Iran e Occidente, al centro della contesa c’è lo Stretto di Hormuz

La strategia Usa ed europea nei confronti dell’Iran e del suo programma nucleare mostra l’intenzione di evitare, per quanto possibile, un conflitto armato. L’opzione militare, infiammerebbe, secondo molti analisti, l’intero Medio Oriente, determinando una forte instabilità regionale. La ripresa degli scontri tra sciiti-sunniti in Iraq, l’intervento di Hezbollah contro Israele, la mancata cooperazione per stabilizzare i confini afgani e l’inasprirsi dei conflitti in Yemen vengono spesso menzionate come alcune delle possibili conseguenze di un conflitto. Meno citata, ma non per questo meno importante agli occhi dei governi occidentali, è invece la sicurezza del Golfo Persico e in particolare dello Stretto di Hormuz.

Non bisogna infatti dimenticare che circa il 40% delle forniture marittime mondiali di greggio passa proprio attraverso questo spazio, che nel suo punto più stretto è largo appena 54 km. Il flusso di navi e petrolio deve rimanere costante per non provocare un rapido incremento del prezzo del greggio, poiché le contromosse studiate per rotte alternative (come l’oleodotto che dovrebbe attraversare l’Arabia Saudita da est a ovest) sono ancora lontane dall’essere realizzate.

Non appare realistico che Teheran decida di chiudere lo stretto in periodo di pace. Questa eventualità è proprio ciò che maggiormente potrebbe unire i governi occidentali in un’unica causa e convincerli della necessità di un’azione militare decisa; è improbabile che la leadership di Teheran ignori quanto suicida possa essere tale opzione. Diversa è invece la situazione di un Iran già sottoposto a una campagna di bombardamenti sui propri siti nucleari e militari: la chiusura dello stretto, minacciata dal comandante dei Pasdaran, Generale Ali Mohammed Jafari, diverrebbe allora una possibilità, anche se difficilmente realizzabile.

Le opzioni iraniane

Esistono principalmente tre modi per impedire il transito attraverso lo Stretto di Hormuz, impiegabili singolarmente o in combinazione tra loro. Innanzi tutto è possibile un blocco navale attivo, ovvero l’impiego diretto dei vascelli e dell’aviazione iraniana per attaccare le navi in passaggio. Tale opzione appare la meno probabile e meno efficace, in quanto l’apparato aeronavale Usa garantirebbe la pronta e rapida distruzione di tali forze anche a lunga distanza, liberando il percorso. L’effetto di tale azione da sola sarebbe perciò sostanzialmente ininfluente, considerando anche che la neutralizzazione di queste risorse militari iraniane sarebbe un obiettivo occidentale fin dalle prime ore di conflitto.

Un blocco passivo è possibile invece affondando una o più navi nello Stretto laddove il fondale sia meno profondo e minando il corridoio di transito. In tal modo si impedisce di fatto il passaggio, ponendo degli ostacoli sul percorso. Il rischio di collisione – o, peggio, di esplosione – costringerebbe i contingenti alleati a un’opera di rimozione degli impedimenti che potrebbe durare anche qualche giorno. Tuttavia rimane da verificare l’efficacia iraniana nell’effettuare tale azione: in entrambi i casi infatti è necessario giungere fisicamente sul posto designato e ne deriva perciò un margine di reazione considerevole per le forze Usa.

Esiste infine l’opera di interdizione: in questo caso azioni “mordi-e-fuggi” che prevedano il lancio di missili anti-nave da terra (come il C-508 di origine cinese) o torpedini (come lo Shkval russo che equipaggia i nuovi motoscafi d’attacco iraniani) metterebbero a repentaglio non solo il naviglio civile, ma perfino i vascelli militari che si trovassero costretti ad operare a bassa velocità all’interno degli stretti corridoi di navigazione all’imboccatura del Golfo. Il problema in questo caso riguarda la difficoltà di localizzare il pericolo prima del lancio data la velocità dei motoscafi, le loro piccole dimensioni e la mimetizzazione delle postazioni a terra.

Basso rischio reale, alto rischio mediatico?

Normalmente la superiorità bellica Usa dovrebbe garantire l’inefficacia di tali tattiche, grazie alla potenza aeronavale e al sistema elettronico Aegis che protegge le navi da missili in arrivo. Eppure nel 2004 un’esercitazione simulata mostrò la disfatta della 5a Flotta Usa – con numerose navi ipotizzate danneggiate o affondate – se affrontata da nugoli di motoscafi ad alta velocità che attacchino a sciame, così come previsto dalla dottrina navale iraniana; tutto ciò a causa della difficoltà di ingaggiare efficacemente tali natanti, dai numerosi ricoveri nascosti nella costa ove possono rifugiarsi, e per il ristretto spazio dove i grandi vascelli Usa sono impossibilitati a manovrare al meglio. È improbabile che nel frattempo il Pentagono non abbia studiato contromosse, tuttavia rimane il fatto che a Teheran basti affondare o danneggiare gravemente anche solo una nave da guerra di qualsiasi dimensione per segnare un punto importante nella guerra mediatica che inevitabilmente si svolgerebbe parallela a quella reale. L’efficacia dell’opera di search & destroy nelle prime ore di conflitto determinerà dunque la neutralizzazione o meno di tale minaccia.

Appare evidente come l’esito globale degli scontri non sia in discussione, anche se è possibile che il flusso di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz risulti bloccato o seriamente limitato per almeno qualche giorno. I governi occidentali dovrebbero dunque prepararsi a scenari di parziale aumento del prezzo del greggio, anche se non si ritiene che le conseguenze per l’economia mondiale debbano essere troppo rilevanti grazie all’eventuale impiego di riserve strategiche nazionali. Altrettanta attenzione andrà posta nella protezione delle superpetroliere al largo di Qatar, Eau e Bahrein, veri depositi mondiali forieri anche di possibili disastri ambientali in caso di danneggiamento.

Un’adeguata consapevolezza dei rischi coinvolti in tale scenario può aiutare a ridurre la probabilità del loro verificarsi. Tuttavia il vero problema consiste nel fatto che finché non verranno trovate alternative valide al transito attraverso Hormuz, l’Occidente avrà sempre un ventre molle che Teheran potrà tentare di sfruttare a meno di un continuo impiego di considerevoli forze militari per proteggerlo, come ora.

Lorenzo Nannetti – AffarInternazionali