Il potere di Cesare Geronzi, neopresidente di Assicurazioni Generali

Non so nulla di assicurazioni, ma imparerò”. A parlare non è un giovane aspirante assicuratore, ma il presidente del più grande gruppo assicurativo del paese, terzo in Europa. Parliamo di Generali e del neopresidente Cesare Geronzi, che alla conferenza stampa di sabato scorso nascondeva a stento la soddisfazione, come un bambino con un giocattolo tutto nuovo.

C’è da chiedersi perché mai gli azionisti (o meglio il più potente di essi: Mediobanca) abbiano scelto un incompetente a capo dell’azienda più blasonata del Sistema Italia. Benchè non ci siano dubbi sulle capacità di apprendimento del nuovo presidente (esistono degli ottimi manuali in circolazione), qualche malevolo si ostina a pensare che la nomina abbia ben poco a che vedere con i suoi meriti imprenditoriali e tantomeno con l’interesse degli assicurati.

Si è già detto del processo sul crack Eurolat-Parmalat e dell’esigenza di Geronzi di continuare a dominare i giochi in caso di condanna definitiva (cosa difficile ai vertici di Mediobanca, sottoposta a norme più stringenti sui requisiti di onorabilità). Sulla bilancia delle insinuazioni qualcuno aggiunge interessi non dichiarati del governo in carica, che si assicurerebbe così una sponda affidabile per eventuali e probabili esigenze di cassa. Generali gestisce risorse per 340 miliardi di euro, un quinto del Pil italiano, di cui 40 non vincolati a riserve (con cui si pagano sinistri e pensioni). Sono soldi degli assicurati, beninteso, ma che potrebbero tornare utili per finanziare infrastrutture, grandi opere o imprese in difficoltà. E nessuno meglio dell’amico Cesare avrebbe orecchie sensibili alla voce del premier.

Va da sé che il potere del Leone si estende molto al di là delle disponibilità di cassa. I piani alti della compagnia offrono un canale diretto con i tre quarti della finanza italiana, grazie a un fitta rete di intrecci azionari e personali. Per questo industriali e banchieri guardano ai Consigli di amministrazione (Cda) di Generali e Mediobanca come a santuari miracolosi. Per entrarvi accumulano milioni di azioni in portafoglio, anche se negli ultimi tre anni il titolo Generali si è dimezzato. L’importante è esserci. L’assemblea di sabato scorso ha sancito l’ingresso o la riconferma di 19 consiglieri, votati dai 2/3 dei presenti (pari al 38% del capitale sociale): Cesare Geronzi, Vincent Bolloré, Alberto Nicola Nagel, Giovanni Perissinotto, Sergio Balbinot, Ana Patricia Botin, Francesco Gaetano Caltagirone, Diego Della Valle, Leonardo Del Vecchio, Petr Kellner, Angelo Miglietta, Alessandro Pedersoli, Lorenzo Pelliccioli, Reinfried Pohl, Paolo Scaroni, Francesco Saverio Vinci, Cesare Calari, Carlo Carraro e Paola Sapienza. Tenete a mente questi nomi: da essi dipenderà molto della delle grandi scelte economiche del paese. Quasi tutti sono portatori di interessi finanziari e industriali,che potrebbero trovare in Generali un importante sostegno economico e “politico”.

Pur senza deleghe operative, è ingenuo pensare che Geronzi non userà tutta l’influenza che la carica gli consentirà. Un quadro più completo degli assetti di potere traspare dalla composizione dei vari “comitati”, che dovranno supportare le decisioni del Cda. Il nome di Geronzi compare sia nel comitato esecutivo che in quello sulla “corporate governance”, di cui detiene la presidenza. Niente male per chi non ha alcuna esperienza in campo assicurativo. Ma l’ascesa del banchiere romano sembra intrecciarsi con quello del costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, nominato a sorpresa vice presidente del Gruppo insieme a Nagel e Bollorè. A cosa servano tre vicepresidenti resta un mistero. A meno di voler insinuare anche in questo caso (in modo del tutto malevolo e infondato) qualche intenzione spartitoria. Anche Caltagirone non sa nulla di assicurazioni – si è sempre occupato di immobili, cementificazioni e infrastrutture – ma negli ultimi mesi ha messo sul piatto parecchi milioni ed è salito al 2% del capitale della compagnia. Poi dobbiamo sommare l’1,5% di Mps, di cui è vicepresidente, e una lunga e consolidata amicizia con Geronzi. Come non dargli un posto di rilievo? Il costruttore farà parte anche dell’importante “comitato investimenti”, insieme al miliardario ceco Petr Kellner e al banchiere Francesco Saverio Vinci. Caltagirone insomma darà indicazioni su come e dove investire i soldi del Leone.

Inutile mettere in campo discorsi triti sui conflitti di interesse. “I conflitti di interesse ci saranno sempre – ha annunciato doverosamente Geronzi – l’importante è attenersi alle regole” (quali? si sono chiesti gli ingenerosi). A questo punto non servirebbe citare gli altri innumerevoli conflitti di interesse, il fatto che Bollorè non è nemmeno azionista della compagnia, la concentrazione di potere economico senza eguali in Europa, l’assenza di concorrenza, la politica estera del gruppo o, Dio ce ne scampi, temi irrisori come la responsabilità sociale d’impresa. Il quadro è sufficientemente chiaro per capire come ormai nel “salotto buono” della finanza si organizzano solo grandi banchetti. Con i soldi degli altri.

Roberto Cuda – Finansol.it