Sotto cieli noncuranti: l’ultimo libro di Benedetta Cibrario

    Benedetta Cibrario, laureata in storia del cinema, dopo aver vinto la 46° edizione del Premio Campiello con il romanzo “Rossovermiglio”, ha presentato il suo secondo libro “Sotto cieli noncuranti”. L’autrice è nata in Toscana, cresciuta a Torino e ha vissuto anche in Inghilterra. Scrive e racconta di Torino dove si è trasferita a 14 anni anche se si definisce una “cittadina d’Italia” per aver vissuto anche in altre città.
    La frase del titolo “Sotto cieli noncuranti” è tratta da una poesia del poeta gallese Dylan Thomas. Quando la Cibrario ha letto questa poesia ha capito che era questa la tematica del suo secondo lavoro: la noncuranza del cielo. A volte, nella vita ad ognuno di noi accadono degli eventi di cui non ci spieghiamo le ragioni e passiamo il tempo a chiederci se tutto questo è frutto del caso o del destino. La storia di questo libro parla di una vicenda particolare che fa riflettere nonostante la sua drammaticità. E’ un libro costruito come un thriller psicologico anche se poi viene abbandonata rapidamente la struttura del giallo nonostante rimanga un mistero nella vicenda.
    La storia si svolge in una Torino innevata a pochi giorni dal Natale in cui accadono due eventi drammatici in due famiglie che non si conoscono tra di loro: in una il bambino di tre anni cade dalla finestra e non si capisce in che modo (nonostante le accurate indagini della procura), mentre nell’altra una giovane mamma viene investita casualmente da una macchina mentre porta il cane a spasso. Il romanzo costruisce e ci racconta come si intersecano le vite di questi personaggi. Ad un certo punto del romanzo i protagonisti, in parte cercano di scoprire qual sia il mistero, in parte fronteggiano le difficoltà che si hanno quando arriva un dolore così grande come il lutto di un parente.
    L’autrice ha scelto di ambientare il suo lavoro durante le festività natalizie e sotto un’enorme nevicata perchè in qualche modo questi sono due eventi che cambiano la quotidianità delle persone; questo per ribadire che a volte noi nella vita “inciampiamo” in determinati eventi che ci costringono a ragionare in un modo diverso.
    Alla fine del libro c’è scritto “Le cose spaiate si devono appaiare. Le cose rotte si devono aggiustare. E quelle che fanno soffrire si devono curare. Si fa così. Io questo lo so”… queste sono le parole della bambina Matilde, personaggio chiave nel romanzo; questa frase è molto cara all’autrice che ha l’impressione come se noi vivessimo in una società dove ormai tutti siamo abituati a buttare a e non provare neanche ad aggiustare le cose e questo a volte si riflette soprattutto nei rapporti umani ” – afferma la Cibrario- siamo propensi a buttare e non a tentare di ricostruire un rapporto; talvolta le cose sono innagiustabili, però l’idea è che bisogna almeno provarci”.
    Questo è un romanzo corale; ci sono molte voci che parlano, però la protagonista, la voce più forte, quella che commuove di più, è quella di Matilde, la bambina di 12 anni che ha perso la mamma; nel suo modo, assolutamente infantile, lei vuole portare la serenità nella sua famiglia, un compito durissimo perchè vede il padre e le sue due sorelle che sono annichiliti da questo grande dolore, ma nel suo modo, un po’ misterioso e bizzarro allo stesso tempo, lei tenta di trovare una soluzione. La lezione di Matilde è che vale sempre la pena di provare a trovare almeno un po’ di serenità; tentare, sempre, di aggiustare le gli eventi negativi che possono accadere nel corso della vita.
    I personaggi dei due libri della Cibrario sono legati da due fili conduttori: innanzitutto la voglia di perseverare, di cambiare il corso degli eventi e poi sono a disagio e non si riconoscono nel luogo in cui sono collocati, dalla famiglia, a una situazione sentimentale, o ad un disagio sociale.
    Emanuela Carucci