Crisi economica: più debito, meno occupazione.

Gli ultimi dati macroeconomici sull’Italia, diffusi nei giorni scorsi dall’Istat, dall’Inps e dal Fmi, parlano chiaro: debito e disoccupazione continuano a crescere, mentre la stagnazione economica è destinata a proseguire. Già i dati nudi e crudi ci dicono che al momento non esiste alcuna uscita dalla crisi, ma una lettura un po’ più attenta ci consente di vedere l’autentica stretta verso cui stiamo andando.

Partiamo dai dati. Il rapporto deficit/Pil del 2009 è stato fissato al 5,2%. Nel 2008 era al 2,7%. Si tratta del dato peggiore dal 1996, e per la prima volta dal 1991 l’avanzo primario (cioè la differenza tra entrate e uscite al netto degli interessi sul debito) è diventato disavanzo nella misura dello 0,6% sul Pil, in concreto 8 miliardi di euro. Le uscite sono aumentate del 3%, non moltissimo, ma le entrate sono calate del 2% e questa è un’autentica novità – anche se certo non inattesa – nella storia del dopoguerra. In questo modo il rapporto debito/Pil a fine 2009 è risultato pari al 115,1%, un anno prima era al 105,8%.

E’ interessante andare a vedere cosa c’è dietro il -2% delle entrate. Scopriamo infatti che le imposte dirette, quelle che si pagano sui redditi, sono calate addirittura del 7,1%. Una cifra superiore di circa due punti al tracollo del Pil, che ci parla di un vero impoverimento del Paese ed in particolare delle fasce di reddito medio basse. Si dirà: bella scoperta! Giusto, ma il collasso delle imposte dirette va segnalato, non fosse altro perché questo dato è sistematicamente rimosso dagli «stregoni della crisi», ben pagati per essere sempre ottimisti se non nel breve certamente nel medio periodo.
La seconda voce in calo sulle entrate è quella delle imposte indirette, essenzialmente l’IVA, che hanno fatto registrare una diminuzione del 4,2%. Una cifra che indica la pesantezza della caduta dei consumi.
In aumento invece le imposte in conto capitale, che hanno risentito dell’apporto delle entrate straordinarie dello «scudo fiscale», il grazioso regalo del governo Berlusconi agli esportatori di capitali.

Con questi dati di base, il deficit avrebbe potuto essere assai più cospicuo se non vi fosse stata una rilevante riduzione dei tassi di interesse sui titoli del debito pubblico. Questa riduzione ha abbassato il costo del cosiddetto «servizio del debito» (il monte degli interessi pagati annualmente dallo Stato su Bot, Btp, Cct ecc.) del 12,9%. Potrà continuare questa situazione incredibilmente vantaggiosa per lo Stato? Certamente no, vedremo di seguito per quale motivo.
Ma questi – obietteranno gli «ottimisti» – sono dati del passato, dell’annus horribilis ormai alle nostre spalle! Errore, ma prima di vedere il perché soffermiamoci sulle cifre comunicate dall’Inps sulla Cassa integrazione.
Nei primi tre mesi del 2010 le ore di cassa integrazione autorizzate sono state ben 302 milioni, contro i 130 dello periodo del 2009. Ma non c’era, se non la mitica ripresa, almeno una ripresina in grado di fermare il salasso occupazionale? Ma la cosa più grave – lo sottolinea proprio l’Inps – è che l’aumento è dovuto soprattutto al ricorso alla cassa integrazione straordinaria, quella che viene richiesta per le riorganizzazioni e le ristrutturazioni aziendali; uno strumento dunque che molto spesso altro non è che l’anticamera del licenziamento.

Breve digressione: di cosa discuteva la politica italiana (sostanzialmente tutta) nel mentre si consumava questo autentico dramma per centinaia di migliaia di lavoratori? Ma ovviamente di riforma della giustizia, intercettazioni, liste elettorali, escort, talk show. E poi ci si lamenta dell’astensionismo…
Ma torniamo alla questione del debito, che non appartiene affatto al passato. Riguarda il presente ed ipoteca il futuro.
Siamo tra coloro che hanno dato il giusto risalto alle vicende greche. Vicende che non a caso accalorano lo scontro interno al blocco dominante europeo, ma che invece non appassionano più di tanto la sinistra nostrana. Bene, che lo si voglia vedere o no, in Grecia è in corso un tremendo esperimento sociale che ci riguarda da vicino. Se le misure draconiane di Papandreu alla fine passeranno, i governi degli altri cosiddetti «PIIGS» (Spagna, Portogallo, Italia e Irlanda), nonché i vertici dell’Unione, riterranno di avere semaforo verde e si aprirà una nuova stagione di sacrifici. Sacrifici, inutile dirlo, per tutte le fasce popolari, lavoratori dipendenti e pensionati in primo luogo.

Nessuno pensi che questa stretta sia evitabile. Anche per il 2010 il governo prevede un rapporto deficit/Pil sostanzialmente stabile attorno al 5%, mentre per quello debito/Pil si parla di un 116,9%, un dato alquanto sottostimato, visto che per raggiungerlo – ammessa e non concessa la correttezza della previsione del deficit – occorrerebbe una crescita del Pil attorno al 3%, mentre lo stesso governo stima un +1,1% ed il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) ha previsto proprio ieri l’altro un ancora più modesto +0,8%. Qualcuno insomma sta giocando con i numeri.

Ma, al di là dei trucchetti sulle previsioni, vera specialità degli economisti-stregoni che vanno per la maggiore, c’è un elemento che ci dice come la questione del debito sia ben lungi dall’essere non diciamo affrontata, ma anche solamente impostata.
Abbiamo già accennato alla straordinaria situazione contingente dei tassi di interesse. Tassi che sono precipitati verso il basso in virtù della fuga di capitali dalla Borsa e da altre attività finanziarie finite nel gorgo della crisi. Questa situazione non potrà durare a lungo, per un motivo molto semplice.
Il fatto è che sta crescendo, a ritmi superiori a quelli italiani, il debito di parecchi paesi, tra i quali la Gran Bretagna (rapporto deficit/Pil previsto per il 2010 = 13,5%), la Spagna (11,6%), la Francia (8,6%), la Germania (5,6%), senza dimenticare gli Stati Uniti dove è previsto un deficit di 1.600 miliardi di dollari (10,6%), una cifra molto vicina all’intero Pil italiano.
E allora, dirà qualcuno, «mal comune, mezzo gaudio!», anche perché il deficit nostrano non è tra i peggiori. Già, ma il debito cumulato invece lo è, e l’enorme concorrenza rappresentata dall’emissione di bond di paesi a minor rischio non potrà che far aumentare l’interesse sui più rischiosi titoli italiani. La pacchia del dopo-shock finanziario volge insomma al termine.

Della questione si è accorto Massimo Mucchetti (Corriere della Sera del 4 aprile), che si sofferma sul fatto – in verità assai significativo – per cui l’ultima emissione obbligazionaria a 10 anni della Intesa San Paolo è avvenuta a tassi di poco superiori a quella dei Btp decennali, segno che il rischio di insolvenza dello Stato italiano non è considerato troppo diverso da quello della principale banca operante nello Stivale.
La trasformazione del debito privato in debito pubblico comincia insomma a sortire i suoi effetti.
A riprova di ciò è interessante il confronto tra i Cds (Credit default swaps, una sorta di polizza a garanzia delle possibili insolvenze) relativi al «rischio Italia» e quelli della già citata Intesa San Paolo. I Cds per i titoli a 5 anni di quest’ultima sono pari a 68 centesimi di punto, quelli per i Btp stessa durata sono invece a 113 centesimi di punto.
E in questa graduatoria europea, l’Italia è preceduta dalla Grecia (333), dall’Irlanda (142), dal Portogallo (139) e dalla Spagna (116), ma sta assai peggio della Germania (31), della Francia (46), dell’Austria (56), della Gran Bretagna (76). Ecco insomma riaffacciarsi i «PIIGS», in un quadro generale di diffuso indebitamento crescente.

Mucchetti, pur critico verso il comportamento dei cosiddetti «mercati finanziari», ne ricava però tre verità, assolutamente condivisibili.  Citiamo:
«La prima è che, con i salvataggi del 2008-2009, il rischio in eccesso nel settore privato non è stato cancellato, ma semplicemente trasferito sulle spalle degli Stati e cioè dei contribuenti… Ma trasferire non è risolvere».
«La seconda verità è che la lista degli Stati certamente non a rischio non è più quella di un tempo. Il caso greco è lontano dall’essere risolto… Ma in Occidente a non essere più risk free non sono soltanto i titoli pubblici della periferia di Eurolandia. Gli stessi Stati Uniti vanno ripensati. Per non parlare del Regno Unito…».
«La terza verità è quella che contiene la beffa per i contribuenti… Abbiamo usato i soldi dei contribuenti per tamponare i disastri dell’economia del debito e ridurne la portata così “bene” da rilanciare proprio quel tipo di economia. Che aveva allargato a dismisura le distanze tra i molto ricchi e il resto della popolazione».

La conclusione di Mucchetti chiarisce molto bene chi verrà chiamato a pagare il conto, oltre a chi già lo sta pagando oggi sul piano occupazionale. A proposito, l’ultimo aggiornamento del Fmi sulla disoccupazione in Italia prevede un aumento dall’attuale 7,8% della forza lavoro all’8,7% a fine 2010.
Qualche parola va spesa infine anche sugli ultimi dati sul Pil. Certamente il Pil non è accettabile come indicatore del benessere sociale, tuttavia non c’è dubbio che esso funzioni come misuratore della dinamicità del sistema capitalistico di una specifica realtà geografica e/o statuale in una determinata unità di tempo.
A fronte di una messe incontrollabile di dati, provenienti da diverse fonti (governo, Unione Europea, Fmi, Istat, eccetera) riferite a diversi periodi temporali (dato congiunturale, dato tendenziale, eccetera) si finisce spesso per cogliere soltanto quel che il sistema mediatico (e chi lo controlla) vuole farci cogliere.
Ma per capire la gravità della crisi attuale, tanto più nella specificità della situazione italiana, è utile porsi questa domanda: esiste o no una stagnazione prolungata, e in quale quadro pluriennale si inserisce? Per rispondere a questa domanda abbiamo ricostruito la serie storica delle variazioni del Pil prendendo come base l’anno 2000. Bene, cosa ne viene fuori, al di là degli ultimi due cali consecutivi del 2008 (-1,0%) e del 2009 (-5,2%)? Il risultato è che, fatto 100 il Pil dell’anno 2000, quello del 2009 è pari a 100,59: più stagnazione di così!

Certo, il tracollo è soprattutto la conseguenza della crisi degli ultimi due anni, ma anche in quelli precedenti si era ben al di sotto del +3% preventivato dagli architetti dell’Unione Europea. Basti dire che i due anni più favorevoli del decennio (il 2006 e il 2007) hanno fatto segnare un modesto +1,9%.
Le cifre diffuse dal Fmi l’altro ieri, se da un lato indicano la gravità generale dell’attuale crisi storico-sistemica del capitalismo, dall’altro evidenziano come all’interno di essa vi sia una forte spinta allo spostamento del centro del sistema verso oriente, spinta che penalizza l’intera Europa e l’Italia in particolare. Per l’anno in corso il Fondo monetario, a fronte della modestissima ripresina europea (+0,8%) prevede un +4,1% a livello mondiale, trainato da un +7,8% in India e da un +10,0% in Cina.
Cifre che non hanno bisogno di particolari commenti.

Leonardo Mazzei