Sudan, un paese a rischio secessione

La crisi legata alle elezioni sudanesi è sintomatica del fragile accordo di spartizione dei poteri che dovrebbe garantire il referendum dell’anno prossimo sulla secessione – scrive la giornalista inglese Julie Flint

Le elezioni sudanesi che inizieranno il prossimo 11 aprile, nonostante gli intrighi del Partito del Congresso Nazionale (PCN) guidato dal presidente Omar al-Bashir, e malgrado l’incertezza e l’indecisione dell’ultimo minuto dei partiti d’opposizione, non sarebbero comunque mai state un esercizio di dialettica democratica.  E questo non era neppure il loro scopo.

Esse erano state concepite non come una sfida ai centri di potere del Sudan, una competizione popolare aperta a tutti nella quale avrebbe vinto il migliore, bensì come un’affermazione del partenariato tra il PCN e il Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese (MLPS) – i due partiti che avevano posto fine a due decenni di guerra civile firmando il Comprehensive Peace Agreement (CPA, anche noto come Trattato di Naivasha) del 2005, e che poi formarono un governo di unità nazionale che da allora ha mantenuto, per lungo tempo, la pace tra il Nord e il Sud.

Le elezioni, uno degli elementi del trattato, sono state una richiesta dei partner internazionali dei partiti sudanesi che avevano preso parte al processo del CPA – fortemente volute dagli Stati Uniti. I sudanesi non le volevano, in parte per paura di ciò a cui stiamo assistendo ora – ben lungi dall’essere un passo avanti lungo la strada verso la svolta democratica del Sudan, esse invece hanno rischiato di essere destabilizzanti, e persino controproducenti.

Come Salva Kiir, leader dell’MLPS, presidente del governo autonomo del Sud Sudan e primo vicepresidente del governo nazionale, ha detto agli interlocutori internazionali la settimana scorsa (mentre le elezioni erano appese a un filo, le alleanze si erano fatte tese e il caos incombeva): “Siete stati voi a volere queste elezioni – non noi!”

Durante gli ultimi cinque anni, gli attori internazionali che hanno insistito sullo svolgimento delle elezioni si sono interessati, nel complesso, a una cosa sola (quando non erano concentrati esclusivamente sul Darfur): il referendum del gennaio 2011 con il quale i sudanesi meridionali decideranno se restare in un Sudan unito o andarsene per conto proprio. E, nel caso in cui si voti in favore dell’indipendenza, a come garantire che la separazione sia consensuale e nonviolenta.

Le elezioni dovevano essere una convalida dell’alleanza tra PCN e MLPS, che avrebbe condotto a questo voto importantissimo – e che, si sperava, avrebbe continuato a fornire stabilità anche in seguito. Esse avrebbero potuto ampliare la base del governo di unità, ma non dovevano in nessun caso essere una minaccia ad esso. La democratizzazione dell’apparato statale, una componente fondamentale del CPA, e di straordinaria importanza per i sudanesi del Nord data la probabile secessione dei sudanesi meridionali, non è stata trasformata in una priorità.

Adesso, a meno di una settimana dall’apertura dei seggi elettorali, regna la confusione.

Alcuni potrebbero obiettare che il primo passo che ha deviato dal tacito accordo che avrebbe consentito alle elezioni di procedere senza intoppi è avvenuto quando l’MLPS ha annunciato che avrebbe sfidato il Presidente Bashir alle elezioni per la presidenza nazionale – nonostante il PCN avesse annunciato che non intendeva sfidare Salva Kiir per la posizione analoga nel Sud Sudan. Il PCN ha chiesto all’MLPS di ripensarci. L’MLPS ha rifiutato, e il suo candidato – Yasir Arman, un settentrionale – ha iniziato la sua campagna con un’incredibile energia ed entusiasmo.

Molti credevano che avrebbe fatto un buon lavoro. Non avrebbe sconfitto Bashir – l’incriminazione del presidente da parte della Corte Penale Internazionale assicura che Bashir farà qualunque cosa egli ritenga necessaria per restare nel palazzo presidenziale, rivendicando la propria legittimità. Ma Arman potrebbe sollevare un bel polverone, e potrebbe persino costringere ad un secondo turno elettorale.

La successiva decisione di Arman di ritirarsi dalla corsa presidenziale, dopo aver denunciato possibili brogli, ha colto di sorpresa i partiti d’opposizione del nord e ha messo in moto una sconcertante sequenza di boicottaggi, boicottaggi parziali, semi-boicottaggi, e non-boicottaggi che è tuttora irrisolta. Al momento, l’unica certezza è l’incapacità dell’opposizione di mettersi d’accordo su qualsiasi cosa – persino sul restare uniti contro il PCN. Mentre si agita, senza fare né l’una né l’altra cosa, l’opposizione si è accorta di ciò che avrebbe già dovuto sapere: il resto del mondo si preoccupa di più della pace Nord-Sud e del referendum di quanto non si curi delle elezioni e della democrazia.

A prescindere da chi eventualmente deciderà di boicottare le elezioni, a qualunque livello, questo mese il presidente Bashir verrà rieletto. Le elezioni locali – per le assemblee, i parlamenti locali e i governatori – saranno molto più competitive quasi ovunque, tranne che in Darfur, e in alcuni luoghi il PCN ne uscirà indebolito.

Il conflitto latente in Darfur potrebbe infiammarsi nuovamente: la maggior parte dei due milioni e 700 mila profughi si sono rifiutati di sottoporsi al censimento, preoccupati di poter legittimare la loro espulsione dai loro villaggi: come conseguenza, circa la metà della popolazione del Darfur non avrà accesso al voto. Mentre mancano solo nove mesi al referendum, nove mesi durante i quali cercare di rendere “attraente” l’unità, l’istinto degli attori internazionali sarà quello di andare oltre, superare le prossime elezioni pacificamente – e di non guardare indietro, rammaricandosi dei difetti delle ultime.

Julie Flint è una giornalista inglese indipendente; nel 2004 ha contribuito alla redazione del rapporto “Darfur Destroyed” di Human Rights Watch

Traduzione a cura di Medarabnews.com