Dio Perdona… Io No! (Western, Italia-Spagna 1967)

1. INTRODUZIONE.

 Tra la seconda metà degli anni ’60 ed in pratica tutti i ’70 impazzò sia in territorio nazionale che all’estero la versione italiana del cinema western, denominato per l’occasione spaghetti-western, dando così le basi a moltissimi attori poi divenuti famosi (come Clint Eastwood, Franco Nero, Gian Maria Volontè, Terence Hill…). Una grande stagione cinematografica della nostra storia nazionale che però forse era un po’ lo specchio di tutti i burrascosi accadimenti social-politici che si succedettero in Italia proprio in quegli anni, e che frequentemente avevano proprio a che fare con il piombo, per non scordare inoltre la violenza a volte estrema presente in quelle pellicole (ricordo soprattutto “W Django” con Anthony Steffen, al secolo Antonio De Teffè), quasi a voler sfidare la censura e quindi inserendosi in un certo senso in quelle forme artistiche che stavano cercando sempre di più di allontanarsi dal “politicamente corretto” (soprattutto fumetti come Kriminal, Lucifera, Jacula, addirittura Diabolik) e dal cosiddetto Boom economico, che tanta miseria alla fine diede. E tra tutta la valanga di spaghetti-western che uscirono fuori, rientra “Dio Perdona…Io No!”, che già dal titolo dai toni parlati fa propria una caratteristica di tale longevo genere.

2. PRESENTAZIONE FILM e TRAMA.

 Questo film, girato nel 1967 tra Madrid ed Almerìa in Spagna, è il primissimo che conta la presenza di due assi della commedia italiana, ossia il già citato Terence Hill e Bud Spencer, coppia scoperta da un grandissimo seppur non prolifico regista morto prematuramente quale Giuseppe Colizzi, che con loro portò avanti una vera e propria trilogia rappresentata da 3 film, tutti a mio avviso meravigliosamente interessanti. Una cosa curiosa è che Bud Spencer inizialmente doveva far coppia con Peter Martell, al secolo Pietro Martellanza, che però durante le prime riprese si ruppe gravemente un piede, perciò in sostituzione venne chiamato Terence Hill, già comunque piuttosto esperto di produzioni cinematografiche.

 La trama di “Dio Perdona…Io No!” racconta sostanzialmente di una rapina in treno dove vengono ammazzati letteralmente tutti, tutti tranne uno, che, bello sanguinante, per paura di farsi beccare dalla folla piangente e quindi di farsi individuare dalla banda criminale scappa. L’unico sopravvissuto riesce quindi a raccontare tutto l’accaduto ad un agente assicurativo, tal Earp (Bud Spencer), il quale, dopo esser stato avvisato da un oste che il suo amico Doc (Terence Hill) nel suo stesso saloon ha ucciso, dopo una partita di poker secondo me memorabile, 4 pistoleri, di notte lo incontra, dicendogli di credere nei fantasmi, ossia di aver saputo che chi ha organizzato quella rapina è stato una vecchia conoscenza dei due, Bill Sant’Antonio (impersonato da un magistrale Frank Wolff), cosa incredibile visto che 10 mesi prima Doc lo aveva ucciso lo stesso. Così, in una serie di ricordi, Doc inizia la sua personale e lenta vendetta, venendo a sapere successivamente dalla bella e sempre ubriaca Rose (Gina Rovere) che nel paese si è diffusa la falsa notizia che lui avesse rubato, dopo aver ucciso Bill, tutti i malloppi delle rapine fatte da quest’ultimo, cosa che ha fatto scatenare la serie di persecuzioni contro il nostro “eroe”. Invece, Earp, ex-scagnozzo di Bill come lo era proprio Doc, è interessato più che altro a ridare i 300000 dollari alla compagnia in cambio ovviamente di una ricompensa, cosa che purtroppo non piace proprio a Doc, che vuole intascare i legittimi 10000 che il suo ex-capo gli rubò in modo da organizzare un funerale con i fiocchi.

 3. ANALISI SCENE.

 In questo film, le scene da ricordare sono a mio avviso moltissime, e tutte orchestrate da una colonna sonora sempre puntuale e coerente, composta da Angel Oliver (al secolo Carlo Rustichelli) e diretta da Bruno Nicolai. Una delle migliori degne di menzione è rappresentata dalla lunghissima partita di poker, in pratica una delle primissime scene del film, la quale vede 4 giocatori non proprio raccomandabili più uno misterioso che non viene mai inquadrato, e che nei primi momenti tira fuori i soldi rispondendo sempre e comunque con un beffardo “d’accordo”, quasi a sfidare tutti i suoi avversari. Ma ad un certo punto uno di loro, privo ormai di contanti, mette sul banco una pipa, subito tolto dal misterioso giocatore, il quale però deve fare i conti con gli altri, che intanto garantiscono per il suo compagno. Ed è proprio in questo momento che l’inquadratura della telecamera si sposta finalmente sul viso di Doc, come ad annunciare l’arrivo di una pioggia di proiettili che presto si scatenerà. Lui non può altro che fare che garantire l’avversario con un pacco di contanti, ma non ci sta, e tenta di prendere tutti i soldi sul banco, però la prima pistola del film si fa viva proprio ora, ed è diretta contro Doc, anche se comunque non gliela dà vinta grazie ad un coltello tirato nella fessura del grilletto il quale gli permette di volgere l’arma contro il suo nemico. E subito dopo, mazzate pronte per l’uso, tra pistolettate e scazzottate violente ed intense, presentando un Terence Hill ben diverso da quello simpatico che sarà amato pure dai bambini di tutta Italia.

 Ben gestita è anche la serie di ricordi che attanaglia Doc, introdotta dal leggero fuoco del bivacco, guardato con un miscuglio di dolore ed odio, dopo che il suo amico Earp gli avesse domandato cosa successe esattamente nella notte in cui Bill conobbe la morte. Una valanga di pistolettate si sussegue nervosa e maledetta, ben 5 ex-scagnozzi di Bill cercano invano di uccidere il “ladro” e tra l’altro nei posti più vari, ultimo un appartamento proprio quando Doc si sta facendo il bagno con taglio di barba incorporato, dimostrando una furbizia del nostro veramente encomiabile. Ma perché il fuoco di un leggero bivacco gli ha provocato questa serie di fulminanti scene? Perché l’edificio in cui ci fu il duello, brevissimo forse proprio perché “falso” ma puntellato da un lungo discorso di Bill che sa tanto di un addio solo apparente (“chissà che questo non sia il più colossale di tutti.”), venne bruciato dai suoi scagnozzi per ordine suo, scena che comunque avviene prima delle pistolettate di cui sopra.

 Bellissima è a mio parere anche la scoperta del covo dei banditi del treno da parte di Doc. L’inquadratura è direttamente sul nostro “eroe”, con sullo sfondo un ambiente spoglio e desolato, proprio come la vita senza meta e piena di morte di Doc, ed un cielo semi-notturno, perché perseguitata e senza pace è stata fatta diventare la sua stessa vita. Doc è nascosto, un buon numero di cavallerizzi escono dal covo, permettendogli così di entrarci lentamente, fino a che non incontra 3 guardie, 2 giocano a poker, mentre l’altro suona la chitarra. Qui avviene quello che considererei un fantastico gioco di suspence, determinato anche da un canto accompagnato da un triste arpeggio. Sembra una musica mortuaria, come per rappresentare in sintesi le persecuzioni, le beffe che Doc ha dovuto sopportare in tutti questi 10 mesi di agonia. Un pezzo di legno del tetto di una casupola sui cui Doc cammina si spezza. La musica così si interrompe ed il chitarrista si trasforma in pistolero. Non vede niente di sospetto, se non un gatto bianco-nero che gli si avventa improvvisamente contro, ma, sfortuna sua, viene ucciso. L’evocativa musica riprende, e Doc entra in un edificio, ma l’oro che cerca non c’è. Deve controllare tutto con molta cautela, e così decide di salire delle scale, ma queste stanno proprio a vista delle 3 guardie. Lento, inesorabile e sprezzante del pericolo è il cammino di Doc, eppure non viene visto (ti credo, anche perché 2 di esse indossano il sombrero). Apre un’altra porta. Viene inquadrata una trappola, ed il nostro la prende in pieno con entrambi i piedi, mentre una gigantesca roccia, legata alla corda, cade per il peso che adesso deve sopportare. La calma è finita, ed ora avviene uno dei punti secondo me più assurdi ed originali del film: una vera e propria scazzottata selvaggia con Doc a testa in giù, e per qualche secondo l’ha anche vinta, cercando di strozzare il baldanzoso musicista-pistolero. Doc bastonato, le guardie massacrate. Sì, perché miracolosamente sbuca dal nulla Earp, che poco dopo sarà protagonista dello sforzo epico di trasportare la pesante cassa dell’oro, sforzo a cui collabora, ma in negativo, quasi divertito alla vista di un Earp sofferente, Doc, tramite parole come “segui i miei stivali”, “Bill ti considerava solo un ammasso di muscoli”, “Sei uno sporco lurido vigliacco”. Queste ultime due sono servite in pratica a spronarlo a scendere senz’aiuto le scale con tanto di cassa, in modo da seppellirla qualche ora dopo, lontano dal covo. Da notare il divertimento sadico del personaggio di Terence Hill che poi, seppur in maniera più allegra, entrerà a far parte del campionario della coppia.

 Anche la scena della “resa dei conti” fra i due credo che contenga alcune loro chicche che negli anni a venire saranno perfezionate (avete presente “Più Forte Ragazzi!”?). Infatti, dopo aver seppellito la cassa, Earp, da agente assicurativo com’è, tenta di convincere il suo compagno a restituire ai legittimi proprietari il denaro rubato in cambio di una percentuale. Ma è proprio quest’ultima parole che non piacciono a Doc, desideroso di riprendersi i famosi 10000 dollari che gli deve Bill. Così, ad Earp incominciano a prudere le mani, proprio per convincerlo, ed in tal modo ne esce una scazzottata un po’ impari: Doc agisce grazie alla sua grande agilità ed alla sorpresa e l’intelligenza (con un po’ di ironia), mentre Earp ha dalla sua “soltanto” un’immane e spaventosa potenza. Alla fine avrà la meglio quest’ultima con un sol colpo ben assestato sulla spalla sinistra di Doc (benché curiosamente nelle scene successive lo si vede avere l’occhio sinistro gonfio, ma vabbè..). Ed è qui che avviene un fattaccio: Earp, dopo la “vittoria” si rinfresca la testa al fiume, ma la vista gli si è annebbiata, a seguito probabilmente del colpo violento ricevuto in piena faccia. L’inquadratura in tali momenti si rivolge a Doc, forse per controllare che non si svegli con annesso colpo a tradimento. Poco dopo però, l’inquadratura è di spalle ad Earp, contro cui viene rivolto un fucile. Mi dispiace, ma sono arrivati gli uomini di Bill! Presto, tortura sarà per voi, Doc ed Earp!

 Come non citare inoltre l’inquietante scena del deserto, quello in cui si vede Doc camminare stanco e dolorante, con le mani legate e la corda attraverso il collo a mo’ di guinzaglio? Il suo boia, l’avido ed ingenuo Bud, colui che gli è stato ordinato dal suo capoccia di non pensare, colui che diede a Doc la pistola che uccise Bill, colui che disse ai suoi vecchi compagni che fu per la verità il nostro “eroe” a rubare il bottino delle varie rapine portate a termine dalla banda di Sant’Antonio, si è fatto convincere dallo stesso Doc a riprendere solo per sé l’oro rubato, portandolo a destinazione. Si vede Terence con la faccia, completamente rovinata dalla polvere e dall’accecante sole, subendo così una tortura aggiuntiva, dopo quella dell’acqua. Si è arrivata insomma a destinazione, Bud intima a Doc di scavare ma prima lo slega. Lui per un po’ lo fa, prendendo di nascosto un coltello che precedentemente avevo messo proprio nella sabbia, che tiene dietro la mano destra a cui è affidata un’inquadratura minacciosa, con le dita che quasi ci giocano, come a voler prendere per i fondelli Bud. Ma questo non è un uomo così intelligente. Doc intima che adesso è lui che deve scavare, ma non ci può stare. Doc per convincerlo che ha trovato la cassa leva un po’ di polvere che la copriva, e così Bud, tutto radioso ed affamato, si prepara ad uccidere, e così Doc gli proferisce senza pietà: “Lo sai che sei una stupida carogna?”. Il nostro è più svelto. Il coltello profana il collo dell’ingenuo pistolero, ora soffocante e senza parole. Ed ecco dei primi piani magnifici per Doc: occhi taglienti, malvagi, violenti, paiono intimare all’ormai morente di piantarsela di tenere la pistola in pugno, così da ritornare nel posto da dove è venuto: l’Inferno.

 Se a Doc è toccata la tortura dell’acqua, al suo compagno non ne è stata data sicuramente una migliore. Infatti, Earp ha dovuto sopportare i ferri roventi, per il buon divertimento del suo idiota boia Taco. Devo far notare che Bill gli ha ordinato che nessuno deve entrare od uscire dalla stanza del dolore, probabilmente per paura delle ritorsioni dei suoi scagnozzi (un po’ come Bud ha cercato di fare prima), dicendogli persino di “lavorare coscienziosamente”, frase che mi risulta di un’ironia assurda e molto nascosta, anche perché in pratica nega gli ordini precedenti, compreso torturare Earp. Le ritorsioni in effetti avvengono, alcuni uomini di Bill cercano di spalancare la porta pure con l’ariete, e così Earp possiede sia uno svantaggio che un vantaggio: da un lato infatti deve fare una corsa contro il tempo per liberarsi, in modo da non essere preso e/o ucciso dagli scagnozzi infuriati; dall’altro, può farlo liberamente anche perché Taco è distratto dai suoi compagni, dato che fra l’altro imbraccia un bel fucile per farli allontanare. Alla fine, Earp ce la fa, ha spezzato al centro il legno su cui le sue mani sono legate. Così, chiama Taco, pregandolo di avvicinarsi. Personaggio di un’idiozia cosmica, la sua testa viene praticamente schiacciata dagli ormai 2 pesanti pezzi di legno. La porta viene spalancata, e poco dopo avverrà una sparatoria sui generis e piuttosto rapida, nonostante le iniziali condizioni da disarmato del nostro Earp. Pietà praticamente nulla e così deve essere!

Devo dire che la tortura dell’acqua e del fuoco mi hanno sollevato una riflessione a mio avviso interessante, ipotizzando così un certo simbolismo, che probabilmente potrà apparire a qualcuno un po’ forzata. Infatti, nel film, se ci si fa caso, spesso è il personaggio di Terence Hill che porta fuori dai guai il suo compagno, che rispetto all’altro è forse quello che ne combina di più. Per esempio, è Doc che lo sprona a scendere le scale per non essere seppellito dalla cassa; è in pratica lo stesso Earp che provoca la cattura della coppia, avendo portata a compimento l’idea non proprio azzeccata della scazzottata, rallentando così il cammino e facendo rischiare in questo modo cara la pelle; ed è sempre lui che compie una mossa che considererei idiota durante il gran finale. Ma che c’entra tutto ciò? Nonostante Doc odi l’acqua, il suo simbolo può essere forse essa stessa, dato che elimina gli effetti distruttivi del fuoco, ossia del suo amico, seppur d’altro canto bisogna dire che è quest’ultimo che salva Doc dalle 3 guardie, è lui stesso che a sua volta lo sprona a buttarsi nel fiume per allontanare sempre di più le proprie tracce.

 Ed adesso andiamo a “scartabellare” proprio il gran finale, a mio avviso il perfetto climax per un film più che ottimo. Lento e meditato come tradizione dello spaghetti-western insegna, riprende in pratica dal duello da cui più o meno tutto è nato, e viene tra l’altro architettato dallo stesso Doc in una maniera che definirei molto leale, nonostante l’odio che lo lega a Bill. Infatti, il meccanismo è molto simile alla fonte originaria. Se in questa i duellanti si scontrarono in un saloon che intanto bruciava bellamente, adesso l’ambiente scelto è roccioso ma presto salterà, grazie alla dinamite la cui miccia è stata “caricata” dal sigaro di Doc. In questo modo, non è sicurissimo che il suo nemico muoia. Poco dopo comunque, i due lentamente si allontanano l’uno dall’altro, mooolto lentamente, inquadrando loro i piedi che spesso si scontrano con dei sassi, dando quasi la sensazione che prima o poi qualcuno scivoli. Ma nella scena entra Earp, che vuole controllare se nella cassa ci sia ancora l’oro. Purtroppo, essa sta proprio vicina a Bill, come a prenderlo in gioco, e fra l’altro Earp non è attento, imbraccia un fucile ma non sta attento lo stesso. Credo che qui Frank Wolff sia al suo massimo. Si vede che se la sta letteralmente facendo sotto, suda che è una bellezza, controlla sia il goffo Earp, che lo sta “aiutando” per la discesa, che la miccia, che intanto si avvicina inesorabilmente verso i barili di dinamite. Ovviamente non vuole aspettare, e così l’inquadratura si sposta tra l’idiota Earp e la mano destra di Bill che cerca di prendere una pistola all’interno della camicia, ed in questo modo deve stare attento a Doc, che pare non aspettare altro. Bill si gira di poco, spara a tradimento ad Earp, prendendolo comunque di striscio intorno alla testa, Doc gli lancia rapidamente un coltello sul colpevole braccio destro. Il tormento di Bill ritorna. Il duello deve avere fine. Altra attesa. Lui guarda sia la miccia che il suo avversario con una paura assurda, mentre Doc lo guarda con odio e senza nessuna pietà. La miccia è quasi pronta per far piazza pulita. Le pistole, minacciosamente inquadrate anch’esse seppur per tempi brevissimi, vengono estratte, ma Doc colpisce più velocemente colpendo entrambe le mani di Bill. “E adesso striscia da pari tuo”. Il nostro eroe se ne va. Bill deve lottare, striscia impotente come un verme fino alla dinamite, in modo da staccare la miccia al barile. Diventa come un ratto, animale portatore di malattie, falso frammento umano destinato alla morte. Esplosione, corpo frantumato in mille pezzi. Addio. E’ veramente “qui” che “giace Bill Sant’Antonio, il più grande pistolero del mondo”, e che “Dio lo uccise a tradimento, altrimenti no” (è questa la lapide posta nel suo finto funerale, lapide beffarda e profetica date le ultime 2 parole).

 4. CARATTERIZZAZIONE DEI PERSONAGGI.

 Considero veramente ottima la caratterizzazione dei personaggi, così veri e profondi. Da questo punto di vista mi hanno colpito in particolar modo Doc e Bill.

Il primo in pratica rappresenta il più tipico avventuriero solitario in giro per il selvaggio West, una via di mezzo tra Franco Nero (non a caso Terence Hill ha interpretato in “Preparati la Bara” un certo Django, personaggio usuale dello spaghetti-western reso famoso dallo stesso Franco Nero nel film omonimo del ’65) e Clint Eastwood, e quindi aspettatevi sia un’ironia pungente e mai scontata (Doc ha sempre la battuta pronta) che una glacialità calcolatrice, e talvolta pure un cigarillo in bella mostra. Il nostro è silenzioso, ha gli atteggiamenti ed i modi di un figlio di puttana, non poche volte si prende gioco addirittura del suo compagno, sa essere autoritario e tremendamente coraggioso, e quando c’è da subire neanche si lamenta, pare invece accettare i torti, conscio del fatto che fanno parte della legge del West, usandoli talvolta a proprio vantaggio (come il fatto che sia un baro). Paradossalmente però, sa essere leale, a volte a modo suo (il duello con Bill mi sembra esemplificativo a tal proposito) però si porta appresso il pallino di prendere con sé una buona parte della rapina in treno, ed inoltre sa essere pure egoista (nella scena in cui si decide di scovare il covo ci va da solo, prendendo in prestito il cavallo del suo compagno). Ma con la pistola è senza pietà, diventa una macchina da guerra che non si può letteralmente fermare, anche senza l’arma (come nella scazzottata a mani nude ed a testa in giù).

 Considerando il fatto che negli spaghetti-western di solito le differenze fra i buoni ed i cattivi sono minime, ragion per cui questi due termini si confondono, l’antagonista di Doc gli è a tratti molto simile. Bill è però tremendamente più beffardo, alle volte parla a Doc come se fosse un bambino che deve ancora imparare la lezione, sa di avere il potere e quindi lo usa di conseguenza, spesso in maniera severa, ha il vizio di sorridere abbastanza spesso ma il suo sorriso ha la puzza della malvagità e della beffa (similmente al suo nemico), sa essere ironico, molte volte in modo probabilmente più elegante (come nella scena del primo duello – “chissà che questo non sia lo scherzo più colossale di tutti”, avvisando quindi un po’ circa la sua “resurrezione” – od in quella in cui dà disposizioni a Taco), ma stranamente ha paura della morte (il duello finale è spaventoso anche per questo) diversamente da Doc, che al massimo esterna malinconia, mai paura.

 Interessante a mio parere è anche la parte di Bud Spencer, il cui personaggio riesce a dare una marcia in più, spesso comica, che in uno spaghetti-western in fin dei conti piuttosto classico fa la sua bella figura. Il tono leggero al film lo dà già per esempio in una delle primissime scene, in cui Earp entra nel saloon poco prima ripulito da Doc. Entra chiedendo qualcosa da mangiare all’oste, impersonato da un magnifico e sonnolento Remo Capitani, che però rifiuta, dato il suo umore dopo la scazzottata di cui si è reso purtroppo testimone. Stessa richiesta, stesso rifiuto. E così gli arriva un’epica botta (tra l’altro vera!) che lo spinge violentemente contro tutte le bottiglie (vere anch’esse!) finite di sistemare amorevolmente qualche momento prima! Un’altra scena che farà parte del Bud Spencer conosciuto da tutti è quella in cui, appena entrato in una stanza dell’hotel del paese, si stiracchia allegramente grattandosi la testa, per poi mettersi finalmente a letto…caricando giustamente la pistola. Oppure come non citare fra le altre il suo rifiuto lamentoso – “Eh nooo!” – non volendo seppellire la cassa nel deserto per farsi così un’altra distruttiva camminata, prima fatta di notte anche sulle scale ma stavolta in mezzo al sole? Earp è quindi il personaggio che, insieme forse all’oste, regala a tutto il film una leggerezza originale la quale non ci sarebbe stata sicuramente senza di lui, visti i toni seriosi e duri del primo Terence Hill in salsa western. Ed in un certo senso si può dire che, a parte certa sua stupidità, il vero buono, il vero eroe della pellicola è probabilmente lo stesso Earp. Infatti, lui è completamente dentro la legge (è proprio lui che propone a Doc di acciuffare Bill Sant’Antonio e la sua nuova banda), cerca di difenderla lealmente facendo la stessa cosa con la dignità delle vittime, a tal punto da controllare durante il duello finale se nella cassa ci sia ancora l’oro, finendo però per dimenticare il pericolo che ha di fronte. E’ corretto e fedele con il suo amico, nonostante Doc lo prenda un po’ troppo per i fondelli, e non s’impiccia neanche con il suo passato, magari per sapere cosa successe quella notte con Bill.

La caratterizzazione dei personaggi di Doc ed Earp non mi sembra inoltre del tutto casuale. Devo segnalare a questo proposito che il film nacque praticamente da una favola: “Il Cane, il Gatto e la Volpe”, dove il cane è Earp, il gatto Doc e la volpe Bill. Infatti, guarda caso, il cane è comunque sempre fedele al padrone (anche se Doc non è un padrone e non credo voglia esserlo), sa sopportare (a volte fin troppo) le angherie e non si ribella al sistema umano, nel caso di Earp alla legge, centro di tutto. E pare dipendere da Doc per molte cose, magari dopo aver combinato qualche guaio, o semplicemente dopo averlo lasciato intendere.

 Doc invece vuole vivere completamente libero ed ai margini della legge eppure si sa accontentare di ciò che essa gli dà, è dispettoso ed agile (ricordo che durante la lunga scena della scoperta del covo, precisamente quando compare il gatto, questo che pare gli salvi la vita, forse accorgendosi che un suo compagno “felino” è in pericolo), e quindi è molto silenzioso, proprio come un gatto.

 Infine, Bill è astuto, si fa credere morto anche per levarsi di torno tutta la gente che lo perseguita essendo un fuorilegge con i fiocchi (specie questa molto ricercata e temuta), ergo si nasconde continuamente, e quindi alla fine è una specie di animale notturno pur aggirandosi indisturbato dove vive, uccide senza scrupoli ed a tradimento, devastando letteralmente i posti in cui c’è qualcosa che lo stuzzica violentemente e, fatto rilevante, alla resa dei conti finisce per farsi fregare in un certo senso con le sue stesse armi, similmente all’idea popolare e fiabesca che si ha della volpe.

 5. I “BACHI”.

 Adesso però devo segnalare qualche difettuccio che si fa vedere qui e là, solitamente di natura scenografica, in parte comunque spiegabili dato che tale film, come molti del suo stesso genere, fu una produzione a basso costo.

Prima di tutto, durante la partita a poker tra Doc e Bill, ad un certo punto l’inquadratura finisce sul primo, ma inspiegabilmente in questo momento la luce non è fioca, anzi, l’ambiente è ben illuminato, e fra l’altro il nostro non porta magicamente il cappello, per poi ritornare subito come prima!

 Durante l’incontro segreto tra la bella Rose e Doc, la donna se non sbaglio diventa lucida di botto, seppur prima fosse completamente brilla!

 Inoltre, quando lei racconta che cosa è successo dopo la morte di Bill, nei ricordi viene inscenato il suo funerale. Solo che qui c’è un errore storico: tra la fine dell’’800 e la fine dell’’900 i funerali negli Stati Uniti venivano assistiti dalle cosiddette brass bands, bande musicali progenitrici del jazz (in una di esse ci suonò a tal proposito anche un certo Louis Armstrong) e formati da meticci e/o neri, e che andando verso il cimitero suonavano sempre dei lenti tristi, mai dei pezzi veloci ed allegri, ma da queste parti avviene anche questo, seppur questi ultimi venissero suonati realmente dopo aver musicato il seppellimento della bara. Fra l’altro, a quanto mi risulta, i pezzi più veloci erano accompagnati sempre e comunque da una folla festante ed “ubriacona”, cosa che al contrario nel film non succede. Da un certo punto di vista però il primo soprammenzionato errore storico credo si possa giustificare se si pensa che a Bill gli scherzi sono sempre piaciuti…a parte il fatto che Doc fosse un baro.

 Altro errore scenografico riguarda la scena del messaggero di Doc, andato a chiamare Bill per finire la vecchia partita di poker. Il vecchio messaggero, andando a cavallo, improvvisamente becca in pieno una trappola della banda di Bill, ed in tal modo gli sfugge il cappello che prima indossava. Però, un momento dopo, levata dai piedi la controfigura, il nostro se lo porta nettamente in testa!

 6. CONCLUSIONI.

 Insomma, siamo alla fine di questa ciclopica ed angosciante recensione. Che dire? “Dio Perdona…Io No!” rispetta a mio avviso tutte le regole dello spaghetti-western aggiungendoci sopra quel pizzico di leggerezza che lo fa diventare piuttosto originale. Qua viene rispettata perfino l’usanza del nome americanizzato, e guarda caso fu il primissimo film in cui Mario Girotti scelse di farsi riconoscere, basandosi sulle iniziali del nome e del cognome di sua madre, d’ora in avanti come Terence Hill, e stessa cosa per Carlo Pedersoli che volle combinare due delle sue grandi passioni, ossia la birra Budweiser e l’attore statunitense Spencer Tracy. Per essere poi addirittura il primo film da regista del grande Giuseppe Colizzi (anche responsabile del soggetto e della sceneggiatura), uscito 3 anni prima dall’esperienza catastrofica come produttore di “Le Belle Famiglie” di Ugo Gregoretti, il risultato non fu per niente deludente, anche perché il suo lavoro venne accompagnato da una colonna sonora a mio parere perfetta e tra l’altro varia e fantasiosa (la quale è evocativa e “celestiale” durante le bellissime inquadrature paesaggistiche), e dalla fotografia di un ispiratissimo Alfio Contini. Inoltre, non scordiamo che tale film fece pure paura al botteghino, essendo stato alla fine del 1967 la prima produzione italiana ad aver incassato la bellezza di 2 miliardi e 67 milioni di vecchie lire. E così venne incominciata un’epoca!

 Voto: 92

 Flavio Adducci

 Fonti:

 http://www.wikipedia.it (anche sezione “wikibooks”);

 http://www.naturamediterraneo.com;

 “Jazz – La vicenda e i protagonisti della musica afro-americana” di Arrigo Polillo;

 “Dizionario del Western all’Italiana” di Marco Giusti.