Scadenze storiche: Napolitano, la guerra e il comunismo

Devo dire, onestamente, che non mi sono mai interessato molto alle ricorrenze nazionali e, a dire il vero, alle ricorrenze in genere. Però mi ha colpito lo stesso il modo in cui sembra che queste ricorrenze, evidentemente, una volta passati un certo numero di anni, raggiungano una specie di data di scadenza nel rispetto che si porta ai fatti che starebbero lì a ricordarci, e comincino a poter essere usate in libertà, diciamo con una certa disinvoltura, magari anche usandole per fini ad esse eterogenei, trovandoci significati che non gli appartengono e portandole a fungere da argomenti per tesi che nulla hanno a che fare con esse e che gli sono perfino contrarie.

Mi riferisco al discorso del presidente Napolitano in occasione del 25 aprile, festa, della Liberazione, che per moltissimi italiani ha il significato del celebrare la vittoria di una lotta (armata) di resistenza popolare contro il tentativo (imperialista) della Germania nazista di mantenerla sotto il proprio controllo. Sostanzialmente è da molti vissuta come la festa della vittoria dei partigiani (e di chi gli diede il proprio sostegno) o, almeno – e forse più realisticamente – del loro generoso contributo alla guerra antinazifascista che fu vinta dalle forze alleate, dall’esercito italiano di Badoglio e anche dall’eterogeneo mondo partigiano.

Non si può dimenticare che in questo era forte la componente comunista e che questa fu ampiamente repressa e disarmata appena finita la guerra quanto bastò a dissuaderla dal proseguire la lotta fino a non far tornare il potere in mano a chi già lo aveva prima. I partigiani di allora dovettero vedere molti loro compagni finire in carcere mentre molti collaborazionisti di tedeschi e fascisti riuscivano non solo a farla franca, ma spesso anche a “cascare in piedi” ed alcuni anche a continuare a governare pur cambiando pelle – o piuttosto, pelo (ma non vizio, come si è visto in seguito fra stragi di Stato, Gladio, P2 e quant’altro).

Nonostante questo l’Italia rimase per tutto il periodo della guerra fredda il paese del mondo occidentale con il più grande partito comunista. Ma l’uso che di questa forza hanno fatto i dirigenti di tale partito – e soprattutto delle sue successive metamorfosi – è molto ben esemplificato sia dalla situazione in cui ci troviamo oggi che dallo stesso discorso di Napolitano per questo 25 aprile. Oggi un giornalista come Santoro appare il baluardo della sinistra nel mondo dell’informazione, ma ricordo bene come, ancora ai tempi del suo programma “Samarcanda”, forse per dar prova dell’affidabilità democratica della sinistra, fu lui a sdoganare il signor Gianfranco Fini, capo di un MSI ancora ai limiti dell’impresentabilità in quanto in odor di fascismo e pertanto attestato al 10% del consenso elettorale: oggi costui è presidente della Camera e semi-leader del partito di governo (di cui ultimamente sembra esser diventato l’ala sinistra). Ricordo anche il discorso di alcuni anni fa di Violante per cui i fascisti della Repubblica di Salò venivano quasi equiparati ai partigiani che li combattevano quali tutti parimenti “ragazzi italiani”impegnati nelle due parti contrapposte su cui la Storia li aveva schierati.

Non a caso Napolitano faceva parte dell’ala più moderata e “dialogante” del vecchio PCI . Per questa, che poi ha prevalso, la preoccupazione prioritaria è sempre stata quella di apparire accettabili agli occhi del potenziale elettorato vicino al centro moderato, ai poteri forti nazionali e agli USA, forza imperialista del mondo postbellico (postbellico solo per l’Europa – e neanche per tutta). Il loro obiettivo strategico è sempre stato quello di traghettarsi verso una condizione “normalizzata” che gli permettesse un giorno l’accesso al governo.

A traghettamento compiuto, dopo poche e brevi parentesi di governi di centro-sinistra in un ventennio berlusconiano e dopo la scomparsa dal Parlamento di qualsiasi forza che possa dirsi di sinistra, abbiamo oggi alla presidenza della Repubblica un EX-comunista (che proprio all’evidenza di questo“ex” deve la sua posizione) che, mentre la polizia carica gli antifascisti dei centri sociali di Milano e i nostalgici pugliesi di Benito Mussolini affiggono impunemente manifesti che piangono la morte del loro idolo sui muri di Locorotondo, ci dice che la liberazione fu soprattutto una vittoria dell’esercito italiano e che questo stesso esercito starebbe oggi proseguendo la stessa battaglia con gli stessi ideali e le stesse motivazioni nelle operazioni in cui è impegnato all’estero. E che questo, perdipiù, avverrebbe in omaggio alla Costituzione nata da quella lotta di Liberazione ed ai valori che l’hanno ispirata!!

Caro presidente, francamente direi che, anche se sono passati tanti anni e le convenienze odierne della politica possono essere altre, c’è un limite a tutto e che Lei più di ogni altro dovrebbe sapere (e dovrebbe saper far rimarcare) che la nostra Costituzione ripudia la guerra. E dovrebbe vedere – anche se forse non vuole – che oggi le forze armate italiane stanno in Afghanistan come parte di un esercito di occupazione straniero a difendere gli interessi imperialisti del capitalismo occidentale guidato dagli USA e non certo l’autodeterminazione degli afghani rispetto alla quale, pur con tutt’altri disegni politici (trattandosi del resto di tutt’altro popolo e tutt’altra cultura), nel ruolo dei partigiani ci stanno coloro che questa occupazione la respingono, così come è anche in Iraq, in Somalia e altrove.

Dalle sue parole, caro presidente, sembra di dover dedurre che anche per il 25 aprile la data di scadenza sia arrivata: si può cominciare a tirarlo ognuno dalla parte che vuole, fargli significare ogni sorta di cose e magari, in nome dei suoi ideali, anche prendersela con chi protesta perché ex-filo-fascisti rappresentano oggi le istituzioni che celebrano la ricorrenza di questa che è stata una vittoria non solo genericamente per la libertà, ma contro il fascismo e contro l’occupazione straniera di un paese. In questo caso il nostro, che era, all’epoca, un paese in grande maggioranza non solo aspirante alla democrazia, ma antifascista.

Sergio Cabras – www.ecofondamentalista.it