Nucleare, contro l’ Iran il piano B di Obama

La strategia di dialogo con l’Iran avviata da Obama subito dopo il suo insediamento è arrivata a un punto morto. Prendendone atto, l’amministrazione Usa sta ora spingendo per ottenere l’assenso di Russia e Cina a un nuovo round di sanzioni, il che sembra confermare le previsioni di chi riteneva inutile fare aperture di credito alla Repubblica Islamica. La partita, però, non è chiusa. Le sanzioni non sono infatti incompatibili con la strategia del dialogo, che resta essenziale per una soluzione della questione nucleare iraniana.

Strategia a due binari
Entrando alla Casa Bianca ad inizio 2009, Barack Obama aveva diverse ragioni per ritenere che l’apertura all’Iran fosse una scelta più saggia dell’ambivalente politica del suo predecessore. Pur facendo alcune tacite concessioni e rinunciando di fatto all’obiettivo del cambiamento di regime, l’ex-presidente George Bush non aveva mai abbandonato la retorica di guerra nei confronti dell’Iran.

Obama si era invece detto pronto, già durante la campagna elettorale, a negoziare senza ’pre-condizioni’ con gli iraniani. A muoverlo non era solo il proposito di evitare un Iran nucleare, ma anche la speranza che un’intesa accettabile sul nucleare potesse aprire la strada a un rapprochement di lungo periodo con Teheran. Questo era, in sostanza, il piano A di Obama. Che, però, se l’Iran avesse risposto picche, aveva in riserva un piano B: chiedere nuove sanzioni internazionali, facendo valere proprio la maggiore credibilità acquisita con la politica della mano tesa.

L’amministrazione Obama ha deciso di perseguire l’opzione del dialogo anche dopo la stretta autoritaria in Iran seguita alla contestata rielezione di Ahmadinejad, nonostante si esponesse così all’accusa di legittimare un regime repressivo (curiosamente nessuno ha mai sollevato il punto quando si è trattato di negoziare con il ben più repressivo regime nord-coreano). Dalla prospettiva di un riavvicinamento fra i due paesi si è però giocoforza passati a una meno ambiziosa offerta di accomodamento sulla questione nucleare.

L’intesa era sembrata a portata di mano nell’ottobre 2009, quando gli iraniani avevano accettato di inviare fino a tre quarti del loro uranio arricchito in Francia e Russia perché venisse convertito in barre (più difficili da convertire ad usi militari). L’Iran era però poi tornato sui suoi passi, provando a rinegoziare i termini dell’accordo. Il governo iraniano puntava a modificarne alcuni aspetti tecnici, ma in realtà si era irrigidito per motivazioni politiche: il programma nucleare è ormai diventato una questione di orgoglio nazionale, su cui il regime sa di poter far leva per tentare di riconquistare almeno una parte del perduto consenso interno.

Congresso all’offensiva
Già prima che Teheran provasse a cambiare le carte in tavola, il Congresso Usa era in preda a una delle sue periodiche fiammate di attivismo nei confronti dell’Iran. Tra dicembre e gennaio Camera e Senato hanno approvato a maggioranza schiacciante – una rarità nell’era Obama – due distinti disegni di legge che puntano a sanzionare le compagnie straniere che riforniscono l’Iran di prodotti petroliferi raffinati (decenni di investimenti insufficienti nell’industria di raffinazione hanno fatto dell’Iran un importatore netto di benzina). Il Congresso sta anche spingendo perché si dia più capillare attuazione alle misure Usa già esistenti che consentono al presidente di punire le compagnie straniere che investono nel settore energetico iraniano.

Anche l’amministrazione si è convinta che l’Iran si sia meritato una nuova dose di sanzioni. Ha però un buon numero di riserve nei confronti delle iniziative del Congresso. Obama teme che misure unilaterali da parte americana siano d’intralcio al lungo e delicato negoziato con russi e cinesi sul nuovo round di sanzioni da approvare in sede Onu. Gli stessi europei non sono affatto contenti: l’Alto Rappresentante per la politica estera Catherine Ashton ha messo in guardia Hillary Clinton: l’Ue è sì disposta a sostenere nuove sanzioni, ma non tali che rischino di danneggiare le compagnie europee più dello stesso Iran.

L’amministrazione sta così premendo fortemente sul Congresso perché: a) rimandi la discussione del testo finale – che deve essere approvato in forma identica dalle due camere – a dopo che il Consiglio di sicurezza Onu avrà adottato una nuova risoluzione contro l’Iran; b) conceda al presidente la massima discrezionalità possibile nell’imporre sanzioni contro compagnie di stati terzi. Avendo accolto con qualche mal di pancia la prima richiesta (almeno per ora), il Congresso potrebbe invece puntare i piedi sulla seconda.

Usa in cerca di legittimità
Per Obama mantenere la massima coesione internazionale è prioritario perché sa che la partita contro l’Iran sarà lunga e si giocherà anche sul piano della legittimità internazionale. D’altronde, né lui né i suoi strateghi militari credono nell’opzione militare. Di difficile attuazione ed incerta efficacia (le istallazioni nucleari iraniane sono sparse per tutto il paese, vicino a centri abitati o nel sottosuolo), un attacco contro l’Iran distruggerebbe il capitale politico che Obama sta faticosamente cercando di recuperare a livello internazionale, metterebbe le forze armate Usa in Iraq e Afganistan a rischio di rappresaglia, aggraverebbe il livore anti-americano e anti-occidentale nel mondo musulmano, e destabilizzerebbe la regione strategica più importante del pianeta. Il discorso non cambia se l’attacco venisse da Israele, che non sarebbe in grado di effettuarlo senza il placet di Washington.

Se riuscisse a convincere russi e cinesi a non annacquare troppo le nuove sanzioni Onu, Israele a non rischiare azzardi, il Congresso a non mettergli i bastoni tra le ruote, Obama coglierebbe un importante successo. Le sanzioni – Onu e/o unilaterali – sono però uno strumento punitivo più che correttivo: la storia recente insegna che il regime islamico ha imparato a resistere alle pressioni e anche ad aggirare, almeno in parte, le misure punitive. Per essere davvero efficaci, le sanzioni devono essere parte di una strategia politica, non sostituirla.

Per scongiurare un ‘Iran nucleare’, Obama ha bisogno che la leadership iraniana si convinca dell’opportunità di un compromesso. Ma un compromesso è possibile solo affiancando incentivi alle sanzioni e precludendo all’Iran ogni possibilità di rompere l’isolamento internazionale. Obama ha più tempo di quanto si creda: l’ipotetico arsenale atomico iraniano è lontano qualche anno ancora, stando alle più recenti valutazioni dei servizi di intelligence di Washington. La reazione di Teheran alle nuove sanzioni seguirà prevedibilmente il solito copione: alle proteste rituali si aggiungeranno proclami di nuove, trionfali conquiste nucleari (civili). Placati gli animi, la partita riprenderà. Ed Obama avrà più possibilità di vincerla, se lascerà la porta aperta al dialogo con gli iraniani sulle reciproche ansie di sicurezza.

Per mantenere la pressione su Teheran, gli Usa hanno bisogno del sostegno degli altri attori chiave – europei, russi, cinesi e paesi arabi del Golfo – e di una solida legittimità internazionale. Le probabilità di successo sono diminuite rispetto ad un anno fa, ma la scelta strategica di Obama è ancora valida: la questione nucleare iraniana può essere risolta solo dalla diplomazia americana, con il supporto degli europei e la cooperazione del Consiglio di sicurezza Onu.

Riccardo Alcaro – AffarInternazionali