USA e Iran, chi è a favore del nucleare?

“Gli Stati che possiedono l’arma nucleare, quelli che l’hanno utilizzata, quelli che minacciano di utilizzarla, devono essere banditi dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica”. Non sono le perentorie affermazioni di Barack Obama, il leader del mondo occidentale contro la proliferazione nucleare, ma del suo più acerrimo avversario, il presidente nuclearista, dell’Iran “canaglia”, Mahmoud Ahmadinejad.

Col discorso di inaugurazione della conferenza di Teheran sulla non-proliferazione nucleare del 17 aprile (in chiara risposta provocatoria alla Conferenza sulla sicurezza atomica svoltasi appena pochi giorni prima a Washington) Ahmadinejad si è voluto mostrare come uno dei leader di spicco dell’emisfero antagonista e terzomondista. Ha proposto la nascita di un “organo internazionale indipendente che disponga di pieni poteri delegati dall’Assemblea generale dell’ONU” che possa supervisionare il processo di disarmo dei paesi nucleari.

Inoltre ha auspicato una riforma del Trattato di Non-Proliferazione ad opera “dei paesi indipendenti che non possiedono armi nucleari. La presenza dei paesi nucleari, in particolare degli Stati Uniti, impedisce l’elaborazione di un trattato equo”. Allo stesso modo il diritto di veto delle cinque potenze che siedono al Consiglio di Sicurezza dell’Onu è da considerarsi “antidemocratico, ingiusto, inumano” e come tale “dovrebbe essere o annullato, o se taluni lo volessero conservare, esteso a taluni paesi dell’America latina, dell’Asia, dell’Europa, al fine di ridurne gli effetti negativi”.

Alla conferenza hanno partecipato i ministri degli esteri di alcuni paesi della regione mediorentale (in particolare di Iraq, Siria, Libano) inviati speciali di Russia, Cina, Onu, Aiea, ed il presidente della Organizzazione per la Conferenza Islamica, il turco Ekmeleddin Ihsanoglu.

Lo scontro, anche ideologico, tra la visione occidentale e quella iraniana sulla tematica nucleare non potrebbe essere più netto. La Guida Suprema Khamenei usa ogni occasione pubblica sull’argomento per ribadire che “l’utilizzazione delle armi nucleari è vietata dalla dottrina islamica («haram»)” mentre proprio in occasione della conferenza di Teheran ha sottolineato come “solo il governo americano ha commesso un crimine nucleare. Il solo criminale atomico del mondo mente quando presenta sé stesso come un oppositore della proliferazione quando non ha preso alcuna misura seria in questo campo”, mentre in una precedente occasione, commentando i recenti mutamenti nella dottrina nucleare americana voluti da Obama, aveva accusato il presidente statunitense di “aver implicitamente minacciato l’Iran con le armi atomiche”.

E proprio Barack Obama è apparso nelle ultime settimane come il leader più attivo sullo spinoso tema della sicurezza nucleare. All’inizio di aprile, in un documento di 80 pagine (Nuclear Posture Review) stilato con il segretario della Difesa Robert Gates, il segretario di Stato Hillary Clinton, il capo di stato maggiore Michael Mullen, il segretario dell’Energia Steven Chou, ha parzialmente rivoluzionato la dottrina strategica americana sul nucleare militare, prevista da George W. Bush nel 2002, prevedendo la restrizione delle condizioni nelle quali sarebbe ammesso l’uso dell’atomica.

Gli Stati Uniti si impegnano unilateralmente (come del resto era unilaterale la precedente dottrina) a non utilizzare mai l’arma nucleare contro un avversario che non la possiede e che rispetti il Trattato di Non-proliferazione, ma, ha precisato Obama al New York Times, “gli Stati come Iran e Corea del Nord sono esclusi da questa nuova regola”. Allo stesso modo gli americani non risponderanno col nucleare ad attacchi chimici, battereologici, cibernetici, purché non si tratti di minacce dalla portata “devastante”. Ed in ogni caso si “continueranno a preservare tutti gli strumenti necessari a garantire la sicurezza del popolo americano”.

In previsione di un 2030 senza armi atomiche, Obama ha quindi accelerato per un accordo e una nuova edizione del Trattato Start con l’altra grande potenza atomica globale, la Russia. Il testo, ratificato a Praga l’8 aprile dallo stesso presidente Obama e dall’omologo Dimitri Medvedev, prevede una riduzione di circa il 30% delle ogive detenute dai due paesi, dalle attuali 2.200 a 1.500. Il numero di vettori (missili intercontinentali e a bordo di sommergibili e bombardieri) sarà ridotto della metà, dagli attuali 1.600 a 800. L’accordo prevede inoltre verifiche sul posto delle installazioni nucleari, scambi di dati, reciproche notifiche sugli armamenti offensivi.

L’intesa arriva a conclusione di sei mesi di serrate trattative e suggella la distensione tra Washington e Mosca messa a dura prova negli ultimi anni. Le conseguenze geopolitiche appaiono subito importanti. Il Cremlino ha fatto sapere che il nuovo Start “riflette l’equilibrio degli interessi ed eleva il livello delle relazioni russo-americane”, lasciando prevedere che la collaborazione potrà estendersi anche sull’approccio al problema iraniano.

Alla conferenza di Washington sulla Sicurezza nucleare del 12-13 aprile, con l’intervento di 47 leaders di tutti i maggiori paesi del mondo, si sono registrate presenze piuttosto silenziose (come quella estremamente cauta del presidente cinese Hu Jintao) ed assenze particolarmente rumorose. Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, paese che detiene, secondo alcune stime, un arsenale con circa 200 ordigni atomici senza aver mai sottoscritto, al contrario dell’Iran, il Trattato di Non-Proliferazione, ha disertato all’ultimo momento l’incontro per evitare, secondo fonti diplomatiche, di essere posto sul banco degli accusati da alcuni paesi islamici, in particolare la Turchia, il cui premier Erdogan aveva dichiarato essere Israele “la principale minaccia contro la pace” in Medio Oriente.

Il vertice si è comunque svolto con un innegabile successo di immagine per il gran cerimoniere, il presidente premio Nobel Barack Obama, il quale ha potuto rinverdire l’immagine di leader del mondo libero occidentale. Il pensiero di fondo di tutta la conferenza ha riguardato la terribile eventualità che organizzazioni terroristiche possano entrare in possesso di ordigni atomici.

“Una bomba nucleare di 10 kilotoni a Times Square potrebbe provocare milioni di morti” aveva dichiarato con enfasi Hillary Clinton, mentre Obama assicurava “abbiamo notizie certe che organizzazioni come Al Qaeda stanno cercando di ottenere in tutti i modi una arma nucleare, una arma di distruzione di massa che non avrebbero alcun scrupolo ad utilizzare”.

In effetti, in una intervista al Time del 1998, Osama bin Laden aveva sostenuto che “acquistare armi di distruzione di massa per la difesa dei musulmani è un dovere religioso”. Appare però estremamente improbabile che se Al Qaeda non è riuscita nell’intento durante i turbolenti anni ’90, nel momento di maggior disordine dopo il crollo dell’Urss, con gli arsenali e i tecnici di diverse repubbliche ex-sovietiche (quindi non solo della Russia) a rischio di terminare sul mercato nero, possa riuscirci ora.

Gli esperti dell’anti-terrorismo ritengono l’eventualità remota. La fabbricazione e l’utilizzo di un congegno nucleare restano sottoposti ad esigenze tecniche difficili da padroneggiare. “Non si fabbrica una bomba nucleare in una grotta o nella cantina di casa propria. Bisogna mantenere una temperatura costante, evitare fughe radioattive, assemblare il materiale e il detonatore… necessitano dai 300 ai 500 tecnici professionali per fabbricare una bomba” dichiara François Géré, direttore dell’Istituto francese di analisi strategica.

Il retro pensiero che ha attraversato i lavori di Washington, almeno come apparso mediaticamente, è stato dunque che possano essere alcuni paesi a rifornire proditoriamente i terroristi. Stati come il Pakistan, alle prese col radicalismo islamico, la Corea del Nord, sempre più isolata nel contesto internazionale, e ovviamente l’Iran, paese canaglia per eccellenza con una dirigenza minacciosa e fuori controllo. Dimenticando tuttavia che, in quest’ultimo caso, il regime degli ayatollah è storicamente uno dei più vigorosi nemici del terrorismo sunnita wahabita di Al Qaeda ed il suo programma nucleare è costantemente monitorato dalla Aiea, per cui la sottrazione occulta di materiale fissile è praticamente impossibile.

A parole, sia il presidente statunitense che quello iraniano si mostrano fieri avversari di un pianeta che possa correre sul filo del rischio atomico militare. Eppure i due mondi sembrano sempre più destinati allo scontro frontale. A quale dei due possiamo imputare una maggiore carica propagandistica nelle loro dichiarazioni e visioni?

Il New York Times ha rivelato l’esistenza di un memorandum segreto risalente a gennaio, dunque precedente l’offensiva diplomatica di Obama sul tema nucleare di questo mese di aprile, in cui il ministro della Difesa Robert Gates allertava il consigliere per la Sicurezza degli Usa, l’ex generale della Nato James Jones, sulla inefficacia dell’attuale strategia americana contro l’Iran e sulla necessità di predisporre nuovi scenari.

Secondo il quotidiano americano il memorandum ha segnato “un campanello d’allarme” all’interno dell’Amministrazione poiché “le nuove opzioni” includerebbero anche nuovi piani militari nel caso in cui il progetto di sanzioni non decollasse o risultasse inefficace. Del resto il capo di stato maggiore Mullen ha avuto modo di ribadire: “Se il presidente dovesse orientarsi per una opzione militare dobbiamo avere queste opzioni pronte e disponibili”, mentre un funzionario della Casa Bianca citato ancora dal NYT è stato perentorio: “esiste una linea che gli Stati Uniti non consentiranno mai all’Iran di attraversare”. Quale sia questa linea da non far oltrepassare è facile da immaginare. E purtroppo anche il come.

Simone Santini – Clarissa