Crisi nell’ Eurozona, alla ricerca di cause e soluzioni

Il vecchio detto “Il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito” si può applicare alle ricette delle istituzioni e dei governi dell’Unione, che non avranno altri effetti che ostacolare la già debole ripresa. Nulla verso le cause strutturali, la sperequazione del reddito e la mancanza di investimenti

La crisi che ha colpito l’eurozona nelle ultime settimane – la cosiddetta “tragedia greca” – è stata apparentemente fronteggiata con una manovra che contiene due importanti novità o anomalie: a) l’utilizzazione forzata dell’articolo del Trattato che prevede un soccorso finanziario ad un paese membro solo nel caso di “calamità naturali” o di “eventi che non è in grado di padroneggiare”; b) la caduta del muro che aveva sinora impedito l’emissione di eurobonds, la cui utilizzazione era stata a suo tempo auspicata, fra gli altri, da Prodi e da Tremonti.

Il fenomeno – peraltro ben lungi dall’essere esaurito – ha dato luogo ad una girandola di interpretazioni, diagnosi e terapie differenti, come quelle di Trichet, De Grawe, Attali e Roubini. Occorre però spiegare preliminarmente un vero e proprio giallo, che ha dato alla vicenda un aspetto paradossale nelle spiegazioni ufficiali; giallo che forse verrà chiarito dalla manovrina o manovrona di quello stesso Tremonti che, un mese fa, la bollava come impossibile. Le motivazioni ufficiali dell’intervento delle autorità dell’Unione sono state due: il pericolo del “default” greco e quello del “contagio”. Giustificazioni che lasciano perplessi. L’equilibrio monetario dell’eurozona è ovviamente connesso alla dinamica della massa monetaria. Conseguentemente la pericolosità dei disavanzi e dei debiti pubblici andrebbe riferita al loro rapporto NON con i rispettivi redditi nazionali, ma con quello complessivo dell’eurozona stessa. Con questi più corretti criteri di calcolo – che non ho visto esplicitati nella pubblicistica economica corrente (forse figurano nei documenti riservati della Bce) – il debito pubblico italiano (118% rispetto al Pil nazionale) pesa sul Pil europeo all’incirca come quello tedesco, che è al 79% del reddito germanico.

Ma allora, quale rischio terribile incombeva sull’euro per un Pil greco che si aggira sul 5% di quello dell’eurozona? E perchè una manovra – vera o presunta – di 750 miliardi di euro (poco meno di un terzo del Pil tedesco!), con l’ipotesi assurda che per tre anni consecutivi la Grecia navighi nelle acque di una bancarotta sistematica? Quanto al contagio, i titoli greci in portafoglio di banche europee sono un’esigua frazione della formidabile leva finanziaria posta in essere.

La ragione vera, dunque, potrebbe essere un’altra, assai più plausibile. Come ha rilevato l’ex Commissario Mario Monti in una recente intervista, ha prevalso per anni nei Consigli dei capi di Stato e di governo una colpevole connivenza o reciproca tolleranza rispetto a trucchi contabili atti a mettere sotto il tappeto la polvere debitoria di molti stati membri, non solo il Portogallo e la Spagna, ma anche l’Italia e, forse, la Francia. Di ben altre dimensioni dunque sarebbero i “costi sospesi” di manovre finanziaria fittizie di alcuni governi. Ne abbiamo esempi preclari nelle acrobazie giuridico-contabili che in Italia coprono sprechi di cui non si riesce ancora a misurare l’entità. Così si giustificano le ansie di privatizzazione di settori chiave del governo della spesa pubblica, dal demanio militare a quello marittimo, alla Cassa depositi e prestiti, con una concezione delle privatizzazioni che non implica l’ingresso di capitali freschi privati, ma solo una mutata denominazione giuridica. Ottenendo così il duplice risultato di sfuggire al controllo della Corte dei Conti e di escludere certe poste contabili dai vincoli di Maastricht.

Nel valutare l’efficacia di medio periodo della manovra europea – e di quelle nazionali che, come nel caso italiano, si preannunciano – ricordiamo che esse poggiano su due pilastri: uno puramente finanziario, di cui si è fatto cenno; l’altro consistente in una revisione in senso restrittivo delle norme di regolazione della Commissione, da interpretare come tagli alla spesa pubblica. Sarebbe fin troppo facile osservare che a poco vale chiudere la stalla quando i buoi sono fuggiti, perchè si può rispondere che potrebbero fuggirne ancora. E’ invece importante osservare che si vorrebbe conseguire il riequilibrio mediante quello che potremmo scherzosamente definire “modello girotondo” (tutti giù per terra, e cioè il contrario di quella spinta alla ripresa apparentemente auspicata).

In effetti la manovra tampone e le modifiche regolamentari non possono supplire alle carenze di interventi strutturali, anziché puramente monetari. Ancora una volta si guarda più al dito che alla luna. Personalmente sono stata ben lieta che ad alcuni anni di distanza dalla pubblicazione di un mio testo e dalle tesi ivi sostenute si siano riscoperte la necessità di una solida piattaforma politica dell’Unione e di un ministro dell’Economia o addirittura delle Finanze per coordinare le politiche di bilancio. Però, a parte le difficoltà di una rivoluzione concettuale, invocata nelle tempeste e dimenticata nelle bonacce, rimane un interrogativo di fondo: un ministro per fare cosa? Le risposte variano a seconda delle diagnosi e delle terapie suggerite dai guru dalla finanza mondiale, nonchè dall’Ocse e dal Fmi. Anticipiamo che questi medici, talora chirurghi, pur nella discordanza di opinioni, ignorano tutti quel fenomeno di sottoconsumo delle classi più povere a suo tempo ricordato da Stiglitz e Sen: fenomeno sul quale ritorneremo nelle nostre conclusioni.

Trichet, l’Ocse e l’Fmi ritengono che le cause della crisi greca e di quelle serpeggianti in altri paesi vadano ricercate nell’abnorme espansione della spesa pubblica. Il ritornello degli sprechi, delle pensioni facili, del costo del lavoro, della perdita di produttività, del deficit dei sistemi sanitari e sociali è da anni il leit-motiv della destra al potere e di alcuni organismi internazionali.

De Grauwe e Attali ritengono che non al debito pubblico, ma a quelli privati sia attribuibile la crisi greca. Conseguentemente le manovre restrittive strozzerebbero inutilmente la ripresa. Se accettassimo per buona questa diagnosi i paesi con debito privato sotto controllo, come l’Italia, non richiederebbero alcuna manovra. Opposto il parere della Bce, nella cui linea si stanno muovendo quattro governi: tedesco, portoghese, spagnolo e italiano. L’intervento preannunciato nel caso italiano è già cominciato con l’escludere dai fondi Fas (che tanto erano già stati scippati) le Regioni deficitarie che, per una beffa del destino, sono attualmente tutte amministrate dal centro-destra.

Diciamocela tutta: si tratta di pannicelli caldi, con controindicazioni di carattere sociale e con un sentore di iniquità, e comunque atti a rallentare le già deboli prospettive di sviluppo. La verità è che nessuno vuole o può evocare l’ombra di Banco che grava sulle condotte di politica economica e sociale delle classi dirigenti europee: essa è rappresentata dalla crescente sperequazione nella distribuzione dei redditi, che in Italia Draghi puntualmente ci ricorda ad ogni calendimaggio. Si manifesta una triplice concentrazione, in scala crescente di dimensioni e pericolosità rispetto agli equilibri economici: la concentrazione dei redditi, quella delle ricchezze (patrimoni) e quella finanziaria. Quest’ultima è la più oscura perchè a fronte di un pulviscolo di azionisti non informati e disaggregati, il potere decisionale risiede in manager, talora sconosciuti e raramente azionisti importanti. Quale gioco migliore per un potenziale risk-taker è quello di operazioni azzardate le cui perdite sono pagate da altri e i cui successi si tramutano in benefits e prestigio personale?

Se, dunque, gli squilibri sono riconducibili a questi fenomeni, gli interventi programmati, anche se non risultassero controproducenti, risulterebbero effimeri. Il rigore unidirezionale, la coazione a ripetere gli stessi errori, la fuga dalla realtà dell’establishment ricreeranno un vuoto di domanda, da colmare con bolle finanziarie di portata sempre maggiore. Il prezzo della stabilità monetaria potrà esser pagato con la instabilità politico-sociale, che si aggraverà se – come propongono taluni – si vorrà usare per ridurre i debiti sovrani l'”arma da fine del mondo” dell’inflazione.

Una manovra strutturale richiederebbe in ogni paese e fra paesi uno sforzo formidabile: ma potrebbe essere un’occasione per ridare vigore alla vecchia Europa rispetto all’incalzare dei Bric (Brasile, Russia, Cina, India). Se questa “battaglia dei tre cerchi” non verrà neppure combattuta, le turbolenze continueranno e verranno forse accentuate ad arte per consolidare con un “appello alla Nazione” i traballanti governi di centro-destra in Italia e in Germania. In questa Europa crepuscolare qualcuno forse ripenserà con rimpianto al Piano Delors, la grande incompiuta di una Commissione europea che scommetteva ancora sul futuro.

Rosita Donnini – Eguaglianza&Libertà