IL RITORNO di Giuliana Sgrena

IL RITORNO DENTRO IL NUOVO IRAQ.L’ULTIMO LIBRO DI GIULIANA SGRENA
Nelle librerie c’è il ritorno della giornalista e scrittrice Giuliana Sgrena. Purtroppo, il suo nome, dal 2005 viene legato al suo rapimento. Infatti, il 4 febbraio di cinque anni fa, fu rapita dall’Organizzazione della Jihad islamica mentre si trovava a Baghdad per la realizzazione di una serie di reportage per il suo giornale; è stata liberata dai servizi segreti italiani il 4 marzo, in circostanze drammatiche che hanno portato al suo ferimento e all’uccisione di Nicola Calipari, uno degli agenti dei servizi di sicurezza italiani che dopo lunga ed efficace trattativa la stavano portando in salvo. La sua liberazione era stata invocata in più appelli video trasmessi dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi (che le aveva conferito nel 2003 il titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per la sua attività di giornalista e scrittrice) e della sua sorte si era preoccupato anche Papa Giovanni Paolo II. Nella sua carriera di cronista, la Sgrena ha avuto modo di realizzare numerosi resoconti da zone di guerra, tra cui Algeria, Somalia ed Afghanistan. Si è occupata particolarmente della condizione della donna nell’Islam, tema sul quale ha anche scritto un libro. I suoi precedenti libri sono stati: Alla scuola dei taleban, Il fronte Iraq. Diario di una guerra permanente, Fuoco amico, Il prezzo del velo. La guerra dell’Islam contro le donne. Ora, invece, è stato pubblicato, dalla casa editrice Feltrinelli, il suo ultimo lavoro: Il Ritorno. Dentro il nuovo Iraq.
Appena tornata in Italia, dopo la tragedia che l’aveva resa, suo malgrado, protagonista, la Sgrena aveva deciso di non tornare mai più in Iraq; il trauma era stato troppo forte! Ma tanti gesti di solidarietà da parte di amici, soprattutto iracheni, le hanno dato la forza di rioccuparsi di questo Paese, così ha cominciato a riprendere contatti, a seguire le notizie e a scrivere di Iraq. Il suo ritorno, però, è stato il risultato di un processo graduale. Il primo passo che ha fatto in questo percorso, è stato presentare il suo libro “Fuoco amico” negli Stati Uniti dove ha incontrato molti veterani della guerra in Iraq che hanno istituito un’associazione contro “la madre guerra” perchè si portano dentro, come lei, questo trauma. Un secondo passo è stato quello di creare un reportage sui profughi iracheni in Siria e Giordania dove ce ne sono ben 2milioni. Anche con loro ha vissuto delle storie molto in comune e girando di casa in casa, per la sua inchiesta, ha notato che nonostante vivessero in condizioni molto disagiate, avevano tutti la televisione per seguire, giorno dopo giorno, la guerra in Iraq e capire il momento migliore per tornare in patria; lì ha capito che anche lei aveva questa voglia, ma non poteva perchè la situazione era ancora molto difficile. Il passo successivo è stato di andare in Kurdistan iracheno, che è uno Stato dentro l’Iraq. Stare lì le è servito da un punto di vista professionale, ma non da un punto di vista personale, perchè c’è una situazione diversa dalla zona di guerra irachena, e poi non si sentiva sicura in quanto riceveva telefonate strane e incontrava mercenari o persone che lavoravano per l’esercito americano, e capì che quella era una scorciatoia che non le sarebbe servita, così si è preparata a tornare in Iraq perchè sentiva il bisogno di confrontarsi con quei luoghi dove si era consumato il suo trauma, sentiva il bisogno di rivedere il luogo dove era stata rapita, e il luogo della sparatoria che l’aveva privata della persona che aveva negoziato la sua liberazione. “Su quel pezzo di asfalto- ha detto la Sgrena- ho lasciato una parte di me e una parte della mia libertà, perchè dopo quello che è successo io non ho potuto più sentirmi libera e soprattutto non ho potuto più sentirmi felice di essere libera, perchè la mia libertà era costata la vita di un uomo”. Oltre a livello personale, lei sentiva il bisogno di tornare in Iraq anche per il suo lavoro che le è stato negato cinque anni fa con il rapimento: un giornalismo di inchiesta, e fatto in modo indipendente, senza girare con le truppe o stare chiusa in un albergo e scrivere quello che raccontano gli altri. Dopo cinque anni le è stato permesso di fare il suo lavoro e il suo ultimo libro ne è una dimostrazione. “Ormai più nessuno parla di Baghdad e quei pochi servizi che abbiamo visto in televisione- continua la Sgrena- sono stati fatti dalla Zona Verde da giornalisti che non hanno visto la vera città sul Tigri. Poco prima di tornare in Iraq, ho visto un servizio in tv sulla riapertura del museo di Baghdad, ma appena tornata ho scoperto che in realtà è chiuso; questo è un piccolo dettaglio che però ci fa capire come ciò che ci hanno raccontato sia solo sponsorizzazione che non corrisponde alla realtà.”
Con il suo “Ritorno”, Giuliana Sgrena ha realizzato solamente in parte i suoi obiettivi: avrebbe voluto rivedere il posto della sparatoria, ma non è stato così! Un generale iracheno è stato l’unico disponibile ad accompagnarla sul posto (perchè è una strada con molti posti di blocco e non è facile da attraversare): nel primo pezzo di strada ha riconosciuto i punti di riferimento, ma poi non riconosceva più niente, forse per la costruzione di muri di cemento che hanno cambiato la zona, o forse perchè psicologicamente non era ancora pronta a riconoscere quel posto.
Che scenario c’è oggi a Baghdad? ” Ho ritrovato una città, per certi aspetti, uguale a quella che avevo trovato cinque anni fa; è ancora distrutta e deturpata dai muri di cemento che sono stati costruiti, si dice, per sicurezza, anche se in realtà non la garantiscono; è una città dove non c’è stata ricostruzione, mancano ancora l’elettricità e l’acqua per molte ore al giorno; non ci sono ancora tutti i servizi sociali; non c’è lavoro; non ci sono strutture sanitarie in grado di garantire la popolazione; però c’è più iniziativa privata: si costruiscono nuovi ristoranti (soprattutto per iracheni perchè ci sono pochissimi stranieri); c’è una grande novità, gli iracheni hanno ritrovato la voglia di vivere, quindi c’è molta gente per strada, ci sono molte donne che erano state completamente soggiogate dall’arrivo delle milizie islamiche dopo la caduta di Saddam, che ora si sono tolte il velo e hanno ricominciato a vestire come le occidentali, e che escono (in ristoranti, teatri, bar); i giovani finalmente escono, soprattutto ragazzi e ragazze insieme, nonostante si era voluto imporre un apartheid sessuale da parte dei partiti religiosi e delle milizie islamiche; c’è la voglia di ritorno alla laicità!”. Anche l’economia si sta rimettendo in moto, si pensi che l’Iraq è tra i più grandi produttori di oro nero e ultimamente hanno dato molti appalti di petrolio, soprattutto nella zona a sud del paese; ” Un appalto è stato dato anche all’Eni- ha affermato la Sgrena- a dimostrazione del fatto che l’Italia non sia lì per niente e che quella della missione di pace sia solo un’ipocrita trovata”.
Riprende piede la cultura della vita contro la cultura della morte e soprattutto questo viene portato avanti dalle donne che sono coloro che hanno più sofferto in questi anni di occupazione e di guerra. Ora la vita, nonostante lo stillicidio di attentati sanguinari, sembra riprendere i ritmi del periodo di Saddam Hussein. La gente torna a mangiare sulle rive del Tigri, le donne riconquistano una visibilità sociale e politica e anche la sinistra sociale, seppur con fatica, sembra riconquistare uno spazio che tradizionalmente le appartiene. Insomma, la nuova strategia americana di accordarsi con gli anziani dei villaggi sunniti ha di fatto tolto spazio politico alla propaganda armata del fondamentalismo islamico anche se, alla vigilia del “disimpegno” americano nell’area, non tutti i problemi sembrano essere risolti. Con grande sensibilità umana e giornalistica, Giuliana Sgrena ci racconta perché tutto questo nel suo libro!