Cina, la lunga marcia dei fondi sovrani

Grazie ai 2.400 miliardi di dollari di riserva in valuta estera di cui dispone, la Repubblica Popolare cinese è tra i paesi protagonisti degli investimenti diretti esteri. La punta di lancia della politica di acquisizioni internazionali di Pechino è il fondo sovrano cinese, meglio conosciuto come China Investment Corporation (Cic).

I fondi sovrani (Sovereign Wealth Funds – Swf) sono un veicolo preferenziale per investimenti in prodotti finanziari e commodities che promettono un’alta redditività. I più noti sono solitamente controllati dalle banche centrali dei paesi che hanno accumulato ricchezze nel corso del tempo grazie ai proventi dell’esportazione di petrolio e gas o ad altri tipi di avanzi della bilancia commerciale, come appunto nel caso cinese. Esistono anche altri fondi governativi, non strettamente identificati come fondi sovrani, che operano sui mercati esteri. Nel caso cinese sono il Safe, preposto dalla Banca centrale al controllo della conversione della valuta, e il fondo pensionistico Nssf, che può diversificare sui mercati esteri sino al 20% del proprio capitale.

Nuovi equilibri
Vari sono gli obiettivi dei fondi sovrani. Possono per esempio servire a stabilizzare i capitali generati da una bilancia commerciale favorevole, ma anche a finanziare politiche di sviluppo interno a lungo termine. Il loro recente arrivo sulla scena mondiale – un fenomeno sviluppatosi soprattutto nell’ultimo quinquennio – ha contribuito a spostare l’equilibrio del potere economico dai paesi Ocse a quelli del Bric (Brasile, Russia, India e Cina) e del Medio Oriente. È chiaro che la tradizionale distinzione tra paesi in via di sviluppo e paesi sviluppati non corrisponde a quella attuale tra paesi debitori e creditori. In questa seconda classificazione le economie degli Stati Uniti e della vecchia Europa non si trovano più in una posizione di vantaggio, al contrario. Ne è un esempio la recente offerta greca alla Cina di 25 miliardi di dollari del proprio debito pubblico.

Questo spostamento del potere economico dai paesi liberal-democratici a quelli contraddistinti da nuove forme di capitalismo autoritario può avere notevoli implicazioni. Nonostante i grandi problemi irrisolti della sua economia, la Cina può emergere sulla scena mondiale come un attore primario, ora che le sue riserve valutarie estere non vengono più, come in passato, immediatamente reinvestite nel debito pubblico americano. Il fatto è che oggi sono le nazioni maggiormente industrializzate a essere obiettivo di acquisizioni ostili da parte dei fondi delle nazioni in via di sviluppo. Il che sta già provocando accese controversie.

Secondo una stima dall’Economist Intelligent Unit, i fondi con maggiori disponibilità di risorse sono l’Abu Dhabi Investment Authority (875 miliardi di dollari), il Government Pension Fund della Norvegia (350 miliardi), la Government of Singapore Investment Corporation (Gic – 330 miliardi), il già ricordato China Investment Corp (Cic – 300 miliardi), la Temasek Holdings di Singapore (159,2 miliardi) e lo Stabilisation Fund della Russia (158 miliardi). L’unico paese europeo presente in questa classifica è la Norvegia; gli altri paesi comunitari sono in realtà afflitti da un ingente debito sovrano.

Fame di materie prime
Nato nella seconda metà del 2007 grazie all’incessante lavoro di lobbyingall’interno del Consiglio di Stato da parte dell’odierno presidente Lou Jiwei, già viceministro delle finanze, il Cic si è subito imposto all’attenzione dei salotti buoni della finanza mondiale con importanti acquisizioni azionarie all’interno di Blackstone, Visa e Morgan & Stanley. A seguito del tracollo del sistema finanziario americano il fondo sovrano cinese ha avuto una virata a 180 gradi della propria politica di investimento, puntando sul settore che la Cina considera strategico per una politica di sviluppo sostenibile: quello dell’energia e delle materie prime.

Se la vecchia Europa continua a chiedersi quali siano gli obiettivi del Cic, alcuni paesi dell’Asia Centrale, dell’Africa e dell’America Latina ne hanno già sperimentato l’azione. La società statale del Kazakhistan per la gestione dell’energia ha subito recentemente un’acquisizione dell’11% da parte del Cic per un totale di 939 milioni di dollari. Il Cic ha investito altri 2.75 miliardi in PT Bumi Resources, primo produttore di carbone indonesiano, e in Noble Group Ltd, che opera anch’esso nel settore delle materie prime. Altri enti statali cinesi hanno fatto investimenti in Canada (settore petrolifero), nel Curdistan iracheno, in Nigeria e in Svizzera (Addax Petroleum Corporation).

Impatto sull’Italia
Lo scorso febbraio il direttore generale del Cic Gao Xiqing ha visitato l’Italia, ma non è chiaro quali azioni il Cic intenda intraprendere nel nostro paese. Potrebbe orientarsi su acquisizioni minoritarie in Enel e Eni, magari con un occhio di riguardo al settore assicurativo (Generali). Se l’azione del fondo sovrano cinese in Europa suscita ancora molti interrogativi, è probabile che vi investirà meno di quanto ha fatto (o in procinto di fare) nelle nuove aree strategiche di approvvigionamento energetico, dall’Asia centrale all’Africa.

La proiezione internazionale del Cic non solo può favorire la penetrazione economica cinese al di fuori dei confini nazionali, ma anche rendere sempre più appetibile per i paesi in via di sviluppo il modello cinese di socialismo di mercato. È un fatto che, se prima della crisi il modello liberista e democratico andava ancora per la maggiore, oggi i metodi occidentali di governo, con i tanti vincoli e intrecci tra istituzioni e soggetti politici che li caratterizzano, suscitano una crescente perplessità.

Astri nascenti della finanza mondiale, i fondi sovrani potranno avere una notevole influenza sull’andamento dei mercati, ma anche su contingenti situazioni politiche, e persino sullo stesso processo di globalizzazione. Per la Cina la scommessa è di riuscire di cambiare, in tempi brevi, il proprio modello di crescita, trasformandosi da venditore a compratore. Il Cic potrebbe favorire questa transizione, assicurando un cospicuo ritorno degli investimenti esteri sia in termini di capitale che di risorse strategiche.

Alessandro Arduino – AffarInternazionali