Balcani, movimenti wahhabiti minacciano la stabilità regionale

L’incursione compiuta lo scorso febbraio dalla polizia bosniaca nel villaggio di Gornja Maoca ha riportato l’attenzione sui movimenti wahhabiti nei Balcani, un residuo delle guerre balcaniche degli anni ’90 – scrive l’ex diplomatico bosniaco Hajrudin Somun

Il fenomeno del wahhabismo deve avere una tempra straordinaria perché è riuscito – dopo aver gravitato attorno al mondo islamico fin dalla sua comparsa iniziale nella penisola araba, nella metà del XVIII secolo – a raggiungere i Balcani e il lontano e devastato villaggio di Gornja Maoca, in Bosnia, all’inizio del XXI secolo.

I media internazionali hanno prestato molta attenzione ad un evento che ha avuto luogo in questo villaggio all’alba del 2 febbraio scorso. Più di 600 poliziotti bosniaci hanno fatto irruzione nel villaggio, arrestando sette persone sospettate dai magistrati inquirenti di minacciare “l’integrità territoriale del paese, l’ordine costituzionale, e di provocare odio interraziale e religioso”. Gli inquirenti hanno detto che l’operazione di polizia, alla quale hanno preso parte anche forze di polizia dell’Unione Europea, è stata la più imponente dalla fine della guerra del 1992-1995 in Bosnia-Erzegovina.

Per la gente bosniaca, lo stesso nome del villaggio e l’aspetto esteriore dei sette uomini arrestati – barbe lunghe e pantaloni accorciati – è stato sufficiente per capire che gli obiettivi dell’operazione erano persone appartenenti al wahhabismo, una delle correnti dell’Islam più elitarie e radicali. Sebbene siano ampiamente conosciuti come wahhabiti, dal nome del fondatore del movimento, Muhammad ibn Abd al-Wahhab (1703-1792), essi si definiscono salafiti – o discendenti dei compagni del Profeta Maometto e delle prime tre generazioni di musulmani (salaf). Prima dell’afflusso, nel secolo scorso, di estremisti egiziani salafiti in Arabia Saudita, si facevano chiamare anche muwahhidun (coloro che credono nell’unità di Dio (N.d.T.) ).

È risaputo come Abd-al-Wahhab, cercando di introdurre la sua rigida teoria della purificazione dell’Islam da tutte le dottrine che si distaccavano dal Corano e dagli Hadith – e distruggendo molti siti, monumenti e sepolcri del primo Islam – strinse un patto politico con il clan saudita del Najd. Abd-al-Wahhab e i suoi seguaci sfidarono il governo ottomano basato sul pluralismo religioso e sulla tolleranza, tentando per due volte di costituire un loro stato. Essi non solo si opponevano alle altre religioni, ma predicavano anche che l’Islam sunnita era corrotto dall’Islam sciita e da altre innovazioni. Mentre Napoleone conquistava l’Egitto, essi distrussero la sacra città sciita di Karbala. Dopo il collasso dell’Impero Ottomano, e con il pieno sostegno degli inglesi, gli sceicchi sauditi riuscirono infine a creare il moderno stato dell’Arabia Saudita, introducendo un rigido Islam wahhabita come religione di stato. Sfruttando la ricchezza proveniente dalla recente scoperta del petrolio, e il ruolo dei sauditi in qualità di guardiani della Mecca e di Medina, organizzazioni sostenute dai sauditi cominciarono a diffondere il wahhabismo in tutto il mondo musulmano.

Lascerò da parte la più ampia premessa di come questa mescolanza – del rigido settarismo teologico e della mentalità tribale con gli interessi dei beneficiari e consumatori di queste incredibili ricchezze petrolifere – abbia giocato un ruolo storico nell’impedire l’incontro e l’interazione tra le conquiste spirituali, scientifiche e culturali dell’Islam dei secoli precedenti e i progressi politici, scientifici e culturali della civiltà occidentale contemporanea. Mi chiederò tuttavia quale sia stato il risultato di questi sforzi nei Balcani in generale e nella Bosnia in particolare.

Quando la notizia della guerra in Bosnia-Erzegovina iniziò a diffondersi in tutto il mondo nel 1992, centinaia di volontari giunsero dalla Russia e da altri paesi cristiani ortodossi per sostenere gli aggressori serbi, e altre centinaia arrivarono da paesi musulmani per combattere insieme ai loro fratelli musulmani, vittime di pulizie etniche e massacri. Solo alcuni dei volontari musulmani erano seguaci del wahhabismo. La maggior parte di questi volontari erano giovani radicali arabi che avevano fatto esperienza nella guerra in Afghanistan contro la Russia. Essi costituirono un’unità speciale chiamata “Mujahideen”, che era prevalentemente affiliata all’esercito musulmano bosniaco. Spinti dall’odio e dal fanatismo religioso, alcuni di loro commisero crimini di guerra contro civili e prigionieri di guerra serbi. Altri erano sostenuti da agenzie di intelligence occidentali. Mentre ero in visita a Zenica insieme al presidente turco Süleyman Demirel, nel bel mezzo della guerra – non gli fu permesso visitare l’assediata capitale bosniaca di Sarajevo – un ufficiale di polizia bosniaco mi disse che aveva visto due militanti mujahideen con passaporti britannici cui era stato facilmente consentito di entrare in Bosnia dalle autorità croate. Tutti questi combattenti, comunque, che fossero seguaci del wahhabismo o no, causarono più guai alla Bosnia che altro, come continuarono a fare per i successivi 15 anni.

Per via degli Accordi di Pace di Dayton del 1995, e specialmente a causa delle pressioni americane sulla leadership bosniaca, dopo la guerra la maggior parte dei quasi 1.000 soldati mujahideen lasciarono il paese. Una parte di loro, per lo più wahhabiti, ottennero la cittadinanza bosniaca sposando donne musulmane bosniache, ammantandole con un hijab nero a tre strati ed escludendole completamente dalla vita pubblica.

I mujahideen che stavano dietro alla faccenda

Riuscendo ad attirare decine di giovani bosniaci, ed utilizzando il supporto finanziario proveniente prevalentemente da organizzazioni caritatevoli saudite, i wahhabiti instaurarono la propria base nel villaggio bosniaco di Bocinje. Dopo l’11 settembre 2001, la Bosnia diventò uno degli epicentri della “guerra al terrore” americana. Fu scoperto che alcuni degli ex mujahideen della Bosnia appartenevano alla rete di al-Qaeda. Il presunto “campo terroristico” di Bocinje fu smantellato, e il governo bosniaco consegnò agli americani sei mujahideen di origini algerine che furono immediatamente trasferiti nel noto carcere di Guantanamo Bay. Nessuno di questi provvedimenti ha scoraggiato i wahhabiti. Essi ampliarono la loro attività in zone bosniache abitate prevalentemente da musulmani e cercarono anche di occupare Careva Dzamija (la Moschea dell’Imperatore) a Sarajevo.

Ed ecco che ritorniamo al villaggio di Gornja Maoca, nel quale wahhabiti bosniaci e stranieri stabilirono una nuova base. Circa 330 famiglie vi hanno vissuto in totale isolamento a partire dal 2003, seguendo regole severe, senza televisione né telefono, ma con una scuola in cui i bambini erano educati secondo l’interpretazione wahhabita dell’Islam. Essi non permisero a giornalisti e funzionari statali di entrare nel villaggio fino al 2 febbraio scorso.

La prima reazione nella regione al rastrellamento compiuto dalla polizia nel villaggio è arrivata dal ministro del lavoro serbo Rasim Ljajic, che ha giustamente dichiarato: “Si tratta della stessa corrente che comparve nella regione dopo la guerra in Bosnia-Erzegovina”. Tuttavia, egli non ritiene che il wahhabismo, “che è atipico fra i musulmani nei Balcani e in Europa”, rappresenti una “vera minaccia per la regione o per la Serbia”. I wahhabiti divennero “meno visibili” a Novi Pazar e Sadzak dopo che la polizia serba aveva scoperto il loro campo di addestramento. Nello scontro a fuoco con la polizia nel 2007, uno di loro rimase ucciso e due furono feriti. Anche nella parte montenegrina di Sandzak – la provincia ottomana che fu divisa in seguito alla Prima Guerra Mondiale – comparvero dei wahhabiti, sebbene inferiori per numero e attività rispetto alla Serbia. Essi suscitarono ansia tra la comunità islamica locale. I wahhabiti, come fanno altrove nei Balcani, accusano gli imam di “abbandonare la fede” e dicono che solo i loro insegnamenti rappresentano il vero Islam. La loro presenza e attività in Albania può essere considerata altrettanto trascurabile, specialmente se paragonata al loro coinvolgimento in Macedonia e Kosovo.

In Macedonia, i wahhabiti si schierarono con altri gruppi radicali filo-arabi nel preesistente conflitto interno alla comunità islamica, tra l’ala estremista e quella moderata, composta da seguaci dell’Islam tradizionale e del sufismo. I macedoni non musulmani si spaventarono alla notizia dei tre gruppi estremisti che operavano nel loro paese, specialmente nella sua parte occidentale, prevalentemente abitata da albanesi: Tarikat, Rosa Rossa e wahhabismo. Questi gruppi più militanti formarono una fazione chiamata “I Protettori dell’Islam”. Essi si sono già impadroniti di tre moschee storiche della comunità islamica ufficiale a Skopje, la capitale del paese.

Qualche anno dopo la sua comparsa in Bosnia, anche il Kosovo diventò terreno fertile per il wahhabismo. Non ci furono incidenti gravi dopo l’intervento della NATO nel 1999, ma l’anno scorso hanno fatto la loro comparsa alcuni segnali di cambiamento. I wahhabiti hanno iniziato a diffondere la loro interpretazione dell’Islam nei villaggi poveri, aprendo decine di scuole coraniche e preparandosi ad assumere la direzione della comunità islamica del paese. Due illustri imam kosovari sono stati brutalmente assaliti dai wahhabiti nel gennaio 2009. Il primo, Osman Musliu, che aveva tentato di impedirgli di occupare la Moschea di Zabel, fu aggredito. Egli ha detto di dubitare “che la Serbia abbia danneggiato il Kosovo in modo altrettanto grave di quanto hanno fatto i wahhabiti”. Qualche giorno dopo, l’imam di Kosovska Mitrovica, Hamit Kamberi, è stato picchiato da “persone in calzoni corti” così violentemente da perdere i sensi. Essi volevano sostituirlo a causa della sua convinzione che i musulmani kosovari avrebbero dovuto seguire l’Islam tradizionale “che avevano imparato inizialmente dagli Ottomani”.

Hajrudin Somun è stato ambasciatore della Bosnia-Erzegovina in Turchia, ed insegna Storia della Diplomazia alla Philip Noel-Baker International University di Sarajevo; questo articolo è apparso il 2 marzo scorso sul quotidiano turco “Today’s Zaman”.

Traduzione a cura di

Medarabnews.com