Caso Cucchi, si aggrava la posizione degli indagati

Stefano Cucchi

Lesioni e abuso di autorità per i tre agenti penitenziari accusati del presunto pestaggio di Stefano Cucchi. Favoreggiamento, abbandono di incapace, abuso d’ufficio e falsità ideologica per dieci tra funzionari della pubblica amministrazione, medici ed infermieri dell’ospedale Sandro Pertini, dove il trentunenne romano è deceduto il 22 ottobre scorso. Queste le accuse formulate dalla procura di Roma nei confronti dei tredici indagati del caso Cucchi. I pubblici ministeri Francesca Loi e Vincenzo Barba hanno depositato gli atti questa mattina, in base alla a quanto previsto dall’articolo 415 bis del codice di procedura penale. Si tratta della procedura che anticipa la richiesta di rinvio a giudizio degli indagati. I magistrati, alla luce delle risultanze peritali, hanno modificato le originarie ipotesi di accusa, cioè omicidio preterintenzionale per gli agenti penitenziari responsabili del presunto pestaggio e omicidio colposo per i medici del Pertini. Nel capo di imputazione i magistrati capitolini sostengono infatti che le tre guardie carcerarie avrebbero aggredito Stefano Cucchi il 16 ottobre 2009 in una cella di sicurezza del tribunale di Roma, dove il ragazzo si trovava in attesa dell’udianza di convalida. Gli agenti Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenica avrebbero fatto cadere a terra Cucchi, causandogli un “politrauma nella zona sopracilliare sinistra, ferite alle mani e lesioni al gluteo destro e alla gamba sinistra nonché l’infrazione della quarta vertebra sacrale”. Inoltre, i tre, ”allo scopo di far desistere Cucchi” dalle ”reiterate richieste di farmaci e alle continue lamentele lo sottoponevano a misure di rigore non consentite dalla legge”.
I dipendenti ospedalieri coinvolti sono invece accusati di aver aiutato gli agenti ad “eludere le investigazioni dell’autorità giudiziaria”, omettendo di trasferire, o di richiedere il trasferimento, in reparto idoneo in relazione alle condizioni critiche del paziente. Inoltre i pm scrivono che i medici e gli infermieri che hanno prestato servizio nel reparto penitenziario del Pertini dal 18 al 22 ottobre hanno “abbandonato Stefano Cucchi,  del quale dovevano invece avere cura, in quanto incapace di provvedere a se stesso”. Il ragazzo era in una situazione fisica che lo poneva “in pericolo di vita ed esigeva il pieno attivarsi dei sanitari, che invece hanno omesso di adottare i più elementari presidi terapeutici e di assistenza”. Tra questi, la somministrazione di un semplice cucchiaino di zucchero sciolto in un bicchiere d’acqua, avrebbe potuto salvare Cucchi.
Particolarmente pesante poi è la responsabilità ascritta a Flaminia Bruno, il medico di turno nella struttura protetta dell’ospedale Pertini il 22 ottobre. Nel certificato di morte di Cucchi la dottoressa avrebbe “falsamente attestato che si trattava di morte naturale, pur essendo a conoscenza delle patologie di cui era affetto, perché ricoverato nel reparto nei cinque giorni precedenti, ricollegabili a un traumatismo fratturativo di origine violenta, che imponeva la messa a disposizione della salma all’autorità giudiziaria”.
La famiglia Cucchi esprime oggi grande soddisfazione per il lavoro svolto dai pm. “Quando è stato arrestato Stefano stava bene ed è morto in condizioni terribili per il semplice fatto che stava male perché picchiato dagli agenti di polizia penitenziaria -scrivono in una nota- Non dimentichiamo che senza quelle botte Stefano non sarebbe morto. I medici si devono vergognare, non sono degni di indossare un camice”.

Tatiana Della Carità