Caos politico in Iraq, rischio guerra civile

Le recenti epurazioni di candidati ed il riconteggio dei voti lasciano temere che potremmo assistere a un rovesciamento del risultato elettorale del 7 marzo – scrive il giornalista di origine irachena Firas Al-Atraqchi

Il parlamento iracheno

La decisione presa da una corte irachena di squalificare decine di candidati – compreso un candidato eletto con la coalizione Iraqiya guidata dall’ex primo ministro Iyad Allawi – per presunti legami col partito Baath potrebbe portare il paese sull’orlo di una guerra civile.

In Medio Oriente c’è un vecchio adagio che dice che i governanti arabi al potere lasciano il loro incarico solo grazie a sanguinosi colpi di stato o per l’intervento divino; una volta in carica, la maggior parte di essi si aggrappa tenacemente al potere, come un bambino a un lecca-lecca in un negozio di caramelle.

Negli ultimi sette anni in Iraq, gli stessi gruppi di potere composti da un miscuglio di esuli politici ed elite locali hanno mantenuto il controllo, avvicendandosi alla guida dei ministeri, mentre gli iracheni attendevano di vedere un barlume della nuova era che era stata promessa loro più e più volte.

La decisione della corte significa che essa ha accolto le raccomandazioni della Commissione di Giustizia e Responsabilità (CGR) che è incaricata di impedire agli ex membri dell’illegale partito Baath di tornare alla vita pubblica.

La CGR ha inizialmente chiesto che 52 candidati fossero messi al bando immediatamente dopo le elezioni del 7 marzo, e ha aspramente criticato la commissione elettorale irachena per averli ammessi in prima istanza alla corsa elettorale.

Questa pressione potrebbe contribuire a spiegare la decisione, presa dalla commissione elettorale la scorsa settimana (senza dubbio essa ha anche ceduto alle richieste della Coalizione per lo Stato di Diritto guidata da Nouri al-Maliki), di eseguire un riconteggio manuale delle schede della provincia di Baghdad.

Da allora, altri politici si sono fatti avanti chiedendo il riconteggio delle schede in diverse parti dell’Iraq.

Questo pasticcio politico giunge al culmine dei febbrili sforzi compiuti da curdi e arabi nella città multietnica settentrionale di Mosul per placare le tensioni esacerbatesi dopo che il partito prevalentemente arabo sunnita al-Hadbaa aveva vinto le elezioni provinciali spodestando i curdi nel gennaio 2009.

Negli ultimi giorni, curdi e arabi hanno annunciato che stavano quasi per raggiungere un accordo che avrebbe arginato le divisioni etniche e posto fine all’antico conflitto nel nord. Una simile manifestazione di buona volontà potrebbe servire come strumento per costruire la fiducia e attenuare i timori arabi relativi alle intenzioni dei curdi di formalizzare l’annessione di fatto al Governo Regionale Curdo, nel nord del paese, dei territori contesi.

Sull’altro fronte, essa convincerebbe i curdi, diffidenti nei confronti del predominio arabo nella politica locale, che un meccanismo di condivisione del potere per il nord potrebbe funzionare.

Tuttavia, questo accordo è stato ora messo in dubbio dagli ultimi eventi di Baghdad che potrebbero ribaltare i risultati delle elezioni; non si sa se i curdi porteranno avanti i negoziati con al-Hadbaa, un partito membro della coalizione Iraqiya, nel caso in cui Allawi non dovesse essere più ritenuto il vincitore delle elezioni del 7 marzo.

Gli osservatori politici iracheni hanno ripetutamente sottolineato che il periodo che ha portato alle elezioni del 7 marzo – così come le attuali manovre politiche post-elettorali – è il miglior indicatore del tipo di Iraq che emergerà nei giorni e nelle settimane a venire.

C’è un senso di inquietudine.

Nei giorni precedenti le elezioni del 7 marzo, ci sono stati sforzi per escludere i politici sunniti – molti dei quali si erano alleati con Allawi, uno sciita – dal processo elettorale. Tali sforzi sono andati di pari passo con i tentativi di impedire a centinaia di migliaia di iracheni della diaspora di esprimere il proprio voto fuori dal paese.

Ancora più pericolosi, tuttavia, sono stati gli sforzi senza posa della CGR volti ad assicurare che fosse impedito di partecipare alle elezioni a quanti più sunniti possibile, scoraggiando in questo modo la comunità sunnita dall’esprimere il proprio voto, in maniera analoga a quanto accadde in occasione del boicottaggio sunnita del 2005.

Il rischio sta nel fatto che la CGR è guidata da Ahmed Chalabi e Ali al-Lami, entrambi candidati alle elezioni del 7 marzo nelle file dell’Alleanza Nazionale Irachena, un gruppo precedentemente alleato con il blocco politico di al-Maliki.

Malgrado le obiezioni che affermavano che la presenza di due candidati investiti dell’autorità di proibire a politici di partiti rivali di correre alle elezioni avrebbe costituito un conflitto di interessi, la corte ha tuttavia accettato le loro raccomandazioni.

Si tratta di una crisi che non può essere minimizzata. Il periodo post-elettorale rivela che nessun risultato elettorale è al sicuro dall’intervento della corte e dal “banditismo costituzionale” nel nuovo Iraq.

Non è così che funzionano le democrazie; purtroppo, c’è del marcio che avvelena le radici politiche del moderno Iraq post-Saddam.

Nel dar corso al processo di debaathificazione, accogliendo le insistenze di Chalabi e di altri intrepidi alleati anti-Saddam dell’epoca, Paul Bremer, il capo della Coalition Provisional Authority (CPA) nel 2003, potrebbe aver commesso un grave errore che solo adesso sta cominciando ad emergere.

Quasi quattro milioni e mezzo di iracheni appartenevano al partito Baath; la maggior parte dei tecnocrati iracheni – quelli che sono fondamentali in qualsiasi serio processo di ricostruzione – erano membri del partito Baath. Classificandoli come membri indesiderati della società, e privandoli del diritto di voto, Bremer non solo ha cacciato molti di loro fuori dal paese, ma ha anche assicurato che solo i non-baathisti possano legittimamente svolgere delle funzioni nel nuovo Iraq.

Egli si è opposto alle richieste di molti iracheni – compresi alcuni membri della Lega Araba – di promuovere una riconciliazione nazionale per sanare le fratture politiche e settarie che da molto tempo infiammano il paese.

Tutto ciò si riassume nel fatto che solo gli iracheni che hanno vissuto in esilio volontario all’estero avrebbero potuto governare in Iraq. Dato che molti di costoro sono stati finanziati e sostenuti dall’Iran, non sorprende che molti iracheni laici nazionalisti si considerino sotto un’indiretta occupazione iraniana.

Maliki e il suo predecessore, Ibrahim al-Jaafari, erano entrambi membri del partito Daawa un tempo fuorilegge, che aveva sedi a Damasco e a Teheran. Entrambi hanno trascorso diversi anni in Iran al culmine della Rivoluzione Islamica.

Ammar al-Hakim, alleato di al-Jaafari nell’Alleanza Nazionale Irachena, era una figura subalterna di suo padre Abdel Aziz al-Hakim (scomparso lo scorso agosto) che guidò il Supremo Consiglio per la Rivoluzione Islamica in Iraq (SCIRI) e il suo braccio armato, le Brigate Badr, a partire dai primi anni ’80.

Sia l’ala militare che l’ala politica erano sostenute fin dal 1981 con materiali e finanziamenti provenienti dalla Rivoluzione Islamica in Iran. Alle Brigate Badr era consentito addestrarsi e sferrare attacchi contro l’esercito iracheno dal territorio iraniano durante la guerra del 1980-88 tra i due ricchi paesi petroliferi.

Queste fazioni sono impegnate in un aspro scontro politico con Allawi, anche lui uno sciita, che scelse l’Occidente (Londra) per il suo esilio.

Alle elezioni del 7 marzo, Allawi è piaciuto agli elettori sunniti (e ad alcuni sciiti) non perché era sciita, o lui stesso un ex-baathista, ma perché i suoi sostenitori hanno creduto nel suo messaggio di un Iraq non settario. Essi considerano un Iraq laico fondato su ideali nazionalistici come l’unico modo per evitare il ritorno di conflitti settari e di una possibile guerra civile.

Per alcuni giorni a marzo, si è avuta l’impressione che il popolo iracheno avesse varcato quella soglia critica, compiendo un passo storico per il Medio Oriente. Milioni di iracheni hanno sfidato le sporadiche esplosioni, le minacce di morte, e il clima di violenza generale che li aveva intorpiditi a partire dal 2003, per andare a votare ed eleggere un nuovo parlamento e un nuovo primo ministro.

Vi era la speranza di eleggere un nuovo Iraq che si sarebbe lasciato alle spalle la militanza settaria, un paese nel quale tutte le differenti sette ed etnie si sarebbero riconciliate per dar vita a una nuova era.

Sfortunatamente, con la stessa velocità vertiginosa con la quale i repubblicani americani avevano dichiarato “missione compiuta”, lo scorso mese molti esperti sono stati di gran lunga troppo presuntuosi nell’annunciare che l’Iraq era realmente la nuova democrazia che stava sbocciando nella regione.

Sì, nello spirito le elezioni sono state democratiche perché la maggior parte degli iracheni vogliono uno stato libertario che sia fondato sui principi di eguaglianza, giustizia e nazionalismo. Essi cercano un Iraq che possa presto recuperare il proprio posto tra le nazioni arabe e opporsi alle ingerenze di Damasco, Riyadh e Teheran.

Ma stiamo scoprendo che ciò che vuole il popolo iracheno non ha importanza e conta ben poco quando la realpolitik impersonata dai politici iracheni – ma scritta nelle capitali straniere – prende il sopravvento.

Gli iracheni che erano stati persuasi sia dall’amministrazione Bush che da quella Obama a dare fiducia al processo elettorale – e alla democrazia stessa – sono ora disillusi. Ci si chiede se i politici americani che si sono recati in Iraq così tante volte – a partire dall’ex Segretario di Stato Condi Rice fino al vicepresidente Joe Biden – per mediare tra le fazioni politiche, siano pronti a gettare la spugna.

Mentre Allawi ha minacciato di non riconoscere i nuovi risultati, e potrebbe apprestarsi a chiedere che abbiano luogo nuove elezioni, i comuni cittadini iracheni si stanno domandando se il paese può essere tenuto unito. Alcuni stanno addirittura cominciando a temere che il ritiro delle truppe americane porterà nuove carneficine e massacri.

Ci si pongono molte domande, in un clima in cui le teorie del complotto sono come il pane quotidiano; Washington ha un accordo segreto con Teheran per cedere il controllo dell’Iraq? Questo caos politico viene orchestrato per creare una giustificazione morale e strategica che permetta alle forze americane di restare in Iraq?

Gli iracheni che una volta volevano soltanto che gli Stati Uniti se ne andassero stanno forse riconsiderando i pregi di questa mossa?

Essi si stanno chiedendo cosa sia cambiato da quando Saddam è stato rovesciato. Sì, potranno esserci dei media più indipendenti, ma dei giornali scritti da giornalisti liberi difficilmente li proteggeranno dai proiettili e dai machete che potrebbero presto piovergli addosso.

Firas Al-Atraqchi è un giornalista canadese di origine irachena; si occupa di questioni mediorientali dal 1992; ha lavorato con al-Jazeera International

Traduzione a cura di Medarabnews