Palestina, resistenza popolare contro l’ invasione israeliana

Hebron ha aggiunto il suo nome all’elenco sempre più lungo di località attraverso i Territori occupati palestinesi che ospitano manifestazioni settimanali non-violente contro l’occupazione israeliana. La «resistenza popolare» perlopiù spontanea, che vede una partecipazione mista di palestinesi, israeliani e attivisti internazionali, sabato scorso per la terza settimana di seguito ha realizzato una manifestazione non-violenta anche ad Hebron su iniziativa dell’organizzazione hebronita YAS (Youth Against Settlements).

I manifestanti si sono radunati di fronte al checkpoint militare israeliano che segna l’inizio di via Shuhada e della città vecchia di Hebron, la zona «H2», occupata da coloni ebrei tra i più violenti della Cisgiordania. Da un lato della strada posizionati sui tetti alcuni giovani coloni sorvegliavano il corteo di circa 100 persone, fiancheggiati da soldati con M-16 puntati. Dall’altro lato della strada poliziotti israeliani fotografavano i manifestanti dal balcone di una casa palestinese occupata.

Evitando uova e alcuni secchi di acqua calda lanciati dalle finestre dei coloni, il corteo è riuscito ad attraversare la città vecchia, ormai largamente spopolata dopo anni di violenze perpetrate dai coloni e gli estenuanti coprifuochi durante la seconda Intifada. Scandendo in arabo, ebraico ed inglese i loro slogan, i manifestanti hanno chiesto la fine dell’occupazione e della colonizzazione israeliana dei Territori palestinesi, insieme alla riapertura di via Shuhada e la libertà di movimento per gli abitanti di Hebron.

«Consideriamo la nostra lotta speculare a quella di Bil’in, Ni’ilin e di tutti gli altri villaggi», ha affermato un organizzatore dello YAS, «siamo ispirati dalla lotta che stanno portando avanti, e ci auguriamo di dare l’avvio a un movimento diffuso di resistenza non-violenta nella zona di Hebron».

La resistenza non-violenta israelo-palestinese-internazionale all’occupazione si sta lentamente amplificando.

Villaggi come Beit Ummar e Beit Jala, le cui terre agricole che in questi giorni vengono spianate dai bulldozer per permettere la costruzione del muro di separazione israeliano, ospitano manifestazioni settimanali simili a quelle che vanno avanti ormai da anni in villaggi come Bil’in, Ni’ilin, Al Ma’asara e Budrus. Anche il villaggio di Al Walajah ha inaugurato la sua prima manifestazione settimanale venerdì scorso, il giorno dopo che le ruspe militari avevano iniziato a devastare i suoi uliveti.

Allo stesso tempo a Gerusalemme Est occupata, il movimento del quartiere Sheikh Jarrah dallo scorso agosto incarna un altro epicentro simbolico di resistenza, dopo lo sfratto di quattro famiglie palestinesi (più di 50 persone) dalle loro case per sostituirle con coloni fondamentalisti nella politica governativa e comunale israeliana di «ebraizzazione» completa della Città Santa. Altre 24 famiglie del quartiere hanno ricevuto simili ordini di sfratto. Da mesi si svolgono manifestazioni settimanali nel piccolo parco del quartiere organizzate dagli sfrattati insieme ad attivisti israeliani e stranieri con le caratteristiche magliette bianche e nere «Liberate Sheikh Jarrah». Non manca una piccola band musicale israeliana, formatasi apposta, perennemente al seguito dei cortei anche nei villaggi. Il quartiere di Silwan ha cominciato anch’esso ad organizzare eventi simili per opporsi al numero crescente di sfratti emessi per fare posto a presunti scavi archeologici israeliani che, in realtà, sono finalizzati ad espellere centinaia di palestinesi e a demolire decine di abitazioni arabe.

Potrebbe apparire marginale ma questa forma di resistenza popolare riesce a rompere la routine delle confische e delle demolizioni di case da parte dell’occupazione israeliana.

Prima che i bulldozer potessero cominciare i lavori ad Al Walajah, giovedì scorso, i soldati hanno dovuto trascinare via e in parte arrestare un gruppo di circa 50 persone sedutesi davanti ai pesanti automezzi. Prima che si potessero sradicare gli ulivi a Beit Jala il mese scorso, è stato necessario portare via con la forza i manifestanti che si erano incatenati a quegli alberi. Ogni settimana nel sud di Hebron, israeliani e internazionali fanno da scudo per i pastori palestinesi, con cui si coordinano, nei confronti dei coloni di Ma’on e Susiya sostenuti dai soldati, nel tentativo di mettere fine agli arresti arbitrari, alla confisca di pecore e al trasferimento dei pastori.

Lo Stato di Israele continua a reprimere queste iniziative arrestando un numero crescente di manifestanti, dichiarando «zone militari chiuse» le località delle manifestazioni e tramite l’uso abbondante di candelotti lacrimogeni spesso sparati ad altezza d’uomo, di granate assordanti, di proiettili di gomma e persino di «acqua puzzolente». Metodi seguiti dagli arresti degli organizzatori palestinesi ai posti di blocco militari e con raid notturni nei villaggi.

Non sono peraltro immuni da conseguenze gravi gli organizzatori israeliani. Alla fine di marzo, Michael Solsberry, uno degli organizzatori delle manifestazioni di Sheikh Jarrah, è stato arrestato mentre cenava a casa sua, per essere poi rilasciato un paio di ore dopo per mancanza di accuse specifiche. Ma se i manifestanti israeliani vengono rilasciati solitamente dopo diverse ore e gli internazionali arrestati vengono espulsi da Israele, sono gli organizzatori ed i manifestanti palestinesi a pagare il prezzo più alto perché soggetti alla violenza di poliziotti e militari e, spesso, lasciati per giorni, se non settimane o di più, in carcere.

In ogni caso la resistenza popolare israelo-palestinese-internazionale rappresenta un importante ed originale iniziativa in cui minoranze delle società civili israeliani e palestinesi si danno lo scopo di costruire insieme una pace giusta. Sebbene gli obiettivi specifici di questo gruppo misto sicuramente varino, la loro presenza si radica in un terreno comune, come ha spiegato un organizzatore dello YAS che ha chiesto di rimanere anonimo: «Mettere fine all’occupazione non è soltanto un interesse palestinese ma è un interesse anche di molti israeliani – ha detto – perché l’occupazione vuol dire spreco di fondi, la de-umanizzazione dei soldati, l’appoggio all’odio e a tutti i valori più negativi». Le persone coinvolte in queste iniziative – ha concluso – «credono profondamente che vivere in pace siano un interesse comune a tutti».

Elena Hogan – Ya Basta Napoli