Terrorismo nucleare e le contromosse di Obama

Il tema della sicurezza nucleare mondiale è ormai un cavallo di battaglia del presidente americano Barack Obama, il quale lo ha ulteriormente sponsorizzato in queste settimane, dapprima con il nuovo trattato START per la riduzione degli armamenti nucleari, ratificato a Praga l’8 aprile insieme al presidente russo Dmitri Medvedev, e poi con il Vertice sulla Sicurezza Nucleare che ha riunito i rappresentanti di 47 paesi a Washington il 12 e 13 aprile.

Mentre il trattato START prevede la limitazione delle testate nucleari operative dispiegate da Stati Uniti e Russia a 1.550, con una riduzione di circa un terzo rispetto al trattato precedente, il vertice di Washington si è concentrato invece sulla potenziale minaccia rappresentata dal “terrorismo nucleare”.

Questi due eventi erano stati preceduti dalla presentazione della Nuclear Posture Review, approvata dal Congresso americano – un documento che espone la strategia nucleare che gli Stati Uniti intendono adottare nei prossimi anni. Questo documento pone la prevenzione della proliferazione e del terrorismo nucleare al primo posto nell’agenda politica americana, accanto alla decisione di ridurre il ruolo delle armi nucleari nella strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Visto che, malgrado il nuovo trattato START, gli USA e la Russia continueranno a detenere di gran lunga la maggior parte degli ordigni nucleari mondiali, Washington ha cercato di dare di sé un’immagine rassicurante davanti al mondo, affermando che gli Stati Uniti non utilizzeranno (né minacceranno di utilizzare) armi nucleari contro i paesi che aderiscono al Trattato di Non Proliferazione (NPT).

Dal novero di questi paesi sono stati però esplicitamente esclusi la Corea del Nord e l’Iran, ritenuti responsabili di aver violato gli obblighi dell’NPT (va tuttavia ricordato che, se Pyongyang è ufficialmente in possesso di armi nucleari, a tutt’oggi non vi sono prove stringenti che indichino che Teheran sta perseguendo un programma nucleare di tipo militare).

Il trattato firmato con la Russia permette finalmente a Obama di affermare di aver raggiunto un obiettivo di politica estera. Per rafforzare la propria credibilità, l’amministrazione americana ha anche dato grande risalto al vertice di Washington – pomposamente definito come il più grande incontro di capi di stato e di governo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale – con l’intento di riaffermare il ruolo guida degli Stati Uniti e del presidente Obama nella definizione dei temi e degli orientamenti della politica internazionale, in particolare in materia di sicurezza.

Tuttavia, se questo ruolo viene riconosciuto in maniera incondizionata in Occidente, non si può dire lo stesso per le altre regioni del mondo, dove semmai esso viene a volte accettato (ma non senza critiche), a volte subito controvoglia, ed a volte apertamente messo in discussione (come fa ad esempio l’Iran).

Ciò è vero in particolar modo per una regione come quella mediorientale, dove la linea politica espressa da Obama, e le priorità da lui indicate al vertice di Washington, sono state criticate e a volte esplicitamente attaccate, perché ritenute essenzialmente al servizio degli interessi americani, e non della sicurezza e della pace nel mondo nel suo complesso.

Obama ha posto al centro del Vertice sulla Sicurezza Nucleare la “minaccia terroristica”, ovvero il rischio che organizzazioni come al-Qaeda si impadroniscano di materiale fissile per confezionare una “bomba sporca”, o addirittura entrino in possesso di ordigni nucleari sottraendoli agli stati che ne dispongono (l’eventualità che tali organizzazioni producano in proprio delle armi atomiche appare remota, a causa della complessità del processo di fabbricazione).

Obama ha affermato che, a causa del terrorismo, sebbene il rischio di un conflitto nucleare sia diminuito, quello di un attacco nucleare è invece aumentato. Diversi analisti non occidentali hanno tuttavia osservato che quella del terrorismo nucleare, pur essendo una minaccia concreta, non è tuttavia la più scottante nel contesto di una strategia volta a garantire la sicurezza nucleare mondiale (o più precisamente, è la minaccia più scottante solo limitatamente agli Stati Uniti). Infatti, se è vero che il rischio di una guerra nucleare globale si è ridotto dopo la fine della Guerra Fredda, esiste tuttora la possibilità di un conflitto nucleare regionale, ad esempio fra India e Pakistan.

Secondo molti osservatori arabi ed islamici, resta inoltre l’incognita di quale dottrina militare adotterà Israele nel caso in cui dovesse concretizzarsi la minaccia di un Iran in possesso di armi atomiche. Il Medio Oriente è una regione dilaniata dai conflitti. La presenza di una potenza nucleare (Israele) in una regione così instabile rappresenta, a giudizio di molti, un rischio da non sottovalutare. Tale rischio è destinato a diventare ancora più grave nel caso in cui un paese come l’Iran dovesse seriamente tentare di porre fine al monopolio nucleare israeliano.

Nella misura in cui la minaccia di un conflitto nucleare continua a persistere, essa è di gran lunga più grave rispetto alla minaccia rappresentata dal terrorismo nucleare . Un conflitto che preveda l’impiego di armi atomiche sarebbe infatti infinitamente più devastante di un qualunque attacco terroristico.

Bisogna tener presente che l’attacco terroristico “non convenzionale” più probabile è quello realizzato tramite una “bomba sporca”, ovvero un ordigno contenente materiale radioattivo che viene disperso nell’ambiente attraverso un’esplosione convenzionale, e non attraverso una reazione nucleare. Gli effetti di un simile ordigno, per quanto gravi, sono infinitamente inferiori a quelli determinati da un’esplosione atomica.

L’eventualità che un’organizzazione terroristica si impadronisca di una testata atomica funzionante è invece ritenuta molto meno probabile. A questo proposito, lo scenario più plausibile è, secondo molti esperti, quello in cui uno stato nucleare diventi uno “stato fallito” in cui gruppi estremisti si impadroniscono dei centri nevralgici del potere. L’unico paese che potrebbe andare incontro a un tale scenario è il Pakistan ma, alla luce della situazione pakistana attuale, questa ipotesi appare alquanto remota.

E’ dunque opinione di molti analisti, in Medio Oriente, che porre in primo piano la questione del terrorismo nucleare voglia dire imporre una visione prettamente occidentale del problema della sicurezza nucleare mondiale.

Ciò è vero a maggior ragione se si riflette sul fatto che, mentre Obama parla della minaccia rappresentata dal terrorismo nucleare, egli non cita, fra le misure da adottare per scongiurare questa minaccia, la necessità di combattere le cause che sono alla base del terrorismo, ad esempio dando una giusta soluzione alla questione palestinese e ponendo fine alla presenza militare occidentale in Afghanistan.

Questo non significa che il rischio terroristico non vada preso in considerazione, e che il materiale fissile non vada messo in sicurezza. Secondo alcune stime, vi sono circa 500 tonnellate di plutonio e 1.600 di uranio altamente arricchito sparse in vari paesi nel mondo. E’ dunque altamente raccomandabile assicurare che questo materiale estremamente pericoloso sia debitamente sorvegliato e controllato. Ma ciò non deve andare a scapito degli sforzi volti a promuovere un Medio Oriente libero da armi di distruzione di massa, e di quelli volti a scongiurare un possibile conflitto nucleare indo-pakistano. Su entrambi questi fronti la posizione americana appare a molti del tutto criticabile.

Obama ha cercato in tutti i modi di dare credibilità alla propria iniziativa, eppure – secondo numerosi osservatori mediorientali – tale iniziativa è stata contrassegnata ancora una volta dal tradizionale unilateralismo americano. Organizzando il Vertice sulla Sicurezza Nucleare sotto il patrocinio di Washington, Obama ha di fatto scavalcato l’ONU e l’AIEA, ovvero gli organismi della comunità internazionale che sarebbero preposti ad affrontare questo tipo di problematiche.

Convocando un vertice sulla sicurezza nucleare senza invitare la Corea del Nord e l’Iran, ovvero un paese in possesso di armi atomiche e un paese firmatario dell’NPT che sta sviluppando un proprio programma nucleare (cioè due stati con i quali sarebbe essenziale discutere i temi della sicurezza nucleare mondiale), Obama ha dato un ulteriore esempio – a detta di diversi commentatori arabi ed islamici – della politica del doppio standard solitamente applicata dagli Stati Uniti.

Ciò appare evidente se si tiene conto che, mentre all’Iran è stata negata la partecipazione al vertice, sono stati invece invitati tre dei quattro paesi al mondo che sono in possesso di armi nucleari e non aderiscono al Trattato di Non Proliferazione: India, Pakistan e Israele. Fra questi, Israele, oltre ad essersi sempre rifiutato di aderire all’NPT, adotta da anni una politica di “opacità nucleare”, senza confermare né smentire di essere in possesso di armi atomiche (le stime più credibili affermano che Tel Aviv sarebbe in possesso di una cifra variabile fra i 100 e i 400 ordigni).

Nel timore che paesi musulmani come la Turchia e l’Egitto avrebbero sollevato la questione della mancata adesione di Israele all’NPT, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non si è recato al vertice. Da trent’anni l’Egitto si è fatto promotore della proposta di un Medio Oriente libero da armi di distruzione di massa (insieme all’Iran). Alla conferenza per la revisione dell’NPT, che si terrà il mese prossimo a New York, Ankara e il Cairo potrebbero sollevare ancora una volta questa richiesta.

L’uso di due pesi e due misure da parte americana è evidente anche nel comportamento tenuto da Washington nei confronti dell’India. Nel 2008, l’amministrazione Bush concluse un accordo con Nuova Delhi che permetteva all’India di produrre plutonio (facilmente utilizzabile a scopi militari) da combustibile nucleare americano, concedendo così a un paese non aderente all’NPT “privilegi che gli Stati Uniti non offrono neanche agli stessi paesi firmatari”. Questo atteggiamento, inoltre, aggrava i rischi di una corsa agli armamenti nucleari fra India e Pakistan.

Infine, è opinione comune che il Vertice sulla Sicurezza Nucleare avesse fra l’altro l’obiettivo implicito di raccogliere adesioni all’imposizione di nuove “paralizzanti” sanzioni contro l’Iran. Obama e il presidente cinese Hu Jintao ne hanno abbondantemente parlato, in un lungo faccia a faccia a margine del vertice. Il presidente americano non è tuttavia riuscito ad ottenere più di una generica disponibilità da parte cinese a parlare ulteriormente della questione in futuro.

Per Teheran, il vertice di Washington e la Nuclear Posture Review americana hanno rappresentato nient’altro che un’ulteriore minaccia e provocazione da parte degli USA. L’affermazione americana che gli Stati Uniti non faranno uso di armi nucleari contro i paesi aderenti all’NPT, accompagnata però dall’esplicita esclusione dell’Iran dal novero di questi paesi, ha fatto infuriare Teheran, che l’ha considerata alla stregua di un’aperta intimidazione.

Del resto, l’interpretazione iraniana sembra trovare conferma nelle dichiarazioni del segretario americano alla Difesa Robert Gates, il quale ha affermato che, di fronte a coloro che non giocano secondo le regole, e che si rendono responsabili di una proliferazione nucleare, tutte le opzioni rimangono sul tappeto.

Il duro atteggiamento di Washington nei confronti della Repubblica Islamica, accompagnato dalla tacita accondiscendenza americana nei confronti dell’arsenale nucleare israeliano, ha reso fin troppo facile la reazione del regime iraniano, che in un contro-vertice organizzato sabato scorso nella capitale Teheran (al quale sono stati invitati circa 60 paesi, sulla base dello slogan “Energia nucleare per tutti, armi nucleari per nessuno”), ha accusato Washington di ipocrisia e di “terrorismo nucleare”, essendo gli Stati Uniti l’unico paese nella storia che ha fatto uso di armi nucleari e che minaccia di impiegarle tuttora.

In effetti – osserva il commentatore arabo-americano James Zogby – nel momento in cui gli Stati Uniti chiudono un occhio sulle armi atomiche israeliane, forniscono a Teheran un facile pretesto per giustificare il suo comportamento altrimenti indifendibile.

In realtà – sostiene Zogby – l’Iran costituisce un problema regionale. Le sue ingerenze in Iraq, nella regione del Golfo, in Libano e in Palestina avrebbero dovuto essere oggetto di discussione nell’ambito del dialogo che Obama aveva inizialmente promesso con la Repubblica Islamica.

“Ma invece di concentrarsi sulla vasta gamma di questioni che definiscono i problematici comportamenti dell’Iran in Medio Oriente”, prosegue Zogby, “gli USA hanno puntato tutto sulla questione nucleare”, l’unica rispetto alla quale Washington si trova in una posizione di debolezza. In questo modo gli Stati Uniti hanno permesso all’Iran di atteggiarsi a vittima della politica del doppio standard adottata da Washington.

L’unico modo per far sì che l’Iran non possa più accampare scuse, conclude Zogby (riassumendo il punto di vista della maggior parte degli arabi), è trasformare il Medio Oriente in una regione priva di armi nucleari, spingendo Israele ad aderire all’NPT e a negoziare una pace complessiva con i suoi vicini.

Solo così sarà possibile “porre fine alla follia nucleare” in Medio Oriente.

Medarabnews