Palestina, giornalisti sotto attacco

Fare il giornalista nei Territori palestinesi occupati (Tpo) non è facile né per gli israeliani, né per i palestinesi, né tantomeno per gli stranieri.  Non solo per questioni legate alla censura israeliana (non si può parlare di faccende militari né nucleari senza avere il “permesso” dell’apposito ufficio censura dell’Idf – Forze di Difesa Israeliane), ma anche perché scontrarsi con l’esercito, con i coloni, o con la polizia palestinese, è un rischio sempre più concreto.

Fuga a Londra

Il giornalista israeliano Uri Blau del quotidiano progressista Haaretz era Medio Oriente da circa tre mesi, prima di arrivare pochi giorni fa in Gran Bretagna in cerca di rifugio. Blau aveva pubblicato un documento ufficiale dell’esercito israeliano, che gli era stato dato molto probabilmente da Anat Kam, giovane giornalista, quando era sotto le armi.

La Kam è agli arresti domiciliari da mesi ormai, ma i censori hanno proibito ad ogni organo di stampa di parlarne. Il documento dell’esercito riguardava la morte di un esponente palestinese della Jihad Islamica, ufficialmente morto in seguito a uno scontro a fuoco, mentre secondo il documento faceva parte di una lista di omicidi mirati, chiaramente illegali.

Reporter e soldati israeliani

Gli attacchi ai giornalisti sono anche e soprattutto fisici, con ferite da proiettili rivestiti di gomma o pestaggi.  Considerando solo il mese di marzo la lista è notevole. Il 5 marzo i fotografi dell’Associated Press, Mahfouz Abu Turk, e del quotidiano Al-Quds, Mahmoud Alian, sono stati colpiti da pallottole rivestite di gomma sparate dalle forze israeliane mentre documentavano gli scontri tra soldati e palestinesi nella spianata delle moschee. “Deliberatamente”, secondo Abu Turk.

Lo stesso giorno altri giornalisti sono stati attaccati dai soldati israeliani mentre coprivano gli scontri alla moschea di Hebron. Il fotografo Abdel-Hafiz Hashlamoun della European Press Photo Agency ha dichiarato che due soldati gli hanno rotto la fotocamera, dopo averlo sbattuto contro un muro, mentre il corrispondente Akram Natshe di QudsTv e il giornalista palestinese Mohamed Hmeidat hanno detto di essere stati picchiati e costretti a lasciare il posto. Il cameraman di Palmedia Abdul Ghani Natshe, anch’egli presente, ha detto di essere stato preso a calci e pugni dei soldati, prima di essere allontanato.

Harun Amayra, giornalista di Falestin Tv, il 30 marzo si trovava al villaggio di Badras, vicino a Ramallah, per seguire una manifestazione pacifica, quando è stato ferito a un piede dai proiettili di gomma sparatogli da soldati dell’Idf, ferito insieme ad altri 10 manifestanti. Amayra non era nuovo a eccessi di forza da parte dei soldati israeliani: il 19 marzo, insieme al collega Najib Sharoneh, era stato percosso e detenuto per quasi quattro ore sempre a Badras.  Secondo Reporter senza Frontiere si tratta attacchi mirati delle forze di sicurezza israeliane a giornalisti palestinesi.

Fronte palestinese

I giornalisti palestinesi hanno la vita particolarmente difficile perché devono lottare su due fronti, quello israeliano e quello interno. L’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) infatti è piuttosto sensibile alle informazioni riguardanti Hamas, pronta a vedere mancanza di obiettività al minimo dettaglio, e a punirla. Lo stesso fa Hamas a Gaza, riguardo ciò che viene scritto sull’Anp, ma non solo.

La giornalista di Al-Hayat Al-Jadida Noufouz Al-Bakri di Gaza City, ad esempio, si è vista perquisire l’appartamento il 7 marzo dopo aver scritto un articolo molto critico riguardo la condizione femminile sotto il governo islamista di Hamas. Il gruppo di agenti non è stato però identificato e esponenti del governo hanno garantito di non aver mandato nessuno a perquisire l’appartamento della Al-Bakri.
Il giornalista del Filastine Mustafa Sabri, invece, era in carcere dal 4 gennaio in Cisgiordania, e non appena è stato rimesso in libertà, il 9 marzo, le forze di sicurezza hanno perquisito la sua casa di Qalqilya e confiscato le attrezzature video e telefoniche dei giornalisti venuti a intervistarlo.

Nel frattempo si trovano ancora in carcere in Cisgiordania, diversi giornalisti tra cui Tariq Abu Zaid, corrispondente di Al-Aqsa, canale televisivo di Hamas. Abu Zaid sta scontando una pena di 18 mesi a Nablus, stabilita da un tribunale militare nonostante il giornalista sia un civile, con l’accusa di minare l’Anp. Al-Aqsa Tv era stata bandita dalla Cisgiordania dal 2007.

Giornalisti stranieri

Neanche i corrispondenti stranieri sono esenti da “bruschi” trattamenti.  Il giornalista britannico Paul Martin era stato arrestato il 14 febbraio a Gaza City con l’accusa di spionaggio (poco prima di testimoniare in difesa di un amico palestinese, ex militare, accusato di essere un collaborazionista) e rilasciato l’11 marzo.

Secondo l’organizzazione Human Rights Watch, le autorità di Hamas non hanno presentato nessuna prova a favore di una tale accusa, che rende il mese di detenzione totalmente ingiustificato.

Il reporter olandese Andrei Kluwer, invece, è stato attaccato e trattenuto dai coloni israeliani dell’insediamento di Galgila, a nord di Gerico, il 28 marzo. Stava facendo un reportage sul lavoro dei palestinesi negli insediamenti, seguendo un ragazzino palestinese di 15 anni durante la sua giornata lavorativa, quando è stato fermato e trattenuto da coloni israeliani per due ore fino all’arrivo della polizia. Il consiglio regionale dell’insediamento di Gilgal nega ogni accusa, e sostiene che il ragazzino era stato pagato dal giornalista per raccontare quanto fossero dure le sue condizioni per screditare gli insediamenti in Cisgiordania.

L’elenco, a voler contare le brevi detenzioni, gli insulti, i gas lacrimogeni, le pallottole di gomma o le sassate più o meno accidentali, sarebbe molto più lungo. Quello di marzo è stato certamente un mese violento, ma non fuori dalla norma per un giornalista che opera in Medio Oriente.

Eva Brugnettini

Osservatorio Iraq