L’infanzia negata. Condannati nonni e madre iperprotettivi.

FERRARA. Si può essere condannati per il “troppo amore”? Evidentemente si, se l’amore è morboso, se costringe la persona oggetto di tante attenzioni a vivere una vita che non è vita, rinchiuso nella propria stanza e privato della libertà di interagire col prossimo.

E’ ciò che è successo con un ragazzino per molti anni, costretto a vivere nella sua “prigione dorata” fatta di play station, tv e abbonamento pay per view, ma senza la minima possibilità di uscire dalla sua stanza e di giocare coi suoi coetanei, di vivere un’infanzia normale.

Dopo un lungo e delicato processo, un giudice di Ferrara ha condannato il nonno, la nonna e la madre per maltrattamenti su un bambino oggi ormai tredicenne. La vicenda si trascina da anni tra tribunale dei minori, servizi sociali, magistrati, denunce e controdenunce.

La triste storia parla di un nonno “padre-padrone” fin troppo autoritario e possessivo, tanto da rendere suo nipote “ un suo giocattolo” e da fargli il “lavaggio del cervello”. La nonna complice delle angherie dell’uomo, e la mamma del minore, a sua volta figlia-succube della coppia di anziani, incapace di opporsi alla situazione creatasi in tutti questi anni, priva della forza di proteggere la sua creatura.

A turno le parole degli avvocati rivolte al nonno-tiranno sono state durissime: “quale adulto può essere così disturbato da negare ad un bambino di essere tale?”, chi può mai avere il cuore di tenere segregato un minore per anni “senza nemmeno permettergli di pisciare fuori casa come si fa coi cani”?

Un modo asfissiante di dimostrare il proprio affetto per il nipotino, un amore patologico che ha danneggiato la psiche del minore, rendendolo complessato, incapace di relazionarsi con il mondo esterno. “A noi va bene così, non è vero che questo ragazzo è handicappato” risponde la nonna, complice dell’aguzzino; “io faccio quello che voglio di mio nipote” ha urlato pieno di rabbia il vecchio, minacciando a brutto muso i presenti.

Sentite queste parole il giudice Silvia Marini ha emesso una sentenza durissima, in totale otto anni e mezzo di pena, da dividersi rispettivamente in: 3 anni e 6mesi per il nonno, 3 anni per la madre e 2 anni per la nonna. Il giudice ha applicato il massimo della pena previsto dal codice per questo reato, superando addirittura le richieste avanzate dal pm Elisa Bovi che chiedeva invece pene meno severe per i  tre familiari: 2 anni e 6 mesi, 2 anni e 1 anno e 6 mesi.

L’avvocato Elsa De’ Giusti, difensore dei nonni, annuncia che impugneranno sicuramente la sentenza, considerata iniqua. Del resto la difesa si era sempre strenuamente opposta alla ricostruzione dei fatti dell’accusa, che dipingeva il nonno come un “ladro d’infanzia”.

Toccante e molto efficace è stato l’avvocato Andrea Marzola, tutore del giovane, al momento della sua arringa finale, facendo riferimento ad un noto pezzo della letteratura italiana il “Padre padrone” di Gavino  Ledda, storia di un bambino costretto da suo padre a fare il pastore, ma che riesce poi a liberarsi dalla brutalità della sua oppressione: “spero che questo ragazzo abbia o trovi le risorse che ha avuto Gavino Ledda” auspica di cuore il legale.

Purtroppo questa brutta storia non è terminata, ci saranno ancora altri processi, altre udienze che costringeranno il giovane a vivere in un clima surreale, teso, senza più quella leggerezza e quell’innocenza che sono tipiche della sua età. Un’infanzia negata da chi aveva il compito di proteggerla e un futuro per sempre condizionato. A volte la realtà è tremendamente crudele.

Fabio Porretta