Cina e crisi economica globale: l’ affermazione dello yuan e la caduta dell’ euro

L`accordo stipulato domenica tra FMI e Grecia, più che confermare il fallimento della Europa, sorprende per il nuovo protagonismo che questa istituzione internazionale, data da molti per spacciata, ha nuovamente assunto. E questo grazie anche al grande contributo della Cina. Il Dragone è stato infatti il primo paese a comprare l`equivalente di 50 bilioni di dollari nell`acquisto dei primi bond a cadenza di 5 anni, emessi dal FMI nell`autunno dello scorso anno, per raccogliere 500 bilioni con cui finanziare quei paesi in difficoltà colpiti dallo tzunami dei subprime. Dopo aver rifiutato pubblicamente l`acquisto diretto di bond Greci sotto la mediazione della banca americana Goldman Sachs, Pechino ha preferito giocare un ruolo pubblico marginale nei salvataggi dei default sovrani, sfruttando semmai la sua partecipazione in qualità di maggior contribuente del FMI in questa circostanza.

Non a caso proprio oggi (3 Maggio), Zhu Min, ex vice governatore della banca centrale Cinese, assume ufficialmente la posizione di consigliere speciale (e forse futuro presidente) di questa stessa istituzione. La Cina ha pagato questi bond con 341.2 bilioni di yuan piuttosto che con i dollari delle sue riserve, usati per il suo commercio internazionale e per le transazioni internazionali. Il pagamento di tali bond in moneta locale va nella direzione di usare lo yuan anche nei mercati esteri, un passaggio, questo, che Beijing sta promuovendo proprio grazie al FMI. Quest’ultimo è intervenuto, negli ultimi mesi, oltre che in Grecia, anche in Ucraina, Nigeria, Pakistan, Sri Lanka, Messico, Islanda, Serbia, Ungheria e Lituania.La questione delle valute e delle divise nazionali sta diventando oggi un elemento centrale nel ridefinire il nuovo assetto internazionale della globalizzazione, dando vita ad un nuovo regime monetario globale. Ed è proprio la definizione di un nuovo ordine mondiale multipolare, fatto da accordi valutari regionali per usare monete nazionali nel commercio internazionale promuovendo scambi e investimenti, il risultato del secondo meeting dei BRIC, ovvero Brasile, Russia, India e Cina tenutosi a Brasilia qualche giorno fa. Questi quattro paesi che da soli contano il 40% della popolazione mondiale e il 16% del Pil, potrebbero avere il potere economico che oggi hanno i G7 entro il 2050. Partner privilegiati di questi paesi sono il Sud Africa (con un commercio interregionale in costante aumento e che ha raggiunto il volume di 26.4 bilioni di dollari lo scorso anno), e l`Indonesia, che con i suoi 235 milioni di persone é il quarto Stato più popolato al mondo, nonché prossimo candidato a far parte dei BRIC.La proposta della cosiddetta “carta di Brasilia” , ovvero quella di una nuova governance della finanza mondiale che punti a superare la divisa del dollaro come riferimento degli affari globali, utilizzando valute locali per investimenti e scambi commerciali bilaterali tra questi paesi (soprattutto nel campo energetico e delle materie prime), colpisce un Occidente che fatica a riprendersi dalla crisi.In questo quadro un rafforzamento degli scambi commerciali senza passare per gli Usa (che tuttavia resta, ad oggi, il maggior partner commerciale di questi paesi) e l`uso di istituzioni internazionali come il FMI e la Banca Mondiale – come la Cina sta facendo – potrebbe rafforzare la stessa internazionalizzazione dello yuan come divisa di commercio mondiale. Attraverso la istituzione di una nuova moneta, o con la adozione dello yuan cinese nelle vesti di una sorta di “euro” dell’Asia, lo tzunami finanziario ha incrementato la fiducia delle economie dei paesi in via di sviluppo aprendo di fatto ad un futuro incerto del dollaro come moneta della riserva mondiale.

Più che la crisi finanziaria di questo inizio millennio, ciò che verrà ricordato sarà forse il nuovo protagonismo, politico ed economico, assunto da questi nuovi paesi, che la dice lunga sul nuovo assetto mondiale emergente dalla crisi economica in corso.

Paolo Do – Ya Basta Napoli