Times Square: terrorismo o messa in scena?


Un bel giorno di primavera Faisal Shahzad, “terrorista in sonno” pachistano infiltrato negli Stati Uniti, decide che è ora di “svegliarsi” e compiere un attentao clamoroso contro l’odiato Paese dello zio Sam. Cosa fa allora il nostro valente terrorista (addestrato, a suo dire, nel Waziristan pakistano dai Taliban legati ad Al Qaeda)?

Intanto compra un SUV usato della Nissan in contanti, fornendo però i suoi veri documenti di identità e non documenti falsi, come ci si aspetterebbe in quelle circostanze. Carica poi il SUV di bombole di propano (e fin qui sarebbe credibile…), innescandole però con dei fuochi d’ artificio comprati in cartoleria e non con tritolo o dinamite.

Parte poi per New York e parcheggia a Times Square, luogo dove un’auto parcheggiata provoca la stessa attenzione che provocherebbe a Milano sul sagrato del Duomo. Esce dall’auto, avendo però cura di lasciare impronte digitali dappertutto e (sic!) persino una copia delle chiavi di casa sua, per rendere più facile una perquisizione. Dulcis in fundo, si mette davanti ad una telecamera e si cambia la maglietta, onde essere sicuro che la polizia lo riconosca.

Ma non finisce qui! Invece di scappare da New York subito, vi si trattiene ben 48 ore, decidendo infine di imbarcarsi all’aeroporto Kennedy su di un aereo in partenza per Dubai, aereo sul quale viene “catturato” all’ultimo momento.

Se davvero il terrorismo internazionale legato ad Al Qaeda si è ridotto a questa farsa, Obama e i suoi servizi segreti possono stare, per l’avvenire, più che tranquilli.

Resta però il dubbio (più che dubbio, quasi una certezza) che non si sia trattato di un attentato, bensì di una messa in scena organizzata dai servizi americani per giustificare una ulteriore ingerenza negli affari interni del Pakistan, con la scusa della “lotta al terrorismo”.

In effetti l’etnia pastun, maggioritaria nel vicino Afghanistan occupato dagli americani, è ampiamente diffusa anche al di là del confine, nelle aree montuose del nord ovest del Pachistan. Poiché i Taliban (o studenti coranici), acerrimi nemici dell’invasore americano, sono quasi tutti di etnia pastun, è naturale che essi trovino rfugio e protezioni in tali aree.

Per questo motivo gli USA hanno causato e continuano a causare decine e decine di morti civili nelle aree pachistane di confine con i cosiddetti “droni” (aerei senza pilota), ma ad essi non basta: vogliono che l’esercito pachistano si muova in forze contro i loro fratelli del nord per decapitare il “terrorismo” (leggi la resistenza armata all’invasore americano) e vogliono esser loro a guidare le operazioni.

Il governo di Islamabad, guidato da Ali Zardari (personaggio ambiguo, sospettato di corruzione, che ha vinto le elezioni del 2008 solo perché marito di Benazir Bhutto), si barcamena tra l’opposizione interna, che non vuole che vengano uccisi dei pachistani per far piacere agli americani, e la sempre più pesante pressione statunitense.

Sino ad ora Zardari si è sempre rifiutato di accettare (come il suo predecerssore Parvez Musharraf) la “collaborazione” dell’esercito americano nelle campagne nel nord contro i Taliban pastun, ma il finto attentato di Times Square potrebbe essere stato organizzato proprio con il beneplacito dello stesso governo Zardari, per far digerire alla popolazione la necessità di una partecipazione “organica” delle truppe statunitensi alle campagne militari contro i Taliban del nord, cioè con una occupazione “soft”, da parte dell’esercito americano, del Pakistan.

Già ora il livello di infiltrazione nei gangli del potere pachistano, da parte degli USA, è elevatissimo; l’esercito USA non è ufficialmente presente, ma il territorio pullula di centinaia di “consiglieri” americani, pronti ad affiancare le autorità pachistane a tutti i livelli. Ad esempio, è passata quasi inosservata la notizia che, alcuni mesi fa, riferiva della morte di 3 alti ufficiali statunitensi in un attentato che aveva preso di mira una scuola alla sua inaugurazione. Cosa ci facessero 3 ufficiali USA (certamente legati ai servizi segrteti) in abiti civili all’inaugurazione di una “scuola” pachistana non è dato sapere.

La tattica usata dagli USA sembra quella usata, 50 anni fa, nel Vietnam: prima l’arrivo di migliaia di “consiglieri”, per poi passare all’occupazione militare vera e propria con il consenso del locale governo collaborazionista; la differenza sta nel fatto che, mentre in Vietnam si configurò uno scontro sia con la resistenza interna (vietmin) che con l’esercito del nord (vietcong), in Pachistan non esiste un nemico armato esterno, per cui dovrebbe essere più facle occupare il Paese, dovendo contrastare, oltre i Taliban pastun, solo un’eventuale guerriglia interna giudicata (da parte USA) non molto consistente.

Resta però il problema di come si comporterebbe, in caso di occupazione americana, il potente esercito pachistano e i suoi servizi segrerti, certamente non tutti disposti a collaborare con Zardari e gli americani. Occorre ricordare che il Pachistan detiene parecchie testate nucleari, tutte saldamente sotto controllo del locale esercito. Già in passato gli americani (con il precedente governo Musharraf) hanno provato a mettervi le mani sopra, offrendosi di metterle in “sicurezza” (cioè portarle in una loro base militare), ma ricevendo sempre un assoluto rifiuto.

Se ora gli USA occupassero il Pachistan (magari con l’aperto consenso del governo Zardari), che fine farebbero quelle testate nucleari? Il rischio che vadano a finire in mani “sbagliate” ed il terrore di vederne spuntare una nel porto di Los Angeles o di New York, quale gentile cadeau da parte degli insorti pachistani, consiglieranno sicuramente Obama ed il suo staff ad essere molto, molto prudenti con la gestione della questione pachistana.

Occorre notare, ancora una volta, come purtroppo le esecrabili armi nucleari servano, in alcuni casi, non ad offendere, ma a difendersi dall’arroganza dell’imperialismo.

Gian Carlo Caprino