Dossier: alleanze strategiche tra ong e multinazionali per lucrare sulla povertà

Muhammad-Yunus
Muhammad-Yunus

La indecenza delle ONG è uscita allo scoperto in maniera evidente dopo il terremoto, provocato o non, ad Haiti e la loro simbiotica alleanza con i militari (1). Chi non ha ammainato la bandiera della disonestà intellettuale – o chi non vive di questo cosiddetto “terzo settore”delle ONG che oggi, in Spagna, occupa lo stesso numero di impiegati della Renfe, per fare un esempio – deve ammettere che le cosiddette ONG, nella loro grande maggioranza, non sono che organizzazioni para-governative che rappresentano l’altro braccio della politica estera degli Stati e a cui, inoltre, non interessa affatto smantellare il sistema politico ed economico attuale; anzi, al contrario, la loro funzione è di rendere questo sistema più funzionale (perdonate la ripetizione). Alla fine dei conti, è dal sistema che dipende la loro sopravvivenza.

Agiscono come se la disuguaglianza e la povertà fossero fenomeni naturali quanto la riproduzione spontanea dei funghi e non conseguenza di un sistema sociale, politico ed economico concreto: il capitalismo.

In un altro articolo di Bolpress dimostravamo come militari e “cooperanti” si scambino i ruoli in Iraq ed in Afghanistan, a seconda che al sistema interessi mostrare una faccia dura – militare – o una faccia buona – fittiziamente civile – avvolte, entrambe, nel manto della “cooperazione” e dell’ “aiuto allo sviluppo”. I casi di USAID e dell’Agenzia Spagnola per la Cooperazione Internazionale e lo Sviluppo (AECID) in Afghanistan, che hanno visto i “cooperanti” a fianco alle unità militari e di combattimento, sono l’esempio più chiaro. Ma c’è ancora di più: il ruolo delle ONG e delle entità finanziarie capitaliste nella perpetuazione della povertà sotto l’ombrello del microcredito e della “lotta contro la povertà”.

Nello stesso modo in cui Iraq ed Afghanistan sono serviti – e servono – da laboratorio per perfezionare questa simbiosi tra militari e cooperanti, in Bangladesh, il paese dove il microcredito è diventato famoso, si sta affermando l’allenza tra ONG e multinazionali come formula nuova per salvare quest’ultime dalla crisi economica e finanziaria.

Il pioniere – non poteva essere altrimenti – è la Banca Grameen (che significa Banca del Popolo in lingua bangla) fondato nel 1976 da Mohamed Yunus, Medaglia della Libertà degli Stati Uniti ad agosto 2009 e brillante Premio Nobel dell’Economia nel 2006. Quest’ultima onoreficenza non è un merito, visto che è stato assegnato anche a Milton Friedman nello stesso ramo, o a Simón Peres, Henry Kissinger e Barak Obama per la “Pace”.

La Banca Grameen ha appena firmato un “memorandum d’intesa” con Adidas per “fornire scarpe più economiche ai poveri”, secondo quanto riferito dal quotidiano bengalese in lingua inglese “The Daily Star” nell’edizione del 21 marzo. Yunus, prevedibilmente, ha giustificato l’accordo dicendo che “le scarpe saranno a un prezzo accessibile per i poveri che, così, potranno proteggersi dalle malattie” (2).

Che bello! Nessuno può criticare un proposito così lodevole. Sembra, tuttavia, che l’Adidas sia immersa in una grave crisi economica e sia stata accusata dalla giustizia francese di riciclaggio di denaro (3). Nell’anno 2009 ha subito un’importante perdita di profitti (solo nel primo trimestre questi si sono ridotti del 95% rispetto allo stesso periodo del 2008) (4) anche se, curiosamente, le sue vendite sono salite sia in America che… in Asia. Non deve meravigliare, dunque, che la multinazionale tedesca abbia annunciato la chiusura delle fabbriche in Europa nell’ambito di una “ristrutturazione” delle proprie operazioni per insediarsi in questi due continenti.

L’accordo tra Banca Grameen ed Adidas non è presente nella pagina web (www.grameen-info.org) della banca, almeno nel momento in cui è stato scritto questo articolo. Adidas è molto grata a Yunus, perché fornisce una copertura “solidale” in un periodo nel quale l’immagine dell’azienda – insieme ai suoi profitti – è calata, consegnandole un mercato nuovo, a basso costo: curiosamente, infatti, non si è parlato delle condizioni lavorative e/o sindacali degli operai che produrranno queste scarpe convenienti che proteggeranno i poveri dalle malattie e che saranno vendute all’ingrosso. La Banca Grameen ha raggiunto la capitalizzazione necessaria per continuare la sua politica di rafforzamento del capitalismo attraverso il microcredito. Sicuramente assisteremo, tra non molto, all’attivazione del microcredito per la fabbricazione di scarpe, con specifici prestiti, piani di ammortamento e confische di beni in caso di mancata devoluzione.

Ah, no, Banca Grameen non confisca! L’interesse che fissa sui prestiti concessi oscilla tra il 4 e il 5% e si vanta che quasi il 97% di questi viene restituito. Quello che non dice è che, sempre con maggiore frequenza, chi non riesce a pagare ricorre al suicidio, che ha raggiunto tassi molto elevati sia in Bangladesh che in India e, inoltre, è forte la pressione dei creditori (si veda l’articolo di Sara Flounders sulla stessa pratica nel caso del CEPRID) affinché il pagamento avvenga in un periodo più breve con la minaccia di escluderli da altri prestiti in caso contrario.

Dato che il pagamento dei prestiti deve avvenire settimanalmente si finisce per pagare più interessi rispetto a uno con scadenza mensile, arrivando a punte del 35%, considerando inoltre che l’interesse del 4-5% non è sempre costante né per tutti né in tutti i paesi dove opera la Banca Grameen. Tutto per i poveri. Forse è per questo che, da quando ha preso avvio questa iniziativa, già più di 30 anni fa, “il 64% [dei creditori] è fuori dalla soglia della povertà”, come si legge nella pubblicità della stessa banca. Ma questo 64% non è poco dopo tutto questo tempo? Sicuramente, a questo ritmo, l’ambizione di Yunus di realizzare gli Obiettivi del Millennio sarà raggiunta giusto in un millennio di tempo.

Leggendo lo slogan uno potrebbe pensare che, grazie alla Banca Grameen, ci sia già molta gente che, con il microcredito, ha raggiunto la classe media. Invece no. Il fatto di essere “fuori dalla soglia di povertà” in Bangladesh e in altri paesi dove opera la banca di Yunus non vuole dire non essere più povero, ma non vivere più nella povertà estrema, rimanendo comunque povero. Sicuramente, chi si accontenta gode. Lunga vita ai poveri!

L’iniziativa di Yunus è stata benedetta nei luoghi in cui è conosciuta, soprattutto nel suo paese, il Bangladesh, e l’India. Le camere imprenditoriali ed industriali si sono mostrate incantate da questa iniziativa che scopre il volto amabile del capitalismo o, come dicono in India, “scopre il cuore benevolo del feudalesimo” e contrappone questa attitudine collaborativa con il capitale a chi combatte contro di esso, come i guerriglieri maoisti indiani, conosciuti come naxaliti che, nelle loro zone di influenza, hanno annunciato di voler tutelare i contadini in difficoltà nell’ora del pagamento dei prestiti bancari a causa dei cattivi raccolti degli ultimi anni.

Secondo lo slogan maoista “le cooperative agricole, le banche o i creditori non potranno imporre tassi superiori al 2% e se qualcuno, sia pubblico che privato, non rispetta tale mandato e prova a ottenere più denaro dagli agricoltori sarà giudicato da un tribunale del popolo” (5). Naturalmente, i contadini di zone come Midnapore (Bengala Occidentale) hanno accolto con gioia la posizione naxalita e hanno smesso di pagare i loro debiti a banche come la State Bank of India, United Bank, Allahabad Bank, UCO e altre, che rapidamente hanno mostrato di essere disposte a “discutere” con i contadini le condizioni di prestito.

L’accordo Grameen-Adidas, così ben accolto dall’imprenditoria indiana, arriva in un momento in cui in India si sta portando avanti un’importante offensiva in vari stati (Chhatisgarn, Jharkhand, Bihar, Orissa, Bengala Occidentale) contro la guerriglia naxalita e, casualità vuole, che questa offensiva denominata “Cassa Verde” sia centrata in aree ricche di minerali strategici come bauxite, nichel o carbone, per menzionarne qualcuno, dove multinazionali come Vedanta hanno posato i loro occhi da tempo. Un vecchio alto dirigente della multinazionale (e di Enron) è oggi il Ministro degli Interni dell’India e, allo stesso tempo, uno dei principali difensori della presenza delle cosiddette ONG nella zona dove si sta portando avanti l’offensiva anti-maoista, visto che “una volta sfollati i terroristi, bisogna stimolare lo sviluppo” e, inoltre, le ONG e la cosiddetta società civile devono delegittimare la lotta armata (6).

Il risultato è che oggi lo stato indiano – così come in Bangladesh l’Adidas si è accorta del grande numero di scalzi – e le sue grandi imprese si sono rese conto che in queste zone c’è un “altissimo livello di povertà, basso livello di alfabetizzazione, minore copertura di acqua potabile e alta percentuale di donne” (7) – quest’ultimo dato è molto importante, visto che le donne sono le principali “beneficiarie” del microcredito nel mondo – per cui si sono messe a lavoro per “sviluppare” 33 distretti con l’aiuto delle ONG, una volte che questi siano stati “ripuliti” dai maoisti. E, senza colpo ferire, tutti si sono messi a lavoro. A Raipur, la capitale di Orissa, la multinazionale Vedanta ha iniziato la costruzione di un ospedale per curare il cancro e finanzia un’università. Gli studenti che escono da questa università non avranno la minima remora nel certificare, con linguaggio accademico e scientifico, che i tumori non hanno niente a che fare con la bauxite estratta dalla stessa multinazionale nelle strette vicinanze. Arundhati Roy, una delle poche intellettuali impegnate fisicamente e politicamente nei processi emancipatori, lo mette su carta perfettamente in uno dei suoi articoli più recenti (8) su questo argomento e, per aver preso posizione contro uno stato che definisce “di polizia”, è stata accusata, ovviamente, di “connivenza con il terrorismo” ed è stata avviata una procedura giudiziaria contro di lei.

Nessuno vuole ricordare che altre multinazionali indiane come Tata (casa produttrice di macchine a basso prezzo) ed Essan hanno fatto lo stesso della Chiquita Brands in Colombia o altre in Honduras e Centroamerica: finanziare gli squadroni della morte e i paramilitari Salwa Judum (nome che si potrebbe tradurre come “Cacciatori della pace”). È la stessa pratica capitalista in tutte le parti del mondo. Prima sterminavano fisicamente qualsiasi tipo di dissidenza politica, militare, sindacale, sociale, quello che era. Ora questo sterminio è selettivo (si veda quello che succede in Honduras) e, senza smettere di commetterlo, si impegna nella “Responsabilità sociale corporativa” delle imprese e la cooptazione degli antichi “sinistroidi”, oggi comodamente alloggiati nelle Ong.

Gli stessi che elogiano l’accordo Adidas-Grameen dicono, nello stesso tempo, che bisogna abbandonare “il letargo socialista”, con riferimento alle politiche falsamente sociali del governo indiano. La Federazione delle Camere di Commercio e dell’Industria (FCCII) dell’India ha pubblicato un rapporto – il 6 febbraio 2010 – in cui critica la passività del governo davanti ai naxaliti. Niente di nuovo. La FCCII ha fatto lo stesso durante il periodo coloniale britannico. Il suo allora presidente, Purshottamdas Thakurdas, considerava un pericolo per la libertà d’impresa lo sviluppo del movimento operaio indiano e chiese al Viceré inglese di sopprimere le leggi esistenti a difesa dei diritti lavorativi. Adesso sta succedendo la stessa cosa nelle Zone Economiche Speciali (ZEE), dove non ci sono diritti sindacali e dove le multinazionali non pagano imposte, tutto per “sviluppare le zone arretrate”. La novità è, però, che questo tipo di politiche oggi vanno a braccetto con le Ong e la società civile, tanto umiliata e offesa.

In India le ONG sono buone, i maoisti no. E, siccome dove comanda il padrone non comanda il marinaio, le ONG hanno cominciato a spargere ovunque la “teoria del sandwich”, la quale sostiene che i popoli tribali che abitano queste zone dove si sta sviluppando l’offensiva anti-maoista sono “tra due fuochi: la polizia ed i maoisti”. Le ONG passano, come la luce nel cristallo, sopra il fatto che, dopo più di 50 anni dall’indipendenza dell’India, se qualcuno si è preoccupato dello sviluppo ed il benesere di queste zone questo qualcuno sono stati precisamente i naxaliti.

La stessa stampa borghese, con la sua scarsa presenza in nessuna delle zone liberate, ha dovuto riconoscere che “lo sviluppo della zona di Mendinipur (Orissa) sta avvenendo a un ritmo mai visto da almeno 30 anni: i maoisti hanno costruito almeno 50 km di strada in ghiaia, scavato pozzi, costruito canali di scolo e centri sanitari” (9).

Perché, allora, sono necessarie le ONG? Perché non mettono in discussione il sistema capitalista, ma, anzi, lo rendono più funzionale. Questa è – e nient’altro – la Responsabilità Sociale Corporativa delle imprese o delle organizzazioni (differenti i nomi, identico l’obiettivo) visto che, prescindendo dal punto di vista strettamente economico o mercantile, serve per coprire con un velo cosmetico, non etico, di “cooperazione”, “sviluppo” e, anche, “solidarietà” la nuova strategia capitalista che si estende dal Bangladesh alla Bolivia. Dall’India al Perù, dall’Angola alle Filippine e che consiste nello sviluppare, con un linguaggio più attuale, il paradigma di Milton Friedman, il padre del neoliberismo: “la unica responsabilità sociale dell’impresa è quella di ottenere profitti”. Se non fosse così, le imprese non si starebbero prendendo a gomitate per entrare nelle ZEE, accetterebbero i diritti sindacali, pagherebbero le tasse, rinuncerebbero a sfruttare le zone abitate da secoli dagli adivasi, gli awajún, gli yukpa, i wayúu, etc. Ma non è così.

La Banca Grameen e Adidas hanno capito tutto questo molto bene. Sono i pionieri e, dietro a loro, ci sono già molti altri disposti a lucrare, ancora di più, sulla povertà. Se per questa ragione si deve promuovere una guerra, la si promuove criticando a bocca stretta gli “eccessi”, anche se saranno messi sempre sulla bilancia “la violenza degli uni e degli altri” o si condannerà la violenza “da qualsiasi parte viene” (si tratta del famoso “né da una parte né dall’altra”) anche se la violenza di una parte è sporadica o di reazione e l’altra è strutturale e prevede la morte di 40 persone al giorno nelle zone dove, come in India o prima in Perù, si pretende di portare ai popoli tribali lo “sviluppo”.

Marx, nel Manifesto del Partito Comunista, diceva che “uno spettro aleggia sul mondo: il comunismo” e che, contro di esso, tutti i poteri dell’Europa avevano stretto un’alleanza santa che andava dal Papa allo Zar, da Metternich ai radicali francesi. Molto poco sono cambiate le cose da allora. Oggi i movimenti popolari e di resistenza sono combattuti da una santa alleanza che va dal Papa al re – qualsiasi re – da Ban Ki Moon alla sinistra parlamentare, dalle ONG alle multinazionali. Gli imperialisti trovano sempre alleati per attaccare le proposte rivoluzionarie e per difendere i loro “valori”, il loro “sviluppo”; sempre trovano qualcuno che sostiene: “meglio questo che niente”. E questo qualcuno, in quanto fedele agente del capitale, non si fermerà a pensare che, forse, per determinati popoli non ha alcun senso lavorare per un salario miserevole come agente di sicurezza di una miniera o di un negozio. E che la dignità non si compra con le scarpe.

Note
1. Alberto Cruz: “Haití como exponente de la simbiosis militares-cooperantes” http://www.nodo50.org/ceprid/spip.php?article735
2. Esta información apareció recogida el 23 de marzo de 2010 en la edición del Deccan Herald de Mumbai (India).
3. Europa Press, 31 de marzo de 2009.
4. EFE, 5 de agosto de 2009.
5. Hindustan Times, 17 de diciembre de 2009.
6. Alberto Cruz: “La izquierda en India y su autopista hacia el infierno” http://www.nodo50.org/ceprid/spip.php?article511
7. Indian Express, 4 de febrero de 2010.
8. Arundhati Roy, “Delhi tiene un nuevo enemigo para justificar una apropiación de tierras: los maoístas” http://www.nodo50.org/ceprid/spip.php?article743
9. The Telegraph, 24 de junio de 2009.

Alberto Cruz è giornalista, politologo e scrittore – www.asud.net