Dossier: la rivolta in Kirghizistan e i problemi dell’ Asia centrale

La recente rivolta in Kirghizistan, inaspettato seguito della “Rivoluzione dei Tulipani” del 2005, solleva nuovi interrogativi sul futuro di questo piccolo paese in particolare, e dell’Asia centrale in generale.

Se la rivoluzione del 2005 aveva suscitato in Occidente affrettate speranze in una rapida democratizzazione del paese (che possibilmente avrebbe aperto la strada a “svolte” analoghe nei paesi limitrofi), il turbolento passaggio di poteri verificatosi nelle scorse settimane dovrebbe provocare reazioni più caute, alla luce della passata esperienza. Nel 2005, i rivolgimenti che portarono al potere il presidente Kurmanbek Bakiyev rinnovarono le speranze che già in passato aveva suscitato il deposto presidente Askar Akayev. Ma, come Akayev, Bakiyev invece della democrazia consolidò il proprio potere e quello della propria famiglia, basandosi questa volta (a differenza del suo predecessore) non soltanto sui mezzi coercitivi dello stato, ma anche su una rete di organizzazioni criminali locali.

L’attuale governo provvisorio si trova a dover gestire un paese in cui dominano la povertà, la disoccupazione e la corruzione, ed in cui lo stato è per lo più incapace di fornire servizi ai cittadini. I dirigenti del nuovo esecutivo costituiscono tuttora un residuo dell’era sovietica, non essendosi verificato alcun rinnovamento nella classe politica kirghisa. Le rivalità interne al governo rischiano di compromettere il processo di stabilizzazione del Kirghizistan e di impedirgli di ricomporre la frattura fra il sud e il nord del paese, che è riemersa nella recente crisi.

Bakiyev aveva favorito elementi provenienti dal sud a scapito della classe dirigente del nord, che è invece fortemente rappresentata nell’attuale governo provvisorio (Roza Otunbayeva, leader dell’opposizione che ha recentemente preso il potere, rappresenta una notevole eccezione, essendo originaria della città meridionale e multietnica di Osh). Il paese è composto da diverse etnie: i kirghisi rappresentano la maggioranza (circa il 69% della popolazione), seguiti dagli uzbeki (14%), concentrati nel sud, e dai russi (9%).

L’incerto futuro del Kirghizistan è anche indissolubilmente legato ai giochi delle grandi potenze, in primo luogo Stati Uniti e Russia (seguiti dalla Cina). Il paese è sede della base aerea americana di Manas, essenziale per i rifornimenti alle truppe in Afghanistan, ma ospita anche una base russa (sebbene di minore importanza).

Sia Washington che Mosca avevano abbondantemente puntato su Bakiyev, per poi essere progressivamente deluse e infastidite dall’inaffidabilità del presidente kirghiso, il quale ha giocato una pericolosa “politica del rischio calcolato” sia con la Russia che con gli Stati Uniti – una politica che alla fine gli è stata fatale.

Se la Russia sembra essere stata la prima ad aver perso la pazienza con Bakiyev, al punto che diversi analisti in Occidente hanno sostenuto che l’attuale rivoluzione sarebbe stata “facilitata” da Mosca, non è però affatto detto che il governo guidato dalla Otunbayeva si riveli inequivocabilmente filo-russo. In questo momento il nuovo esecutivo ha bisogno di consolidare il proprio potere e di stabilizzare il paese, e dunque ha la necessità di non inimicarsi nessuna delle due grandi potenze.

Il fatto che la Otunbayeva abbia rassicurato Washington sull’intenzione del governo provvisorio di rispettare gli accordi relativi alla base aerea di Manas è probabilmente una diretta conseguenza di questa esigenza. Tuttavia un atteggiamento troppo conciliante con gli Stati Uniti potrebbe irritare nuovamente Mosca, la quale ultimamente è sembrata intenzionata a spingere per la convocazione di nuove elezioni nel più breve tempo possibile, forse confidando nel fatto che un governo eletto dal popolo kirghiso sarà più apertamente filo-russo.

Alla luce di quanto detto, le sorti dell’attuale esecutivo ed il futuro del paese appaiono tutt’altro che chiari . Se il governo provvisorio non dovesse riuscire a stabilizzare il paese, altre forze ed altri stati, come ad esempio l’Uzbekistan e il Kazakistan, potrebbero cercare di riempire il vuoto di potere. Fra l’altro, il Kirghizistan meridionale confina con la valle di Fergana in Uzbekistan, che è storicamente considerata un focolaio del radicalismo islamico nella regione.

A guardare con preoccupazione agli sviluppi in Kirghizistan è anche la Cina. Pechino è uno dei principali partner commerciali del paese, il quale condivide con la Cina un confine lungo più di 800 km – in particolare con la regione cinese dello Xinjiang, di enorme importanza strategica, ed allo stesso tempo fonte di instabilità per Pechino a causa della discriminata minoranza uigura (di religione musulmana sunnita) che vi risiede.

Per realizzare le proprie ambizioni economiche, la Cina ha guardato negli ultimi anni verso ovest, ed in particolare verso le repubbliche centroasiatiche ricche di risorse energetiche. L’indipendenza di tali repubbliche all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica ha rappresentato un’ottima notizia per Pechino, permettendo la sua espansione economica verso l’Asia centrale lungo la direttrice dello Xinjiang.

Una prolungata instabilità in Kirghizistan non solo comprometterebbe l’espansione economica cinese in Asia, ma potrebbe avere effetti negativi anche sullo Xinjiang (fra l’altro, circa 100.000 kirghisi vivono in questa regione all’estremo ovest della Cina, mentre una consistente minoranza uigura è stanziata nel sud del Kirghizistan).

A partire dalla seconda metà degli anni ’90, Pechino ha intrecciato una serie di rapporti economici con le repubbliche dell’Asia centrale, siglando contratti nel settore energetico, ma anche per la costruzione di strade e ferrovie. Attualmente, un oleodotto unisce il Kazakistan occidentale con la Cina, mentre un gasdotto raggiunge il territorio cinese dal Turkmenistan, attraversando l’Uzbekistan e il Kazakistan. Altri progetti sono in fase di realizzazione.

E’ in fase di progettazione una linea ferroviaria che dovrebbe unire la Cina all’Uzbekistan passando per il Kirghizistan. Pechino è interessata anche alle risorse minerarie dell’Asia centrale. Società cinesi stanno effettuando prospezioni in Kirghizistan e Uzbekistan alla ricerca di uranio.

Molti dei progetti cinesi coinvolgono contemporaneamente diversi paesi centroasiatici, i quali però spesso non sono in buoni rapporti fra loro. Ad esempio, i rapporti fra l’Uzbekistan e il Kirghizistan non sono dei migliori, così come non corre buon sangue fra il Tagikistan e l’Uzbekistan. L’attuale crisi kirghisa complica ulteriormente la situazione per Pechino.

Per il momento la Cina sta adottando una tattica attendista, e sembra disposta a lasciar fare Mosca, preferendo l’influenza russa a quella americana. Con il crollo dell’Unione Sovietica, l’influenza russa in Asia centrale ha subito un inesorabile declino. Nel corso degli anni ’90, il Cremlino è stato impegnato duramente nelle guerre del Caucaso, oltre ad essere assorbito dalla riorganizzazione interna della Russia. Ciò gli ha impedito di occuparsi delle repubbliche centroasiatiche. Negli ultimi anni i russi sono apparsi in ripresa, tuttavia la crisi economica globale li ha colpiti duramente. Dunque Pechino ritiene di poter gestire il margine di vantaggio accumulato nei confronti di Mosca.

Il Cremlino, pur non puntando al momento a una reale espansione economica in Asia centrale, continua a considerare la regione di importanza strategica per la Russia, non solo dal punto di vista energetico, ma anche ai fini della sua stessa stabilità interna. Dall’Asia centrale proviene una quota molto consistente degli immigrati presenti sul suolo russo. Attraverso questa regione passa il narcotraffico proveniente dall’Afghanistan e diretto in Europa e in America, ed ora sempre più anche verso la Russia e la Cina stessa. Ed infine, ciò che accade in questa regione a maggioranza musulmana può influenzare almeno in parte i circa 20 milioni di musulmani che vivono nella Federazione Russa.

Alcuni a Mosca temono che la rivolta kirghisa possa essere un preludio ad eventi analoghi altrove nella regione, in particolare in paesi autoritari come l’Uzbekistan, il Turkmenistan e il Tagikistan. Ma se la rivolta kirghisa è stata di natura laica, alcuni analisti sostengono che future rivolte in altri paesi potrebbero essere di matrice islamica.

La principale ragione che potrebbe determinare eventuali rivolte nelle repubbliche centroasiatiche è la mancata democratizzazione di questi paesi dopo che essi hanno ottenuto l’indipendenza a seguito del crollo dell’URSS. Fra tali paesi, i più repressivi sono certamente il Turkmenistan e l’Uzbekistan.

Tutti questi regimi sono di natura laica. Tuttavia in molti casi essi pretendono di gestire anche la religione, nominando le massime cariche religiose e modellando gli insegnamenti e le tradizioni islamiche (in tutti i casi si tratta di paesi a maggioranza musulmana).

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, l’Asia centrale ha vissuto una fase di re-islamizzazione , in alcuni casi importando idee e tendenze religiose esterne alla regione. Molti movimenti di opposizione si configurano dunque come “islamici”. Essi sono tuttavia solitamente messi al bando dalla maggior parte dei regimi centroasiatici, e invariabilmente bollati come “estremisti”. Numerosi esperti hanno però fatto notare che il panorama di questi movimenti è estremamente variegato, e che solo alcuni gruppi sono realmente estremisti e violenti.

Storicamente, l’Islam dell’Asia centrale è un Islam aperto e moderato, ed alcune città, come Bukhara e Samarcanda, vantano una storia secolare come centri di spiritualità e di diffusione della conoscenza. Il carattere repressivo dei regimi, abbinato all’infiltrazione di ideologie esterne alla regione (provenienti ad esempio dal Pakistan o dall’Arabia Saudita, spesso attraverso l’Afghanistan martoriato da svariati decenni di guerra), può però portare alla radicalizzazione di alcuni movimenti.

Dopo il tramonto del blocco comunista, l’altro grande evento che ha cambiato il volto della regione è stato l’11 settembre 2001, che ha portato al diretto coinvolgimento militare degli Stati Uniti in Afghanistan. Molte delle repubbliche centroasiatiche hanno aderito alla “guerra al terrore” fornendo basi militari agli Stati Uniti, spesso allo scopo di avere potere contrattuale nei confronti di Washington e di ricavarne benefici economici, oltre che di assicurarsi una piena indipendenza dalla Russia.

Del resto, il regime talebano non suscitava simpatie fra i regimi laici centroasiatici, ed era considerato anche pericoloso per l’appoggio che poteva fornire ad altri gruppi estremisti della regione, come il Movimento Islamico dell’Uzbekistan (IMU). D’altra parte l’Afghanistan dilaniato dalla guerra era stato rifugio di gruppi islamici (ad esempio tagiki ed uzbeki) anche in precedenza, quando il nord del paese era dominato dall’Alleanza del Nord.

Oltre che alla guerra afghana, l’interesse di Washington per l’Asia centrale era legato all’ossessione americana per le risorse energetiche del bacino del Caspio, a cui ben tre amministrazioni americane hanno cercato di avere accesso, pianificando una rete di pipeline che bypassasse la Russia facendo transitare il gas del Caspio attraverso la Turchia. A questo fine, i paesi di maggior interesse per Washington erano senza dubbio il Turkmenistan e l’Uzbekistan.

Nei loro rapporti con i regimi centroasiatici, gli Stati Uniti non hanno esitato ad anteporre i loro interessi militari ed energetici al loro attaccamento per i diritti umani, calpestati senza tanti scrupoli da regimi come quello uzbeko e turkmeno.

L’invasione dell’Afghanistan nel 2001 e quella dell’Iraq nel 2003 hanno avuto anche l’effetto (non troppo secondario) di liberare il regime iraniano da due acerrimi nemici: i Talebani e il regime di Saddam. Ciò ha permesso a Teheran di dispiegare nuovamente la sua influenza in Afghanistan e in Asia centrale (oltre che in Medio Oriente, come è ormai noto), dove vivono popolazioni etnicamente e culturalmente affini agli iraniani.

Dunque, i vent’anni che vanno dalla dissoluzione del blocco sovietico ai giorni nostri hanno completamente cambiato il panorama politico (ed economico) dell’Asia centrale.

Il 2011, anno in cui è previsto l’inizio del disimpegno americano dall’Afghanistan, potrebbe rappresentare un nuovo punto di svolta per la regione. In Asia tutti ne sono consapevoli. Gli americani, andandosene, con tutta probabilità non lasceranno dietro di sé una regione pacificata, ma un arco di instabilità che parte dal Pakistan, attraversa l’Afghanistan, e ultimamente ha raggiunto il Kirghizistan. Nella guerra che infuria in territorio afghano sono coinvolti gruppi etnicamente affini a molte delle repubbliche centroasiatiche confinanti, in particolare tagiki e uzbeki. Lo Xinjiang cinese è a un passo da lì.

Nella regione, tutti si stanno preparando all’era che si aprirà dopo il ritiro americano. Le varie forze in campo si stanno apprestando a colmare il vuoto di potere che sarà determinato dalla partenza delle truppe USA. Ma ciò che effettivamente accadrà nessuno è in grado di prevederlo con certezza.

Medarabnews