/9/1940 nasce a Roma Dario Argento. La mamma Elda Luxardo è una fotografa brasiliana. Il padre Salvatore è un produttore cinematografico. L’infanzia di Dario è pervasa dalla solitudine ma questo non sembra turbarlo. Egli stesso ammette di aver passato più pomeriggi a guardare film che a giocare a pallone per le strade con i suoi coetanei. Dalla madre apprende il mito della diva; è infatti nello suo studio fotografico che vede sfilare di giorno in giorno gente come Gina Lollobrigida, Sofia Loren e Claudia Cardinale. Suo padre è il suo migliore amico soprattutto quando poi inizieranno a lavorare insieme. Per Dario hanno molta simpatia le ragazze anche se in fondo lui sogna di avere tanti amici, il suo carattere schivo lo porterà a isolarsi. E’ sempre grazie al carattere e alla sua determinazione che ottiene tante soddisfazioni come quella di portare la sua passione per il cinema in mezzo ai suoi compagni tramite diversi corsi autogestiti. Si iscrive a un liceo classico romano ma è a 16 anni che prende una decisione importante per la sua tenera età. Lascia la scuola e si trasferisce a Parigi dove vive mantenendosi con lavoretti salutari. Leggenda narra che il padre gli spedisce diversi biglietti di ritorno che lui puntualmente rivende invece di usare. Tornato in Italia inizia la collaborazione con il romano Paese Sera. Il quotidiano segna l’inizio della sua carriera prima come correttore di bozze e poi come critico. Questa esperienza si rivela fondamentale perché permette al giovane Dario di vedere innumerevoli film e di conoscere personaggi del settore. Come rivela lui stesso il sodalizio con Sergio Leone è stato fondamentale: “E’stato l’incontro determinante della mia vita. Da lui ho imparato la scansione, il rigore della messa in scena, il ritmo del film, il muovere meticolosamente la macchina da presa. E’ stato un genio e per questo non cercava la verosimiglianza a tutti i costi”.[1]
E’ così che inizia l’avventura nel cinema anche se per la notorietà dovranno passare ancora alcuni anni. Leone fa conoscere e collaborare nella stesura del soggetto e della sceneggiatura di C’era una volta il west Dario e Bernardo Bertolucci (due che faranno grande il nostro cinema). Le sue recensioni si contraddistinguono da quelle dei suoi contemporanei per la verve polemica con cui si schiera in difesa di tutti i prodotti di genere anche basso, in aperta contraddizione con la critica ufficiale. Dalla sceneggiatura alla regia il passo è breve dopo alcuni anni di esperienza dietro la macchina da scrivere passa ad usare anche quella da presa.[2]
In Tunisia nasce l’idea per L’uccello dalle piume di cristallo con l’intenzione di scrivere una sceneggiatura da dare nelle mani di un altro regista. Dario infatti non pensa di fare il regista ma vuole comunque raccontare le sue storie. La molla scatta perché proposto il soggetto a un produttore romano gli viene consigliato di rivolgersi in Francia dato che in Italia il thriller non funziona. Il punto di forza invece per Dario è proprio l’ambientazione in un cupo Nord Italia. E’ così che nasce l’idea di fondare una società con il padre che produrrà tutti i suoi film fino a Suspiria. E’ il 1970 L’uccello dalle piume di cristallo è un’opera prima ma è anche un film di una maturità assoluta. Apre una trilogia e la scelta di iniziare la carriera con un progetto prestabilito è piuttosto significativa e ci fa capire il carattere dell’autore.[3] Scavando un po’ in profondità ci sono sicuramente dei contatti con La ragazza che sapeva troppo di Bava ma questa pellicola reinventa un vero e proprio genere: il Thrilling all’italiana. Da qui fino a Profondo Rosso, che segna un punto di rottura, Argento segue una linea guida comune. Una serie di efferati delitti, spesso mostrati in tutta la loro cruentezza, un mistero che non si riesce a sciogliere e un uomo estraneo alla legge, spesso un’artista, coinvolto nelle ricerche.[4] Basterebbe questo film per analizzare tutta la poetica del regista romano perché in esso troviamo tutte le principali strategie narrative usate nella filmografia. Ma è interessante vedere in ordine cronologico come proprio dall’interno di questa esperienza si senta un continuo crescere di un progetto che risulta comune. Si nota un’altra caratteristica tipica: la voglia continua di giocare con lo spettatore. Tracciando il breve plot, il film narra la storia di uno scrittore americano in soggiorno a Roma che notata l’aggressione di una donna in una galleria d’arte dapprima viene sospettato e poi gli viene proibito di abbandonare la città essendo l’unico testimone oculare. Lo spettatore è portato al centro del punto di vista dello scrittore e come lui vive momenti di indecisione cercando di ricordare la scena iniziale dell’aggressione che essendo messa in testa ai titoli di coda è sottovalutata da chiunque. Questo meccanismo porta all’ispessimento della suspence per poi svelare solo nel finale che la donna non era stata aggredita ma era lei ad aggredire un uomo vestito di nero. Quest’uomo, il marito, la copre fino a confessare a metà del film di essere lui l’assassino. Grazie alle tecnologie di oggi e alla rapidità dei lettori dvd si potrà poi fare una cosa impensabile ai tempi che uscì il film: tornare indietro alla scena iniziale e notare che effettivamente si vede abbastanza palesemente che è la ragazza a tenere il coltello in mano e che nella colluttazione viene ferita per sbaglio. Il regista fa questo: scava. Vuole rompere gli schemi e (in un certo senso) in questo film sembra proprio dire che non è detto che un uomo vestito di nero sia un assassino ma l’assassino potrebbe essere anche la candida ragazza vestita di bianco. Dario tornerà a giocare in tutti i suoi film, a mischiare le carte in tavola e a divertirsi con i meccanismi di genere fino a reinventalo. Nei due film successivi che completano la trilogia Il gatto a nove code e Quattro mosche di velluto grigio il discorso è simile. Nel primo ci viene mostrata già dalla sequenza iniziale il mistero. Un uomo ceco accompagnato da una bambina, costeggia una strada e all’improvviso si ferma chiedendole di descrivere i due tizi seduti in una macchina lì dietro. Questo piccolo particolare in realtà ci vuole dare qualche indizio su una serie di fattori che la diegesi ci mostrerà dopo. Nel secondo uno studio che permette di scoprire dall’autopsia quale sia stata l’ultima immagine impressionata nella retina della vittima fa si che si scopra il particolare di un ciondolo che in maniera oscillatoria lascia come immagine quattro mosche. Da questi primi film quello che coglie un attento critico è questa voglia continua, questa ricerca costante, di un modo per dire allo spettatore di scoprire insieme chi è l’assassino, di partecipare in un qualche modo alle indagini. Il film successivo, tolta la parentesi de Le cinque giornate, Profondo Rosso è quello che segna una rottura decisiva, un punto di snodo tra passato e futuro. Al film di puro stampo giallistico viene aggiunta una carica horrorifica. Gli omicidi sono più efferati e la voglia è proprio quella di colpire lo spettatore dove l’esperienza quotidiana potrà davvero ferirlo. Sicuramente nell’esperienza quotidiana sarà capitato a tutti di scottarsi con l’acqua rispetto che subire una coltellata alla schiena ed è per questo che si gioca sul soffocamento in una vasca di acqua bollente o sulle percosse contro gli spigoli di uno studio. E’ così che si passa da un contesto freddo a un contesto molto più caldo e dove prima lo spettatore era incatenato alla prospettiva di chi indagava ed era poco coinvolto con i tafferugli sanguinosi ora invece senza abbandonare l’indagine ci si ritrova coinvolti nel lato horrorifico della circostanza. Emerge poi un altro modo di costruire la storia e cioè quello di far entrare nella violenza del presente un trauma del passato. La sequenza iniziale, che si situa tra i titoli e li interrompe sia dal punto di vista visivo che acustico (anche la musica varia tonalità e spessore), interno di un salotto addobbato per natale e sullo sfondo due ombre in colluttazione. Una delle due accoltella l’altra, si sentono delle grida e poi cade un coltello sporco di sangue in campo. I piedi di un bambino rompono questa scena prima governata solo da due ombre. E’ proprio con questa scene e con questo incipit così forte che Argento già ci annuncia che è cambiato, che non si accontenta più, che costruirà un film conscio di ciò che c’è prima ma proprio per questo pronto a superarlo. Non per questo però decide di smettere di stuzzicare il pubblico infatti quando Marc Daly, il pianista protagonista, assiste al primo omicidio e si precipita sul luogo del delitto si vede palesemente riflesso in uno specchio il volto di Clara Calamai la mordace assassina. I due film seguenti segnano un cambio di registro molto coraggioso. Per un regista che con il thriller aveva sempre ottenuto successo passare all’horror era un azzardo. Questo dice il regista romano: “ Dopo Profondo Rosso volevo raccontare qualcosa di più incantato, assolutamente non reale. Volevo sconfinare nei miti delle favole e trasportarli al presente. Fra i tanti a disposizione ho scelto quello della stregoneria…Anche Biancaneve e i sette nani mi aveva impressionato e per questo che Suspiria ne è chiaramente ispirato”. Prima di arrivare a questo film è importante il viaggio di introspezione che Argento non dimenticò di fare. Grazie all’aiuto della fidata Daria Nicolodi il viaggio tra i miti e i posti dell’occulto si è concretizzato nella scelta della Foresta Nera. Sono aperti i tempi per una nuova trilogia quella delle madri. Questo progetto infatti comprende lo sviluppo di tre film: uno sulla madre delle tenebre-mater tenebrarum; uno su quella dei sospiri-mater suspiriorum; e uno sulla madre delle lacrime-mater lacrimarum. La Mater Suspiriorum è la più anziana delle tre madri. Il suo nome è Helena Markos ma è anche nota come La Regina Nera. Era un’emigrata greca che stabilitasi a Friburgo apre un’accademia di danza e scienze occulte la Tanz Akademie. Fu interpretata da un’anziana di 95 anni trovata a 100 km da Roma. La Mater Tenebrarum è la più giovane e la più crudele delle tre. Il suo nome non viene rivelato e risiede a New York nel 1910. La Mater Lacrimarum è la più giovane e la più bella delle tre. Il suo vero nome è sconosciuto e risiede a Roma, come citato in Inferno, al 49 di Via dei Bagni. Il film è un horror puro stavolta: gli omicidi sono misteriosi; il potere del paranormale è nell’aria; il macabro è l’elemento fondante. Nessuno in Italia si era mai spinto così in là e soprattutto sono alcune scelte a stupire. Il ritmo è un continuo crescendo. La sequenza iniziale dell’aeroporto alla scuola di danza di Friburgo dove si sta recando Susy Bannon può reggersi in piedi anche da sola, è un minifilm di venti minuti. Questo per distaccarlo da quello che verrà dopo in un crescendo sempre più trascinante. Il coraggio che Dario mostra in Suspiria prima e Inferno poi è esemplare sia dal punto di vista narrativo che dal punto di vista delle immagini e degli effetti. Purtroppo inizialmente i due film, soprattutto Suspiria, furono poco considerati in Italia e trovarono la propria patria di accoglienza in Francia. Il fatto di avere successo all’estero ed essere considerato mediocre nel proprio paese è una cosa che lo accomuna ai grandi del passato, soprattutto di genere, come Mario Bava e Riccardo Freda. I film sono permeati entrambi di un’aura di mistero che da nuova luce alla figura di Argento. Sia le tematiche che il modo di girare risulta diverso dalla consuetudine del tempo anche se i tratti del suo cinema precedente ritornano pesantemente e prepotentemente. Qui non c’è più un gioco giallistico con lo spettatore, non si fa più la caccia al ladro-assassino, qui c’è una vera e propria caccia alle streghe, un rincorrere di effetti e di misteriose scomparse. Il movente è sconosciuto e l’espediente delle madri sembra solo una scusa per dare un nome al male. Il dolore traspare dai volti e la scelta di affrontare tematiche giovanili esalta Argento. Addirittura Suspiria doveva essere ambientato in una scuola di danza di bambine ma il fatto che la produzione si oppone fin dalla sceneggiatura fa cambiare le carte in tavola. Non ci sono delle bambine ma delle adolescenti e il regista si diverte a piazzare qui e là, a disseminare il tessuto narrativo, di richiami a questa sua idea originale tanto che ad esempio le maniglie delle porte sono più alte e le ragazze per aprirle devono allungare di molto in alto le braccia dando un senso di impotenza di fronte alla chiusura, morale (?), di tutti i varchi. Il coraggio cresce quindi in maniera proporzionale nello sviluppo della filmografia e qui tocca livelli mai raggiunti. Sia per scelte tecniche che per gli effetti. E’ quanto meno avventuroso giocare il finale, Suspiria, con l’omicidio di un assassino-strega rappresentato da un alone. E quando tutti si aspettano il terzo capitolo della trilogia delle madri, quello più violento in cui tutto il male si dissolve, al cinema esce Tenebre nel 1983. Tenebre è un film che rimane unico in tutto il nostro percorso. Dario Argento questa volta gioca con i critici, a chi si diverte a parlare male di quella gente che racconta il male per professione ma non per questo ha qualche deviazione. “Ho voluto raccontare come un’artista viene certe volte accusato di essere un maniaco soltanto perché scrive storie forti ed eccessive. Quella di essere un mattoide è una delle tante superficiali accuse che mi hanno fatto. Per cui ho voluto prendere in giro i miei accusatori rispondendo che non hanno tutti i torti perché l’assassino è uno scrittore che pubblica cose orrende ed è ancora più pazzo dei personaggi che ha creato…contro ogni logica”. La piccola vendetta presa da Dario fa sorridere ma a volte fa preoccupare perché quella descritta come un tessuto di fantasia, com’è quasi sempre il cinema, non da tutti viene presa per tale: “Durante il soggiorno a Los Angeles ho ricevuto in albergo una serie di telefonate anonime. All’inizio sembrava un fan appassionato, mi citava alcuni pezzi di Suspiria. Successivamente i suoi tono diventavano sempre più minacciosi… Poi un giorno mi ha detto che il momento più bello della sua vita sarebbe stato il giorno che mi avrebbe ucciso. Ho avuto paura e mi sono trasferito”. Il mondo dell’horror (thriller) a volte può essere anche questo e spesso pone di fronte a pressioni tali chi ci lavora da non trovare nemmeno la tranquillità nella propria vita quotidiana. Il film parla di Peter Neal, l’autore del libro Tenebrae, che si trova in Italia per un tour promozionale. Un maniaco assassino inizia a massacrare numerose ragazze e nel momento che viene scoperto dallo stesso Neal viene usato come espediente per compiere altri massacri. La figura del serial-killer viene quindi messa in secondo piano a vantaggio di uno scrittore di gialli che presenta dei problemi nella sua persona. Peter Neal rappresenta la deviazione, il lato oscuro dell’uomo che realizza arte insana, quello per cui spesso viene criticato Dario. “L’impulso era diventato irresistibile” cita la lettura del libro Tenebrae che compare nei titoli di testa. E proprio di impulsi si parla, gli impulsi che portano Peter Neal a diventare l’assassino. Il film segna il passaggio a un altro tipo di omicidi i quali sono più cruenti, più veloci, più grintosi. E’ il film della perversione, le lesbiche ne sono un esempio, ed è il film che sfata dei miti come quello dell’equazione Buio=Paura. L’omicidio di John Saxon è lampante, ucciso in pieno giorno in una piazza affollata come se fosse un avvenimento normale. Questo deve farci interrogare su un nuovo cambiamento di tendenza rispetto a tutto un modo di vedere il cinema. Le innovazioni tecniche sono poi grandiose dove ad esempio si introduce l’assassinio delle lesbiche. Viene usato il Louma un macchinario allora molto ingombrante e poco agile creato in Francia. Laddove Dario poteva creare la sequenza in maniera semplice con due stacchi e due omicidi decide di introdurlo partendo dal piano terra fino ad arrivare ai piani elevati e ad entrare nell’appartamento delle lesbiche tramite una finestra con un piano sequenza che sfiora i tre minuti. Si dimostra qui maestro della suspence perché porta la situazione al limite immaginabile per poi farla sfogare in due delitti efferati. Il film successivo è un esperimento, Phenomena, e rappresenta un caso unico. La vicinanza di Jennifer Corvino, la protagonista, al mondo degli insetti è voluto, quasi deviato. E’ una ricerca di una diversità e di una rivalutazione del mondo entomatico. Gli insetti hanno un gran valore perché sfruttano sensi che l’uomo ignora ed è proprio tramite il contatto con essi che la protagonista riesce a crescere. Pesante critica si abbatte contro un istituzione come la famiglia. Le ragazze sono tutte abbandonate in quel collegio e proprio questo è sottolineato. “Era la vigilia di Natale e stavamo scartando i regali tutti e tre quando suona il telefono. La mamma va a rispondere e sento che dice: “Ok vengo subito”. Era il suo amante. E’ uscita e non è tornata più. Mi ricordo che papà aveva avuto dodici regali quell’anno e disse che la mamma gli aveva fatto il tredicesimo. Quello che porta sfortuna.” Così Jennifer racconta della sua vita e di come la sua famiglia sia andata in pezzi. Opera è senz’altro il titolo più rischioso ed è senz’altro uno dei titoli più sperimentali e più azzardati. Soggettive che durano minuti e minuti, l’espediente dei corvi, omicidi violentissimi, heavy metal misto a opera classica. Come al solito e come è successo altre volte Dario è deciso a rompere col suo stesso passato e sempre senza nessun adagio. Quest’opera nasce da una grande delusione di un paio di anni prima: la mancata regia del Rigoletto. E’ una pellicola che parla della visione e in un certo senso parla anche di cinema. Spilli appiccicati alle palpebre impediscono di chiudere gli occhi come ci dirà voleva Argento dai suoi spettatori. Spilli appiccicati alle palpebre di Betty e dopo che l’incubo è finito: “Betty non voleva più vedere nessuno. Voleva sfuggire da tutto perché diceva: io sono diversa, non assomiglio neanche lontanamente agli altri, a tutti loro. Io infatti amo il vento, amo le farfalle, le foglie, i fiori, le spighe, gli insetti, i monti, la pioggia…”. E’ la stessa voce di Dario in un finale quasi panico e di compenetrazione naturale. Perché effettivamente Betty è diversa dalle altre per quello che ha provato e per quello che prova, perché ha visto e nessuno gli ha dato la possibilità di non-vedere. Visto e non visto è proprio qui che pende l’ago della bilancia e ci soffermiamo a pensare su questo strumento nelle mani di un uomo che fa il regista. Quante cose sarebbero state diverse se quegli occhi fossero stati chiusi da una mano che dimostrava terrore? Opera sarà molto sottovalutato, ma stavolta (in negativo) segna come Profondo Rosso una cesura da cui stavolta non ci alzeremo più. I tentativi successivi rappresenteranno: collaborazioni con l’estero (Due occhi diabolici 1990); debutti di figlie d’arte (Trauma 1993); vocazioni innaturali e premature al digitale (La sindrome di Stendhal 1996); emulazione di successi del passato (Il fantasma dell’opera 1998); voglia di ridar luce al passato glorioso (Nonhosonno 2001); voglia di rendersi partecipe della generazione di Internet (Il cartaio 2004) e ancora voglia di ridar luce al passato glorioso (La terza Madre 2007). E sinceramente rimane un po’ di amaro in bocca e un po’ di speranza per il nuovo nascituro: Giallo. Quello che viene fatto di interessante nel nuovo millennio da Argento è tutto al di là dell’oceano. In America partecipa a un serial televisivo intitolato Masters of Horror una produzione di Mick Garris che vede coinvolti gente del calibro di: John Carpenter; Joe Dante; Don Coscarelli; Takashi Miike; John Landis; Tobe Hooper; Stuart Gordon e così via. Nella prima stagione viene proposto Jenifer e nellla seconda Pelts. I due medio metraggi, siamo costretti a dire, sono accurati e certo stuzzicano l’appassionato e risvegliano sentimenti nuovi rispetto al visto e rivisto made anni 70. In Jenifer ritroviamo la carica misogina espresso nella prima parte della filmografia argentiana. Jenifer non è una donna come le altre, ha una deformazione orribile che le deforma il volto e è diversamente abile. Il suo fascino tenero e il suo fisico irresistibile cattureranno Frank. Il giovane poliziotto dopo averla salvata dalla perdizione si rovinerà la vita, perdendo la famiglia e intraprendendo una morbosa storia sessuale con questa donna. In Pelts ci troviamo di fronte alla storia di magiche pellicce che si rivoltano ai loro compratori. La trama è pretestuosa e il tutto sembra un gioco atto allo stuzzicare la memoria di Profondo Rosso. Infatti oltre alla musichetta ricorrente ci troviamo anche di fronte a una sequenza finale con un ascensore, qualcosa di già visto. Ma non è la prima volta che il regista si confronta con la tv in Italia ci aveva provato due volte già prima con scarso successo. La porta sul buio del ’73 è un serial di 4 episodi che doveva avere uno stampo Hitchcockiano ma che alla fine rimane un esperimento che sa di incompiuto.[5] L’esperimento è coraggioso. Quello di portare direttamente in televisione il giallo-thriller in tv è una modalità totalmente nuovo. Dei quattro episodi solo Il tram e Il vicino di casa si reggono in piedi ma forse l’Italia era poco matura per un evento tanto rivoluzionario.
Gli incubi di Dario Argento all’interno del programma Giallo di Enzo Tortora del ’87 pochi se li ricordano anche se il tentativo è da non sottovalutare. Pochi secondi all’interno del programma di approfondimento ci portano all’interno dei sogni più reconditi di Argento presentati direttamente da lui. Girati in maniera indecorosa, ovviamente non da Dario, ma testimonianza propositiva di argomenti horrorifici. Di Do you like Hitchcock? lungometraggio dimenticato negli archivi della rai e poi uscito in Home video preferisco non parlare. Non è presunzione, né voler criticare per forza ma ammissione di superiorità. Dario Argento è genio e su questo non ci sono dubbi e sicuramente quello che ci ha mostrato fino ad Opera è qualcosa di vicino alla perfezione. Un regista che riesce a dare un senso compiuto a ogni minima inquadratura, che ti porta dentro, ti fa partecipare, ti interroga. Un maestro capace di incantare e di ammaliare. Certo nei film successivi ad Opera si trovano comunque dei spunti molto interessanti vedi: la sequenza del treno di Nonhosonno; le atmosfere del Fantasma dell’opera; la violenza de La sindrome di Stendhal; l’omicidio di Muccino nel Il cartaio; la ferocia de La terza madre. Senz’altro tutti i film hanno qualcosa di caratteristico e di Argentiano ma purtroppo raggiunta la perfezione sentiamo che c’è la volontà di lavorare ancora su quello e non di ringiovanirsi. Cercare di vivere sulla gloria del passato. La rinascita è raggiunta a tratti in Jenifer speriamo in parte minore di quello che sarà Giallo.

Matteo Fantozzi (estratto dalla mia tesi, “Profondo Rosso: il confine tra il giallo e il nero” Roma, 2008)

[1] Tutte gli estratti da dichiarazioni di Dario Argento sono tratte da: Dario Argento Confessioni di un maestro dell’horror, un libro intervista di Fabio Maiello, Alacran editore, 2007

[2] Prima di passare alla regia Dario Argento collabora alla stesura di innumerevoli sceneggiature tra le quali le più importanti: Metti una sera a cena e C’era una volta il west

[3] La trilogia degli animali è composta in ordine cronologico da: L’uccello dalle piume di cristallo (1970); Il gatto a nove code (1971) e Quattro mosche di velluto grigio (1971)

[4] Il personaggio-artista e investigatore casuale è una figura che compare spesso nella prima parte della filmografia di Dario Argento. Sam Dalmas è uno scrittore americano; Roberto Fabiani è un batterista; Marc Daly un pianista.

[5] La porta sul buio è una miniserie di quattro film che Dario Argento realizzò per la RAI nel settembre del 1973. Il vicino di casa è realizzato da Luigi Cozzi; Il tram è di Dario Argento anche se firmato da Sirio Bernadotte; Testimone oculare è di Dario Argento; La bambola di Mario Foglietti