Un canale televisivo per riavvicinare turchi e arabi

Il nuovo canale televisivo turco in lingua araba segna un altro passo nel riavvicinamento fra turchi ed arabi, dopo le incomprensioni ed i falsi miti creati nel secolo scorso – scrive il giornalista turco Mustafa Akyol

All’inizio di aprile la Turchia ha lanciato la versione araba della sua televisione ufficiale. Chiamato “TRT Arabic”, si prevede che il canale raggiungerà 350 milioni di persone in tutto il mondo arabo. Il primo ministro Recep Tayyip Erdoğan, che ha parlato alla cerimonia inaugurale, ha sottolineato che questo evento ha rappresentato “un giorno storico per l’amicizia turco-araba”, dando inizio ad un’era di “fratellanza, armonia e solidarietà” tra i due popoli.

Io condivido i desideri di Erdoğan a questo proposito. Penso anche che noi, turchi e arabi, abbiamo bisogno di fare un po’ di revisione storica per liberarci di alcune delle barriere artificiali costruite tra di noi nel secolo scorso.

Da parte nostra, queste barriere sono state erette soprattutto dall’ideologia nazionalista della Repubblica turca. A partire dalla fine degli anni ’20, la macchina della propaganda repubblicana creò due miti popolari, che fecero il lavaggio del cervello a molti turchi.

La costruzione dei miti repubblicani

Il primo di essi affermava che gli arabi “ci avevano pugnalato alle spalle” durante la Prima Guerra Mondiale. (Questo ritornello della “pugnalata alle spalle” era popolare anche tra altri nazionalisti del tempo). Questa storia non era del tutto falsa, perché alcuni leader arabi, come ad esempio Sharif Husayn della Mecca, avevano collaborato davvero con gli inglesi per ribellarsi contro il dominio ottomano. Ma molti altri arabi si comportarono diversamente. Come sottolinea Mitchell G. Bard, direttore della Jewish Virtual Library, “la maggior parte degli arabi non combatterono con gli Alleati contro i turchi durante la Prima Guerra Mondiale”. In effetti, come mette in rilievo Bard con una sua allusione implicita, “la maggior parte degli arabi combatterono per i loro dominatori turchi”.

Il secondo – e ancora più falso – moderno mito turco sosteneva che “l’arabizzazione” era stata una sventura storica per la nazione turca. Mustafa Kemal Atatürk, il grande sostenitore di questa tesi, affermava che i turchi erano “una grande nazione prima ancora dell’Islam”, ed era giunto il momento di scoprire “le perdute caratteristiche della civiltà turca”. Venne dunque avviato il prolungato sforzo repubblicano di rivitalizzare (ed in realtà di inventare) la gloriosa storia dell’antica “stirpe turca”.

La verità storica, tuttavia, è l’esatto opposto. I turchi preislamici dell’Asia centrale erano un bellicoso popolo nomade, con ben poche tracce di raffinatezza culturale. Invece la civiltà arabo-islamica dell’epoca medievale fu, per usare le parole di Bernard Lewis, “la più ricca, la più potente, la più creativa, la più illuminata [civiltà] del mondo”. Ecco perché l’“arabizzazione” dei turchi, cioè la loro graduale conversione all’Islam a partire dalla metà del IX secolo in poi, in realtà fu per loro un’illuminazione. Non è un caso che tutti i famosi studiosi, scienziati, poeti e intellettuali turchi provengano dall’epoca islamica, e non da quella pre-islamica.

La sintesi della potenza militare turca e della cultura arabo-islamica avrebbe raggiunto il suo culmine durante l’Impero Ottomano, che dominò gran parte dell’odierno “Medio Oriente” per più di quattro secoli con relativa tolleranza, pace e affermazione dello stato di diritto. Gli Ottomani, che adottarono la scrittura araba e arricchirono il turco con molte parole arabe (e persiane), mostrarono rispetto per gli arabi e per i discendenti del profeta, chiamandoli “kavm-i necib”, o “persone onorevoli”.

Questo atteggiamento cortese nei confronti degli arabi durò fino alla fine dell’impero, e solo il governo dei Giovani Turchi, durante la Prima Guerra Mondiale, prese alcuni drastici provvedimenti contro il nazionalismo arabo, reale o percepito che fosse. In particolar modo le esecuzioni di massa di alcuni intellettuali arabi perpetrate nel 1916 da Jamal Pasha, il governatore ottomano della Siria, hanno lasciato una macchia indelebile.

Purtroppo, gli stati arabi post-ottomani, specialmente quelli nel cuore del Medio Oriente, crearono la loro propria coscienza nazionale scegliendo accuratamente analoghi spiacevoli episodi avvenuti nel corso di quattro secoli di storia dell’Impero Ottomano. La Guerra Fredda inasprì il problema, ponendoci su fronti opposti.

Una storia da condividere

Tuttavia, le cose stanno cambiando. In primo luogo, la Turchia sta superando i miti e le paure creati nei primi decenni della Repubblica, e sta raggiungendo una maggiore confidenza con la propria identità. Dopo essere stata dominata per decenni da un’elite francesizzante, il paese ora sta formando leader politici e culturali che sono più orgogliosi della posizione che la loro nazione occupa all’interno della civiltà musulmana.

Ciò non significa che la Turchia stia voltando le spalle all’Occidente – qualcosa a cui mi opporrei fortemente. Ma significa che la Turchia “non sta più voltando le spalle all’Oriente”, come ho sentito dire da Erdoğan in televisione l’altro giorno.

Questo non vuol dire neppure che la Turchia adotterà i modi dei suoi vicini arabi. Io sono ben lungi dall’essere un nazionalista, ma penso che sia giusto dire che noi turchi abbiamo avuto un’esperienza socio-politica migliore nel XX secolo rispetto alla maggior parte dei nostri correligionari. Al contrario di molti, noi non siamo mai stati colonizzati, e abbiamo avuto la possibilità di sperimentare la democrazia. Abbiamo anche goduto della vicinanza con l’Occidente, di un’economia relativamente libera, e attualmente di un processo di adesione all’Unione Europea. (Chissà come andrà a finire tale processo, ma fino a questo momento è stato di aiuto). Quindi, forse noi turchi abbiamo una storia da condividere con i nostri fratelli arabi relativamente a tutte le complicate questioni della modernità.

E io sto dicendo tutto questo, non con un senso di orgoglio, ma di rispetto. Io so, dopotutto, che ciò che noi dobbiamo agli arabi dello scorso millennio non può essere dimenticato.

Mustafa Akyol è un giornalista turco che scrive abitualmente per il quotidiano “Hurriyet”, e per il quotidiano “Star”; è autore di un libro intitolato “Ripensare la questione curda”.

Traduzione a cura di Medarabnews