La sinistra in America Latina, il passato rivoluzionario e il presente illusionista

murale messicano

Spettri del passato perseguitano ogni mossa della sinistra latino americana. È come se la sua recente affermazione stesse conducendo alla rettificazione della storia: un ritorno alle origini, una seconda chance per completare progetti prima deragliati. Bisogna comunque notare che le specifiche storie che vengono rettificate sono, ciascuna, presentate come nazionali, e che la fondazione immaginaria che viene rimessa in scena varia da paese a paese. Per esempio, la vittoria di Evo Morales in Bolivia si suppone rettifichi cinque secoli di dominio coloniale dei bianchi sugli indios. Ugo Chávez, invece, ha trovato la fonte della redenzione nazionale non nel passato precoloniale ma nel ritorno alla fondazione dello stato-nazione, ai tempi di Simón Bolívar, circa due secoli fa.

In Messico, l’ascesa della sinistra avvenne prima nel 1988, grazie alla leadership di Cuauhtémoc Cárdenas, e portò alla riforma agraria e alla nazionalizzazione del petrolio. Sei anni dopo, il movimento zapatista si presentò come la prosecuzione delle lotte radicali di Emiliano Zapata durante la Rivoluzione Messicana (1910-1920). In Cile, Michelle Bachelet sta tornando al socialismo democratico di Salvador Allende, assassinato nel 1973 insieme al padre di Bachelet stessa. In Argentina, la crisi del 2002 è stata così profonda da trasformare il peronismo nell’unica vera forza politica, nell’unico linguaggio pubblico. Il segreto della vita postuma del peronismo risiede nell’ossessione per le opportunità perdute tipica del culto di Evita.

Il trionfo elettorale di Lula in Brasile è stato visto come la conclusione simbolica della transizione democratica iniziata con la sconfitta della dittatura militare nel 1981. Infine, in Uruguay, la vittoria di Tabare Vázquez è stata percepita come un ritorno alla socialdemocrazia degli anni ’20.

Ecco alcuni dei fantasmi che perseguitano i nuovi tentativi di fondazione politica: la democrazia socialista, le rivoluzioni postcoloniali, i regimi nazional popolari. Il ritorno a questi momenti di un passato solo apparentemente concluso porta a compimento il lavoro del lutto per le illusioni infrante della sinistra della guerra fredda e dei “miracoli economici” di quegli anni, e questo lutto si aggrappa a quelle speranze che sono state degradate, umiliate e violentemente cancellate dalle dittature degli anni ’70 e dalle crisi economiche degli anni ’80 e ’90.

Ma l’attuale rinascita della sinistra avviene in un periodo in cui non c’è alcuna alternativa economica al capitalismo. In tale contesto, è difficile cogliere il vero significato di etichette politiche come destra e sinistra. Per questo motivo, le “occasioni perdute” che stanno venendo simbolicamente recuperate si affidano tutte a tradizioni nazionali e a immagini di autonomia e autogoverno: la grandezza degli inca, il culto di figure carismatiche come Bolívar o Juárez, gli esperimenti naufragati di socialismo moderno in Uruguay e Cile, il potere delle correnti politiche dell’estado novo e del peronismo, le rivendicazioni della rivoluzione messicana. In breve, il discorso fondativo della sinistra latino americana si costruisce sull’eredità del nazionalismo, che non è certo una specificità della sinistra. Per converso, l’affidarsi all’idioma nazionalista ha aperto una serie di diatribe sul significato di nazione, su chi la rappresenti e chi ne sia membro. In tutti i paesi latino americani il neoliberismo ha prodotto una profonda frattura fra gruppi esposti a rischi crescenti e gruppi che hanno tratto vantaggio dal libero mercato e dall’indebolirsi degli stati. Questa frattura era ovunque visibile ed è stata identificata in molteplici espressioni: il paese a due velocità, la nazione profonda contro quella fittizia, l’oligarchia contro il popolo, e così via.

La spaccatura viene spesso rappresentata come una diatriba circa cos’è veramente reale nell’economia. La sinistra ha costruito una versione della realtà alternativa a quella neoliberista, un mondo popolato dalla povertà, dalla violenza e dall’emarginazione, tutti portati del neoliberismo stesso. In definitiva, la sinistra è riuscita a identificare questa versione alternativa con i costumi locali e la nazione, etichettando le “leggi economiche” neoliberiste con un’imposizione straniera.

Per la sinistra, la nazione reale è stata marginalizzata: il suo progetto è di riportare gli emarginati al centro della politica. Di conseguenza, la vera sfida diventa come riuscire in tutto ciò una volta che la sinistra sale al potere. Hugo Chávez ha ripetutamente messo in scena questa narrazione nel suo show settimanale, Aló Presidente, dove costantemente esibisce le sue origini popolari mentre pone se stesso come l’incarnazione della sovranità popolare. L’identificazione fra realtà e marginalità è fiorita a Caracas prima dell’avvento di Chávez: la rivolta del 1989, chiamata Caracazo, durante la quale l’esercito aprì il fuoco contro centinaia di poveri, fu il punto più alto dell’emersione del marginale come realtà, del sentimento che la prospera Caracas è un’isola circondata, e assediata, da quella realtà della miseria che la città cerca di negare. Quell’estate di lotta è stata indicata da Chávez stesso come la radice dell’ascesa al potere delle ceti diseredati.

Simili espressioni si trovano in tutta l’America Latina. Non a caso, il cinema latino americano ha abbandonato il realismo magico degli anni ’60 e ’70 in favore di un neorealismo che insiste su quello che l’intellettuale brasiliana Beatriz Jaguaribe ha chiamato “lo shock del reale”: il crudo ritratto della povertà urbana, della droga, della prostituzione adolescenziale. Una volta al potere, la sinistra ha incessantemente enfatizzato il suo essere in contatto con questa realtà nazionale. Per esempio, l’ex candidato alla presidenza del Messico, Andrés Manuel López Obrador, iniziò la sua campagna elettorale in un villaggio che fu scelto perché era il più povero del paese. E il subcomandante Marcos firma i suoi comunicati stampa da una comunità del Chiapas chiamata La realidad. Questo è il “reale” come luogo da cui emerge la sinistra. Si tratta spesso di uno spazio anonimo, o addirittura mitologico, è la radice da cui deve sorgere una sovranità legittima.

Tale retorica del reale fa parte di un linguaggio politico che ha le sue origini nei grandi populisti dell’America Latina, quali Evita, Getulio Vargas, o dittatori come Trujillo, ed è stata denunciata come demagogica e antidemocratica. È un linguaggio trasgressivo che instilla paura in certi settori perché è un idioma di identificazione fra il leader e i seguaci che chiama all’odio di classe. E l’odio di classe è una dimensione, e una risorsa a portata di mano, nella politica democratica della regione.

Ma c’è, in aggiunta, un secondo registro discorsivo nella sinistra: il teatro dei lavori pubblici. I lavori pubblici, specialmente quelli monumentali, sono una sorta di immagine concreta, un simbolo positivo il cui corrispettivo negativo è la corruzione dei regimi neoliberali. Ovviamente, i messicani e i brasiliani sono campioni in questa forma di monumentalità: tutta la panoplia dello sviluppismo passato, comprendente autostrade a più corsie, opere idriche e nuove scuole, viene oggi dispiegata come immagine di potenza, come immagine di ciò che può essere fatto quando un cittadino virtuoso occupa la presidenza.

Per questi motivi, l’immagine neorepubblicana del presidente è intrecciata al neo-sviluppismo dei programmi economici e, spesso, del team ministeriale. Così, l’unione di fondazione mitico-politica, neorepubblicanesimo e neo-sviluppismo è sia una formula per un maggiore controllo statale sull’economia sia un segno in qualche modo inquietante della povertà dell’immaginazione economica a sinistra.

La nuova sinistra non è rivoluzionaria o anticapitalista, ma interventista. E continuerà a rivolgersi a retoriche nazional-popolari e sviluppiste se non farà uno sforzo concertato per promuovere modelli economici alternativi.

traduzione di Cesare Del Frate