Dossier “A Lampedusa”: un libro per raccontare ciò che non si racconta

Per parlare dell’eccellente lavoro giornalistico di Fabio Sanfilippo e Alice Scialoja, si potrebbe cominciare da qui. Dalle poche righe con cui si chiude. E provare a rispondere a una domanda. Chi descrivono?

«Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina (…) Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.

Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro Paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali».

Bene. I piccoletti dalla pelle scura, prolifici come conigli, infingardi, maleodoranti e violenti, siamo noi. Gli italiani dell’anno di grazia 1912, descritti dall’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso degli Stati Uniti. Il secolo era un altro. Il mare era un altro. L’isola, era un’altra. Ellis Island e non Lampedusa. La disperazione era esattamente la stessa.

In un Paese senza memoria – il nostro – prigioniero della sindrome da assedio, incrudelito dallo spappolamento delle ragioni minime dello stare insieme, in cui la semplice condizione di clandestinità migratoria è diventata reato, A Lampedusa di Sanfilippo e Scialoja è una luce nel buio pesto. È un atto di coraggio civile. È il racconto minuzioso di un’isola ridotta a discarica di corpi, cose e barche, spiaggiati da quel tratto di mare che oggi divide gli uomini non tra bianchi e neri. Ma tra la vita e la speranza di poter avere un giorno qualcosa che le somigli. È una narrazione limpida, asciutta, perché costruita su fatti, testimonianze, su una ricerca giornalistica libera dalla demagogia che non ammicca a facili cliché. Che prende (molto) sul serio le parole degli interlocutori. E per questo capace di smascherare il cinismo, la miseria, l’insipienza di un’intera classe politica (tutta), preoccupata ora della “riduzione del danno” ora del suo occultamento.

Con i numeri non si dovrebbe o è comunque difficile fare a pugni. E anche per questo, nella “rappresentazione politica” di Lampedusa quale nuova linea del Piave contro l’Invasore maghrebino, i numeri spesso evaporano. I migranti arrivati in Italia via mare nel 2008, sono stati 36.000 (l’86% è sbarcato a Lampedusa). Tre su quattro hanno presentato domanda di asilo e al 50% di questi richiedenti è stato riconosciuto il diritto a non essere rispedito nei Paesi da cui proveniva. Bene, in Francia, ogni anno, le domande di asilo sono 30.000. In Inghilterra, 28.000. Trentaseimila in Svezia, 25.000 in Grecia. Come si vede, medie omogenee. Che non fanno dell’Italia la piattaforma dei disperati che si vuole far credere. Eppure, anche qui la manipolazione della propaganda ha sfondato. Con buona pace della verità. Del resto, privo di anticorpi, il discorso pubblico sui “migranti” e dunque su “Lampedusa” può arricchirsi di qualunque enormità. Come i minori che approdano sull’isola e “non scompaiono” per ingrassare macabre filiere di traffici di organi (il ministro dell’Interno Roberto Maroni), ma vengono “fatti fuggire” per raggiungere destinazioni che conoscono prima di imbarcarsi sulle coste libiche. O come le ragioni o il senso di una rivolta (febbraio del 2009).

In questa nebbia, il lavoro dei volontari, dei funzionari pubblici, delle organizzazioni umanitarie che ancora danno un senso a ciò che fanno (ce ne sono e il libro li racconta), annega nell’indistinto. Trasformandosi in comprensibile ragione di umiliazione e frustrazione. Mentre gli isolani, abbandonati a una marginalità che è politica ed economica, diventano ingranaggi inconsapevoli di un meccanismo infernale per cui Lampedusa diventa incubatrice di un odio di prossimità. Dove chi accoglie si sente vittima di un’imposizione che lo costringe a condividere il nulla con chi non ha neppure quello.

«Il not in my backyard non è un argomento», usa dire la Politica con inglesismo snob, per ricordare che le ragioni cruciali di una collettività (come la scelta del luogo di “stoccaggio” e “selezione” dei migranti) non possono fare i conti con i localismi delle comunità. Ma è pur vero che nessuno ha neppure provato a convincere chi vive a Lampedusa che quell’isola ha molto da guadagnare dal diventare la porta dell’accoglienza. Con assoluta fedeltà a ciò che si apre allo sguardo di chiunque vi sbarchi, Sanfilippo e Scialoja raccontano: «Lampedusa è brutta. Sembra bombardata. Non c’è cura del territorio, non c’è manutenzione dell’abitato né armonia architettonica, né una gran pulizia delle strade. È quel Meridione dai mille piccoli cantieri, troppo impegnato a fare altro per trovare il tempo per i dettagli. Un Sud deturpato. Di spettacolare c’è soltanto il mare: i fondali, le coste e l’incredibile turchese dell’acqua alla Spiaggia dei Conigli. A fronte di seimila residenti, ci sono a Lampedusa, secondo la relazione del Comitato regionale urbanistico, costruzioni per 60-70.000 abitanti: dieci volte tanto. Una cubatura altissima, nonostante la quale il Comune continua a rilasciare concessioni edilizie e a chiudere tutti e due gli occhi di fronte ad abusi edilizi grandi e piccoli, in virtù di una politica di sviluppo che punta sul turismo e passa tutta attraverso l’aumento delle strutture ricettive: alberghi, residence o case che siano. Costruire è la tacita parola d’ordine, la soluzione miracolosa a ogni male, e le pratiche di condono edilizio aperte sono 3.500». E visto il quadro, ci si è messa anche la Protezione civile, aprendo discariche abusive. Una storia nella storia – questa – che il libro descrive nei dettagli e che dà la misura di come si muova lo Stato in quelle plaghe. Del resto, il bilancio del comune di Lampedusa, nel 2008, era – ne danno conto Sanfilippo e Scialoja – di un milione di euro. «Vanno sottratti: 180.000 euro per il segretario comunale, 87.000 euro per la ragioniera capa, 150.000 per i due capi uffici tecnici, 50.000 per l’ambasciata a Palermo, 40.000 per la manutenzione del canile che non c’è. Per un totale di 507.000 euro, ovvero la metà del bilancio. Se consideriamo il resto degli stipendi dei dipendenti comunali e qualche altra piccolissima cosetta, ecco che i soldi sono finiti. E le strade? Le fogne? Il trasporto pubblico locale? I servizi al turista e al cittadino? Le scuole? A quello, ovvio, deve pensarci lo Stato. Magari con i fondi a compensazione».

Un’ultima annotazione. In queste pagine, si trovano i versi che la poetessa Alda Merini ha dedicato a Lampedusa, senza aver mai messo piede sull’isola.

Una volta sognai

di essere una tartaruga gigante

con scheletro d’avorio

che trascinava bimbi e piccini e alghe

e rifiuti e fiori

e tutti si aggrappavano a me,

sulla mia scorza dura.

Ero una tartaruga che barcollava

sotto il peso dell’amore

molto lenta a capire

e svelta a benedire.

Così, figli miei,

una volta vi hanno buttato nell’acqua

e voi vi siete aggrappati al mio guscio

e io vi ho portati in salvo

perché questa testuggine marina

è la terra

che vi salva

dalla morte dell’acqua.

Sarebbe straordinario se, leggendoli, qualcuno provasse vergogna. E sarebbe ancora più straordinario se cambiasse idea su quei bambini, donne e uomini, che il mare restituisce ogni mese dell’anno sugli scogli di Lampedusa. Quei bambini, quelle donne e quegli uomini che in questo Paese qualcuno, deriso, si ostina a chiamare “migranti” e altri, con soddisfazione, “negri”.

Carlo Bonini – Infinito edizioni