Wall Street attende Obama

E’ qui che si conoscerà la vera natura dell’Amministrazione Obama. Velatamente riformista con un pizzico di solidarismo (non socialismo, in America questo farebbe inorridire) oppure dichiaratamente aperta a modificare il sentiero tracciato dal predecessore con una politica che dia maggiore spazio all’uomo, alla famiglia, alla comunità e ponendo qualche “lacciuolo” in più alle grandi corporations.
A Manhattan si comprenderà il vero disegno politico del Presidente americano; da qui apparirà il suo volto senza orpelli e senza veli.
Mario Margiocco (in Il Sole 24 Ore del 1 aprile 2010) afferma perentoriamente che “la posta in gioco è enorme”. Non dobbiamo faticare molto a credergli. Wall Street è il sancta sanctorum del potere finanziario mondiale. Cosmopolita, arrogante, abituato al potere; quello vero, effettivo. Il viceministro Neal Wolin ha affermato che le lobbies finanziarie, attualmente, spendono 1,4 milioni di dollari al giorno per “frenare”, “sedare”, prendere tempo sulle decisioni politiche che si stanno definendo a Washington. Tentano di allungare i tempi, far dimenticare il crollo finanziario del 2008/2009 che ha trascinato milioni di persone nella miseria. Contano sulla “perdita di memoria” della gente per poter continuare a fare ciò che vogliono come da decenni stanno facendo. Il disegno di legge, propugnato da uomini come Paul Volcker (ex governatore della FED) prevede un effettivo ridimensionamento delle banche “too big to fail” e maggiori controlli sui derivati.
Finora in tema di politica finanziaria Obama ha seguito il tracciato iniziato da G.W. Bush. “Si doveva salvare il sistema bancario per salvare l’economia”. Questa è la tesi sostenuta dall’Amministrazione.  Ora però le banche sono tornate a fare utili, a distribuire scandalosi benefits ai suoi manager ed i 2500 miliardi di dollari spesi dalla stato per puntellare l’economia sono rimasti sul groppone del contribuente.
Non occorre più salvare le banche. Ma è indispensabile salvaguardarci da esse.
Lovanio Belardinelli