La Russia e l’ infinita questione caucasica

Il Caucaso del Nord – una terra in gran parte pacificata, secondo la recente retorica di Mosca – è tornato all’improvviso a far parlare di sé a partire dalla fine del mese scorso. Due attentati suicidi alla metropolitana di Mosca, il 29 marzo, hanno causato una quarantina di vittime e più di 100 feriti, facendo scalpore in tutto il mondo non solo per aver colpito il cuore della capitale russa, ma anche perché a portarli a termine sono state due donne. Nei giorni successivi, altri attacchi, alcuni dei quali compiuti ancora una volta da attentatori suicidi, si sono registrati nelle province caucasiche del Daghestan e dell’Inguscezia.

Gli attentati di Mosca sono stati rivendicati da Doku Umarov, separatista ceceno che si definisce successore di Abdul-Halim Sadulayev (ucciso dai servizi di sicurezza russi nel 2006) e leader dell’Emirato del Caucaso, un’entità che dovrebbe unificare il Caucaso del Nord in un unico stato islamico indipendente da Mosca. Tali attentati probabilmente costituiscono una vendetta per le recenti operazioni condotte dai servizi di sicurezza russi, che hanno portato all’uccisione di alcuni importanti leader islamici.

Questi attacchi terroristici rischiano di fomentare nuovo odio a sfondo etnico in Russia, contro i ceceni in particolare, e contro le popolazioni caucasiche in generale, ma anche di far sorgere in qualcuno la tentazione di puntare il dito contro l’Islam in generale, o di teorizzare l’esistenza di legami organici tra i movimenti islamici del Caucaso e l’organizzazione di Osama bin Laden, ipotizzando l’esistenza di un movimento jihadista globale e unitario, che colpisce in Pakistan e in Afghanistan come nel Caucaso e altrove.

Gli attentati di Mosca e le turbolenze registratesi nelle ultime settimane nel Caucaso si inseriscono invece nella storia del travagliato rapporto fra lo stato russo e la periferia caucasica, e – se si restringe lo sguardo agli ultimi anni – sono il risultato del fallimento delle politiche adottate dal Cremlino, ed in particolare della cosiddetta politica di “cecenizzazione” del conflitto, in corso ormai da anni nella regione.

Come scrisse Christian Caryl (Mysteries of the Caucasus, The New York Review of Books, 11 marzo 2004), da un lato la regione caucasica ha caratteristiche che l’accomunano ad altre aree di crisi del continente asiatico e del mondo islamico: la presenza di conflitti etnici, l’esistenza di una struttura sociale clanica e tribale, la diffusione di movimenti islamici estremisti, nel contesto di una battaglia globale per il controllo delle risorse energetiche.

Dall’altro, il Caucaso rappresenta una zona relativamente periferica del mondo islamico, che ha una storia a sé, sia a causa della sua conformazione montuosa, sia in ragione della sua collocazione geografica che ne fa uno spartiacque (“un filtro”, scrive Caryl) fra Europa e Asia, la cui struttura sociale e culturale è il risultato delle stratificazioni successive di diverse civiltà eurasiatiche. Come tale, il Caucaso è un mosaico etnico, linguistico e culturale estremamente complesso.

L’impero russo conquistò il Caucaso all’inizio del XIX secolo, pur non riuscendo mai a sottomettere completamente le tribù della Cecenia e del Daghestan. Le aspre guerre per assoggettare definitivamente il Caucaso del Nord rappresentarono tuttavia un’eccezione nel rapporto relativamente pacifico che si instaurò fra la Russia zarista e il mondo musulmano. Le gerarchie islamiche furono infatti integrate nell’impero, che si mostrò generalmente tollerante con l’Islam.

A partire dagli anni ’20 del secolo scorso, i comunisti sovietici cominciarono invece a sradicare le istituzioni islamiche che erano divenute parte integrante dell’impero zarista nel XIX secolo.

Ma la tragedia cecena e di tutto il Caucaso doveva ancora consumarsi in tutta la sua drammaticità. Nel 1944 Stalin ordinò la deportazione dell’intero popolo ceceno, accusato di complicità con Hitler. Alla base dell’accusa vi erano alcune spinte indipendentiste cecene, sebbene i tedeschi non avessero mai raggiunto il Caucaso, e gli stessi ceceni avessero combattuto nell’Armata Rossa. Dopo i ceceni, altre popolazioni musulmane del Caucaso seguirono lo stesso drammatico destino.

Trentacinque anni più tardi, con il crollo dell’Unione Sovietica si ebbe un revival islamico in tutti i territori ex comunisti a maggioranza musulmana, compreso il Caucaso del Nord, che continuò a far parte della Federazione Russa a differenza di altre repubbliche divenute indipendenti. Il tentativo ceceno di ottenere l’indipendenza sulla scia delle altre repubbliche ex sovietiche provocò l’intervento militare del governo di Boris Eltsin, il quale diede inizio a una guerra che provocò tra i 50.000 e i 100.000 morti.

Fu nella Cecenia devastata dalla guerra, nei primi anni ’90, che cominciarono a fare la loro comparsa le idee wahhabite. Esse promuovevano una rigida lettura dell’Islam incentrata sull’interpretazione letterale dei testi sacri e sul rifiuto delle tradizioni islamiche sviluppatesi nei secoli successivi alla rivelazione del profeta Muhammad.

La diffusione del wahhabismo, originario dell’Arabia Saudita, aveva avuto grande impulso grazie alla guerra di liberazione dell’Afghanistan occupato dai sovietici. Questa guerra si era protratta per circa dieci anni, concludendosi con il ritiro dell’Armata Rossa nel 1989, ed aveva accelerato la caduta del blocco comunista.

Migliaia di mujahidin arabi e musulmani erano accorsi in Afghanistan da tutto il mondo islamico per combattere l’ateismo sovietico, grazie ai finanziamenti ed all’indottrinamento dell’Arabia Saudita e del Pakistan, e con il sostegno degli Stati Uniti e di tutto l’Occidente. A guerra conclusa, questi militanti islamici fecero ritorno nei loro paesi d’origine portando con sé le idee wahhabite.

Malgrado la comparsa del wahhabismo nel Caucaso, l’indipendentismo ceceno degli anni ’90 ebbe però una base etnica e nazionalistica, e non religiosa. L’Islam tradizionale del Caucaso è molto lontano dal letteralismo wahhabita, ispirandosi invece a varie correnti del sufismo, più propenso a un’interpretazione mistica e allegorica dell’Islam.

Malgrado la distruzione lasciata dall’esercito russo, il Cremlino non riuscì a ristabilire il proprio controllo sulla Cecenia, la quale tra il 1996 e il 1999 godette di un’indipendenza di fatto. Un nuovo intervento russo, questa volta sotto la presidenza di Vladimir Putin, tuttavia portò alla presa della capitale cecena Grozny nel febbraio del 2000. Decine di migliaia di ceceni morirono nella guerra, mentre gli sfollati furono centinaia di migliaia.

Ma anche i russi dovettero subire pesanti perdite. Il Cremlino impose in Cecenia un regime del terrore, uccidendo, arrestando e torturando chiunque fosse sospettato di avere legami con i ribelli, i quali, dal canto loro, adottarono brutali tattiche terroristiche.

Una nuova svolta si ebbe quando il Cremlino decise di adottare una politica di “cecenizzazione” del conflitto, lasciando mano libera al presidente ceceno Ramzan Kadyrov, purché egli si impegnasse a combattere i separatisti. Egli aveva inoltre il compito di ricostruire la Cecenia, dotandola di strade e infrastrutture, al fine di sottrarre consensi ai ribelli.

Questo sistema, protrattosi fino ad oggi, è basato sugli ingenti finanziamenti di Mosca. Kadyrov ha ricostruito il paese fondando il proprio potere sui soldi russi e sulla rete clientelare che questi soldi gli hanno permesso di creare. Progressivamente, tuttavia, egli ha anche messo in piedi un regime securitario accusato da più parti di adottare politiche brutali. Secondo le accuse di molte organizzazioni per la difesa dei diritti umani, al “terrorismo separatista” Kadyrov ha contrapposto un “terrorismo di stato”.

Nel frattempo i gruppi della ribellione hanno subito una progressiva metamorfosi, passando da un’ideologia basata sul separatismo etnico a in’ideologia pan-islamica fondata sulle idee wahhabite che hanno attecchito in misura sempre maggiore nella Cecenia devastata da oltre un decennio di guerre.

Dopo che in questi anni il livello di violenza si era sensibilmente ridotto, negli ultimi mesi – ancor prima degli attentati alla metropolitana di Mosca – si sono avuti preoccupanti segnali di ripresa degli attacchi terroristici. Sebbene complessivamente indeboliti rispetto agli anni passati, i gruppi ribelli hanno esteso le loro attività al di fuori della Cecenia, in altre regioni del Caucaso come il Daghestan e l’Inguscezia, nelle quali sono altrettanto presenti tendenze separatiste e forti risentimenti nei confronti di Mosca.

Lo scorso gennaio, il presidente russo Medvedev aveva nominato un nuovo inviato per il Caucaso del Nord, Alexander Khloponin , incaricandolo di migliorare le gravi condizioni economiche e sociali che affliggono la regione riducendo la povertà e la disoccupazione, nella speranza di indebolire le tendenze separatiste.

Medvedev ha in diverse occasioni mostrato di volersi distanziare dalle dure politiche adottate da Putin in passato nella regione del Caucaso, ed incentrate essenzialmente sull’uso della forza. Alla luce degli ultimi attentati, molti analisti si chiedono se l’attuale presidente russo continuerà a portare avanti la sua politica di maggiore apertura, o se vi sarà un ritorno alla linea dura di Putin.

Gli sviluppi nel Caucaso sono potenzialmente in grado di influenzare anche la futura evoluzione della democrazia russa. Il prevalere della linea dura potrebbe voler dire anche un’ulteriore riduzione delle libertà individuali nella Federazione Russa, in conseguenza dell’adozione di misure di sicurezza più restrittive. Secondo alcuni, ad esempio, la richiesta di riadottare la “propiska” – il documento che in epoca sovietica permetteva di registrare i movimenti dei cittadini all’interno del paese – potrebbe riacquistare popolarità.

Il vero banco di prova, per la Russia, sarà riuscire a mettere a punto delle politiche in grado di concedere autonomia e prosperità al Caucaso del Nord per evitare che questa regione diventi un focolaio di destabilizzazione per l’intera Federazione.

Autonomia, democrazia e migliori condizioni economiche all’interno della Federazione Russa potrebbero rappresentare una soluzione accettabile anche per le popolazioni del Caucaso, tenuto conto del fatto che il Cremlino non rinuncerà mai a questa regione a causa della sua enorme importanza strategica.

Alla luce della progressiva espansione verso est della NATO e dell’Unione Europea, e del crescente interesse delle maggiori potenze mondiali nei confronti delle risorse energetiche del bacino del Caspio, il Caucaso suscita le attenzioni di molti come possibile “corridoio energetico”, ed è a maggior ragione di importanza vitale agli occhi di Mosca.

Allo stesso tempo, il Caucaso è al centro di una serie di tensioni e di conflitti irrisolti. Oltre alle turbolenze nel Caucaso del Nord, bisogna ricordare la guerra in Georgia del 2008, il conflitto “congelato” tra Armenia e Azerbaigian, e la questione del Nagorno-Karabakh.

Mosca ha dunque urgente bisogno di disinnescare le potenziali minacce provenienti dalla regione caucasica adottando politiche radicalmente differenti da quelle del passato, e cercando di trovare un – seppur difficile – equilibrio tra le molteplici, ed a volte contrastanti, rivendicazioni di questo complesso mosaico di etnie e culture.

Dare una risposta adeguata a queste rivendicazioni avrebbe come primo effetto quello di contenere l’estremismo militante di ispirazione wahhabita che, anche allo stato attuale, è tutt’altro che pienamente accettato dalle popolazioni della regione, e rappresenta piuttosto una struttura sovraimposta che mal si accorda con la cultura islamica tradizionale del Caucaso.

Medarabnews