Napolitano in Sicilia, a 150 anni dallo sbarco dei Mille

Visita a Marsala, Calatafimi e Salemi, nella provincia dove c’è chi dice che la mafia non esiste…

Nella sua «agenda» per la visita in tre Comuni della Provincia di Trapani, Marsala, Salemi e Calatafimi, in occasione dei 150 anni dallo sbarco a Marsala dei Mille del generale Giuseppe Garibaldi, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano troverà anche l’argomento mafia e lotta a Cosa Nostra. E questo perchè questa sollecitazione gli giungerà da due parti, in maniera opposta e diversa però. Da un lato il sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi che prima che sindaco resta il più famoso pirotecnico (per le sue esternazioni colorate e vivaci) polemista d’Italia ma anche uomo che vive e promuove le arti fuori dai classici sistemi, rendendole vive quanto provocatorie, e in questo caso Salemi è diventato per lui più che una città da amministrare (incombenze che lascia ai locali) un palcoscenico e scenario di un possibile reality. Sgarbi confermando un intento che risale già ai primi mesi della sua elezione a sindaco, profitterà della presenza di martedì prossimo di Napolitano a Salemi (la cittadina del Belice fu proclamata da Garibaldi prima capitale d’Italia nell’occasione in cui il generale dichiarò la dittatura dopo avere vinto le prime battaglie contro i Borboni dopo lo sbarco a Marsala) per inaugurare il «museo della mafia». Una idea che lui esternò, col consenso del fotografo e allora suo assessore Oliviero Toscani, tempo addietro, quando andava dicendo che in fin dei conti la mafia non esisteva più, facendo, a prova di ciò, l’elenco dei mafiosi arrestati, i risultati delle forze dell’ordine contro il pizzo mafioso, l’assenza di tentativi di condizionare le amministrazioni, chiedendo in giro se c’era qualcuno che conosceva qualche mafioso, ricevendo risposte tutte negative. E dunque secondo questo ragionamento la mafia era roba da museo. Ora quello che è successo nel frattempo in provincia di Trapani in particolare, dove procede inarrestabile la «caccia» al super latitante Matteo Messina Denaro, strada lastricata da decine e decine di arresti, insospettabili complici trovati a dare copertura al capo mafia, probabilmente ha fatto raddrizzare il tiro a Vittorio Sgarbi che presentando alla stampa il «museo della mafia» ha affermato che vuole rappresentare un preciso pensiero, «vogliamo immaginare che la mafia sia morta» ha detto. Bello auspicio, ma guai a non fare i conti con la realtà.

E questi conti li invitano a fare i sindacati di Polizia che con un loro documento diretto al presidente della Repubblica (e questo è il secondo spunto che porta a vedere scritto nell’agenda del Capo dello Stato l’argomento lotta a Cosa Nostra) dicono che le cose non vanno mica tanto bene nella provincia che non solo è regno e nascondiglio del boss belicino Messina Denaro, ma che, a parte Matteo Messina Denaro, è indicata da tempo come lo «zoccolo duro» di Cosa Nostra, per la storica presenza di una mafia radicata nella borghesia, una provincia dove l’illegalità è riuscita a diventare sistema, conquistando quasi parvenza di legalità. Dicono i sindacati di Polizia, tutti, nessuno escluso: come è possibile combattere mafia e mafiosi se poi il ministero dell’Interno taglia le risorse, non rinnova le attrezzature, lascia pericolosi vuoti di organico nei cinque commissariati della provincia, a cominciare da quello di Castelvetrano dove la barriera dovrebbe essere più alta perchè è quei che Messina Denaro se non si nasconde trova terreno fertile per la sua latitanza e appoggi incredibili. Una storia è recentissima, riguarda i fondi messi a disposizione per pagare straordinari e missioni ai poliziotti della Questura. Non solo a quelli impegnati nella ricerca del latitante e nella lotta alla mafia, ma a tutti i poliziotti, per tutti i servizi. Il fondo è lo stesso del 2009, 50 mila euro, a febbraio questi fondi risultavano già spesi per gli agenti impegnati nelle indagini antimafia. La stessa cosa precisa precisa era successa già l’anno scorso. Materialmente quest’anno questi fondi sono stati liquidati a chi attendeva da due anni il pagamento di missioni e straordinari.

La lotta alla mafia però continua e il presidente Napolitano dovrebbe ringraziare uno per uno tutte le donne e gli uomini delle forze dell’ordine impegnati su questo fronte che nonostante tutto, nonostante si sentano dire che la mafia non esiste, continuano ogni giorno questa «guerra» che continua. È una «guerra» oramai che la mafia combatte senza armi, non spara più, ma che Cosa Nostra prosegue cercando di aumentare ogni giorno che passa il grado di infiltrazione nel tessuto politico, economico, imprenditoriale. Una mafia che vuole essere sommersa ma che il lavoro di magistrati e investigatori riescono a non far restare tale. Una mafia che però continua a trovare sponde assurde di complicità, perchè c’è un tessuto sociale che è corrotto che continua a pensare che la mafia sia solo quella che mostra coppole e lupare, quella che finirà esposta nel museo creato da Sgarbi a Salemi. «Era forse meglio fare un museo dell’antimafia» ha detto pochi giorni addietro don Luigi Ciotti presidente di Libera durante un incontro ad Erice con gli studenti.

Il questore di Trapani Giuseppe Gualtieri, il poliziotto che da capo della Mobile di Palermo nell’aprile 2006 catturò il super boss Bernardo Provenzano, fa spesso una analisi precisa della presenza mafiosa nel trapanese: «Manca la condivisione di tutti quanti. È vero che larghe fasce di cittadini hanno preso coscienza del fenomeno e sono dalla nostra parte, gran parte dei politici hanno capito che la mafia è una palla al piede, ci sono gli amministratori pubblici che vogliono realizzare le opere, ma bisogna avere la consapevolezza che si può avere sviluppo solo con la legalità, ma bisogna volerlo e volerlo tutti, perchè se qualcuno prende una scorciatoia è favorito sul mercato rispetto a chi non la prende. Le indagini hanno dimostrato che senza il burocrate complice, il politico ammiccante, l’imprenditore colluso, l’imbroglio non si può fare, se ogni categoria, anche dentro le Istituzioni, fa la sua parte con il massimo della sobrietà possibile questa battaglia si vince tranquillamente, la mafia sarà la patologia del sistema e non la fisiologica normalità, noi vogliamo che la mafia, che continuerà ad esserci non siamo degli illusi, resti un fenomeno da curare e non impregni il mondo di lavoro dove deve starci la gente di buona volontà e che vuole crescere. Dobbiamo riuscire a continuare ad affermare un principio sicurezza è un concetto globale, la lotta alla mafia è la primaria battaglia che dobbiamo vincere perchè dietro la mafia si nascondono tutta una serie di piccole illegalità e disagi sociali, che sfociano anche nella piccola criminalità, nel vandalismo, nel teppismo. Per cui bisogna iniziare dalla “causa” (mafia) e non dall’“effetto” (criminalità quotidiana)».

Per non parlare di mafia, spesso alcuni finiscono col discutere (ovviamente non bene) di antimafia e chi parla di antimafia viene tacciato di essere «professionista» riprendendo in modo distorto quell’articolo dello scrittore Leonardo Sciascia comparso sul Corriere della Sera il giorno della nomina di Paolo Borsellino a capo della Procura di Marsala. Quasi fosse l’antimafia «il problema»: «Diciamo intanto – osservò in una intervista il questore Gualtieri – che chi diceva (davanti ai morti ammazzati e alle vittime straziate dal tritolo mafioso ndr) che la mafia non esisteva probabilmente aveva magari un suo tornaconto politico e poi di conseguenza economico; oggi la categoria di chi dice che la mafia è sconfitta è molto più eterogenea, c’è chi lo dice con orgoglio e con grande buonafede, e c’è chi invece chi lo dice perchè magari gli conviene spostare l’attenzione sul problema mafia e magari dirottarla verso alcuni altri reati e problematiche sociali, con ovviamente il conseguente abbassamento della guardia nei confronti della lotta alla mafia, ottenendo anche maggior libertà. Io direi, e sono ottimista, i molti sono in buona fede, i pochi magari perchè attrezzati e molto più “professionisti” nel sostenere questa tesi, sono in malafede».

Ma c’è uno Stato che forse questa lotta alla mafia non la vuole fare fino in fondo se boss del calibro del mazarese Giovanni Bastone proprio di recente è uscito dal 41 bis e dal carcere nonostante l’ergastolo, perchè ritenuto ammalato, nonostante le vittime che si porta sulla coscienza, anche quelle delle stragi del 1993, oppure c’è una legislazione che non colpisce i nuovi (si fa per dire) affari della mafia, le truffe, le false fatture, il controllo dei fondi pubblici, gli appalti pilotati: «Le operazioni sono la cura del male, poi serve la profilassi – ha affermato il vice questore e capo della Mobile di Trapani Giuseppe Linares – la nuova mentalità con la quale si guarda alle operazioni antimafia, la presa di coscienza che viene da semplici cittadini ed imprese, deve tradursi in strumenti, serve un adeguamento del sistema normativo per aiutare questo processo virtuoso». Oggi un mafioso colto a turbare un appalto rischia di non fare un giorno di carcere e di cavarsela con una ammenda se non viene provata la partecipazione a Cosa Nostra.

Domani sera il presidente Napolitano dormirà, ospite del prefetto Stefano Trotta in quella prefettura che nel 2003 ebbe un prefetto, Fulvio Sodano che perchè difendeva i beni confiscati, per sottrarli al tentativo della mafia di riprenderseli, fu tacciato da un senatore della Repubblica, allora sottosegretario all’Interno, di essere una «favoreggiatore», favoreggiatore di quella impresa confiscata. Peccato che a Salemi non è stato fatto il museo dell’antimafia, perchè Sodano, al quale si augura di combattere e vincere la malattia che lo affligge, avrebbe meritato la presenza. Oggi c’è il museo della mafia dove ci si è messo pure Sgarbi per risposta provocatoria ai familiari degli esattori Salvo che hanno contestato la presenza dei loro congiunti, i cugini Nino e Ignazio, il primo morto a causa di un male incurabile, l’altro ucciso da un altrettanto male incurabile, quello però fatto del piombo mafioso, fu ammazzato nel settembre del 1992. Sgarbi è voluto entrarci ricordando una indagine che lo riguardò (a Reggio Calabria) e dalla quale fu prosciolto. A questo punto avrebbe dovuto metterci anche le pagine che riguardano quello che lui nonostante tutto continua a considerare il suo mentore (politico), ossia l’ex deputato regionale Pino Giammarinaro, boss (politico) di Salemi, assolto da un processo di mafia (grazie alla legge sul giusto processo che impedì l’uso dei verbali dei pentiti) e finito sorvegliato speciale. Ma Giammarinaro in questa provincia dove forse non a caso si dice che la mafia è battuta e la si vuole immaginare morta continua ad essere un intoccabile e continua a fare politica. Dovrebbe colpire l’anomalia che lo fa senza mai comparire.

Oggi ricordiamo lo sbarco dei Mille e di Garibaldi dell’11 maggio 1860. L’Italia Unita purtroppo resta tale più per le mafie che dalle Alpi alla Sicilia ne condizionano la vita che non per altro, resta su tutto il resto l’Italia a due velocità. Una ragione in più per lavorare per ricostruire quell’Unità e non per disfarla.

Rino Giacalone – AntimafiaDuemila