Africa, crisi politica sul fiume Nilo

Il disaccordo sulla gestione delle acque del Nilo, fra l’Egitto e il Sudan da un lato, e i paesi alle sorgenti del Nilo dall’altro, rischia di creare una grave crisi politica in Africa; esso rappresenta un campanello d’allarme sulle drammatiche crisi idriche che potrebbero scoppiare nei prossimi anni nel mondo – scrive il giornalista Osman Mirghani.

Dato che l’acqua è la fonte della vita, sentir dire al ministro egiziano per gli affari parlamentari Mufid Shihab che “l’approvvigionamento idrico dell’Egitto e i suoi diritti storici sulle acque del Nilo rappresentano una questione di vita o di morte che non può essere ignorata” non è stata una cosa inaspettata. Questa dichiarazione è stata fatta dopo che gli stati membri della Nile Basin Initiative (NBI) non sono riusciti a raggiungere un accordo unanime durante un incontro tenutosi a Sharm el-Sheikh intorno alla metà di aprile, e i paesi alle sorgenti del Nilo (Etiopia, Kenya, Burundi, Ruanda,Tanzania, Uganda e la Repubblica democratica del Congo) hanno respinto la proposta di Egitto e Sudan. In realtà, i sette paesi hanno firmato una nuova intesa, aggirando le obiezioni di Khartoum e del Cairo.

Questa crisi è davvero preoccupante, o simili dichiarazioni sono esagerate?

La verità è che la crisi è molto seria, e sta portando verso ulteriori complicazioni, nonché a una probabile escalation. Da un po’, i paesi alle sorgenti del Nilo si sono uniti chiedendo che vengano apportate modifiche ai vecchi accordi che regolano la spartizione delle acque del fiume fra i paesi del bacino del Nilo, basandosi sul fatto che questi accordi risalgono all’epoca coloniale e pertanto non sarebbero vincolanti. Questi paesi fanno anche notare che condizioni e bisogni sono cambiati, e il loro fabbisogno di risorse naturali, e specialmente idrico, è aumentato; di conseguenza, è necessario distribuire l’acqua del Nilo equamente. D’altra parte, il Sudan e l’Egitto rivendicano i loro diritti storici sulle quote del Nilo e hanno proposto di istituire una commissione per i dieci paesi del bacino del fiume (i sette paesi a monte del fiume menzionati prima, più l’Egitto e il Sudan, assieme all’Eritrea che ha lo status di osservatore all’interno dell’NBI).

L’obiettivo dell’incontro di Sharm el-Sheikh era di superare le divergenze e raggiungere un accordo fra i paesi del bacino; in ogni caso, quelli situati alle sorgenti del fiume hanno aggravato la crisi firmando un accordo quadro che dovrebbe divenire effettivo il mese prossimo e che non riconosce diritti storici e quote, né la regola del consenso unanime in materia di decision-making, e neanche l’obbligo di previa approvazione per qualsiasi progetto idrico in qualunque paese del bacino del Nilo – queste sono invece le clausole incluse nella proposta egiziano-sudanese. Il Cairo e Khartoum hanno risposto dichiarando che l’accordo quadro secondo loro non è vincolante, e contravviene alle leggi internazionali, tenuto conto del fatto che esistono accordi internazionali che regolano la ripartizione delle acque del Nilo, il fiume più lungo del mondo.

In realtà, il fallimento del meeting non è così sorprendente, dato che i segnali di crisi si avvertono da un po’. Da qualche tempo a questa parte, diversi ministri dei paesi a monte del Nilo reclamano una revisione degli accordi concernenti lo sfruttamento delle acque del fiume, e alcuni di loro si sono spinti fino ad accusare l’Egitto di voler controllare questa risorsa idrica aggrappandosi alla questione dei diritti storici. Da parte loro, molti ambienti del Cairo ritengono che Israele abbia avuto un ruolo nella faccenda, quello cioè di istigare alcuni paesi alle sorgenti del Nilo affinché sollevassero la questione delle quote idriche (che il Cairo considera un problema di sicurezza nazionale). Sebbene sia risaputo che Israele ha avviato progetti agrari in diversi stati africani, la questione va al di là di questo.

Negli anni ‘50, ‘60 e ‘70, l’Africa rappresentava una vera risorsa per il mondo arabo, e la cooperazione avveniva a molti livelli, al punto che la maggioranza dei paesi africani boicottò Israele per solidarietà con gli arabi. Ma il mondo arabo è annegato in un mare di problemi e conflitti, e il suo interesse per l’Africa sub-sahariana è diminuito. Di conseguenza, molti paesi dell’Africa hanno rivisto le loro priorità, e diversi fra essi hanno ripristinato le relazioni con Israele che ha iniziato a penetrare nel continente nero attraverso programmi politici, fornitura di armamenti, invio di delegazioni e progetti per l’agricoltura.

Malgrado tutto ciò, la crisi, che è destinata a peggiorare, non può essere affrontata considerandola solo una “cospirazione” israeliana. Ci sono nuove questioni che devono essere fronteggiate e vagliate per permettere al Sudan e all’Egitto di raggiungere un accordo con i paesi a monte del fiume; accordo che andrà a vantaggio di tutti e impedirà che nella regione scoppi una guerra per l’acqua. Ad esempio, studi statistici e rapporti dell’ONU indicano che il tasso di crescita della popolazione in Etiopia, uno dei paesi alle sorgenti del Nilo più importanti, è uno dei più alti al mondo, e che la sua densità di popolazione supererà quella dell’Egitto entro il 2015, facendo diventare l’Etiopia il secondo paese più popoloso dell’Africa, dopo la Nigeria. Secondo un rapporto ONU sulla crescita demografica, la popolazione della Repubblica democratica del Congo (altro paese alle sorgenti del Nilo) raggiungerà i 110 milioni entro il 2025, superando quella dell’Egitto che si pensa arriverà a 99 milioni entro lo stesso anno, mentre si prevede che la popolazione etiope sarà di 113 milioni.

Questi numeri dimostrano che in futuro la richiesta di risorse idriche e agricole aumenterà, e che perciò le frizioni fra i paesi del bacino del Nilo potrebbero aumentare. Altro fattore che potrebbe improvvisamente influire sulla questione delle acque del Nilo è l’eventuale secessione del

sud del Sudan, poiché “lo stato del sud” reclamerà la sua quota idrica, che andrà a incidere sull’attuale distribuzione.

Svariati rapporti e studi hanno lanciato l’allarme contro le guerre per l’acqua che si potrebbero avere in futuro, e il Nilo è esposto a possibili conflitti fintanto che i problemi non verranno gestiti fornendo più acqua (paludi e barriere d’erba causano l’evaporazione e la perdita di una grande quantità d’acqua), tramite progetti agrari congiunti e attraverso la cooperazione nel campo della sicurezza energetica e alimentare.

Osman Mirghani è vicedirettore del quotidiano saudita al-Sharq al-Awsat

Traduzione a cura di Medarabnews