Medvedev in Medioriente per questioni economiche e politiche

La scorsa settimana ha avuto luogo l’importante visita del presidente russo Dmitri Medvedev in Siria ed in Turchia. Il suo viaggio è stato motivato innanzitutto dall’obiettivo di rafforzare i rapporti economici con questi due paesi, ma anche dalla volontà russa di assumere alcune posizioni politiche di rilievo in merito alle principali questioni regionali.

Al di là del carattere di alto profilo della visita – in occasione della quale il presidente russo ha fra l’ altro voluto rivolgersi direttamente alla popolazione siriana ed a quella turca, dalle pagine di due importanti giornali locali – a fare maggiormente notizia è stato l’ incontro fra Medvedev ed il capo dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal, a Damasco.

In occasione di quest’incontro, che ha attirato le dure critiche di Israele, il presiddente russo ha affermato che Hamas non dovrebbe essere escluso dal processo di pace mediorientale. Tale concetto, espresso a pochi giorni dall’avvio dei cosiddetti “colloqui di prossimità” fra il governo israeliano e l’Autorità Palestinese del presidente Mahmoud Abbas, è stato ribadito in maniera congiunta da Medvedev e dal presidente turco Abdullah Gul pochi giorni dopo, ad Ankara.

I due leader si sono anche detti a favore di un Medio Oriente privo di armi nucleari. Russia e Turchia hanno posizioni convergenti su questo tema. In sostanza, entrambe chiedono all’ Iran di adottare un atteggiamento più costruttivo di fronte alle richieste della comunità internazionale, ma allo stesso tempo invitano Israele ad aderire al Trattato di Non Proliferazione.

In Siria, Medvedev aveva anche ricordato la tragedia umanitaria di Gaza ed aveva esortato a compiere maggiori sforzi per trovare una soluzione pacifica al conflitto arabo-israeliano, affermando che le tensioni da esso generate rischiano di trascinare il Medio Oriente in una nuova catastrofe.

Le prese di posizione del presidente russo hanno spinto alcuni osservatori, soprattutto nel mondo arabo, a ritenere che la Russia abbia inteso mostrare la propria disponibilità a diventare un mediatore di primo piano nel conflitto mediorientale, facendo sentire il proprio peso politico e diplomatico negli affari della regione.

Ma se questo è senza dubbio il desiderio di Damasco, che spera di ottenere l’appoggio di Mosca al suo tentativo di recuperare le alture del Golan, Medvedev certamente non si è sbilanciato a questo proposito.

Sebbene l’assenza di reali prospettive di pace sul fronte israelo-palestinese riproponga le antiche divisioni regionali, il ripetersi di uno “scenario da guerra fredda” in Medio Oriente non appare probabile nel breve periodo, anche se non può essere escluso a lungo termine.

Per il momento la Russia sembra mantenere una posizione di attesa nei confronti di Washington, come emerge da un recente rapporto “confidenziale” del ministero degli esteri russo “trapelato” (intenzionalmente, secondo alcuni) sui mezzi di informazione.

In questo documento, il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ha lodato le aperture di Obama esprimendo però il timore che, se la posizione di quest’ultimo dovesse indebolirsi e dovessero tornare in auge le idee dei neocon a Washington, le tensioni fra Stati Uniti e Russia potrebbero inasprirsi nuovamente.

Attualmente, però, Mosca ha bisogno di una collaborazione – più che di una contrapposizione – con gli Stati Uniti e con l’ Occidente. Dall’ inizio delle “rivoluzioni colorate” alla guerra del 2008 in Georgia, la Russia si è mantenuta sulla difensiva. La crisi economica globale l’ ha poi colpita duramente, e molti a Mosca si sono resi conto che la modernizzazione di cui il paese ha tanto bisogno potrà difficilmente avvenire in assenza di una stretta partnership con l’ Occidente.

La motivazione primaria alla base della visita di Medvedev a Damasco e ad Ankara è dunque di carattere economico, e non politico – e precisamente quella di consolidare le proprie partnership nel settore energetico, e di rafforzare il proprio ruolo di esportatore di tecnologia nucleare e di armamenti.

Quest’ ordine di priorità è invece probabilmente invertito dal punto di vista di Damasco, sebbene le armi russe siano essenziali per la Siria e la cooperazione economica con i russi abbia certamente un ruolo di primo piano nell’ economia siriana.

Nei mesi scorsi, i siriani hanno tentato in tutti i modi di convincere Washington ad appoggiare i loro tentativi di recuperare le alture del Golan occupate da Israele nel 1967. Dopo alcune iniziali aperture, la risposta di Washington è stata scoraggiante: il rinnovo delle sanzioni americane contro Damasco, e le ripetute accuse al regime siriano di aver fornito missili Scud a Hezbollah.

Con le elezioni del Congresso americano alle porte, è improbabile che la posizione della Casa Bianca nei confronti della Siria possa cambiare. Da qui l’esigenza di Damasco di trovare una sponda politica a Mosca. L’aiuto del Cremlino è essenziale per il regime siriano, sia perché le armi russe permettono a Damasco di mantenere (seppure con gran fatica) un “equilibrio del terrore” con Israele in Medio Oriente, sia perché l’appoggio politico russo rafforzerebbe la posizione negoziale siriana.

Mosca è ben felice di accontentare Damasco sotto il profilo delle forniture militari (sebbene guardandosi dall’alterare realmente l’equilibrio di forze nettamente favorevole ad Israele), ma per il momento appare più restia ad appoggiare incondizionatamente la Siria da un punto di vista politico.

Ai tempi della Guerra Fredda, la Siria fu il principale alleato dell’Unione Sovietica in Medio Oriente negli anni ’70 e ’80. Poi, con il crollo del blocco comunista e il declino dell’influenza di Mosca, gli equilibri mediorientali si spostarono definitivamente a favore degli Stati Uniti e di Israele.

Nel 1991 (l’anno della Conferenza di pace di Madrid), Mosca riallacciò le relazioni diplomatiche con Tel Aviv, dopo che l’intero blocco sovietico le aveva interrotte nel 1967, a seguito della Guerra dei sei giorni. Inoltre, essendo caduto il divieto di emigrazione, quasi un milione di cittadini dell’ex Unione Sovietica si trasferirono in Israele nel corso degli anni ’90, rendendo quest’ultimo uno dei paesi con la più popolosa diaspora di lingua russa al di fuori dell’ex URSS. E tuttora, gli scambi commerciali con Israele sono ben superiori a quelli che Mosca ha con Damasco.

L’abbandono del Medio Oriente da parte della Russia negli anni ’90 fu vissuto come un tradimento da molti arabi, ed in primo luogo dai siriani. I rapporti tra Mosca e Damasco rimasero freddi fino al 2005, anno in cui il presidente siriano Bashar al-Assad compì la sua prima visita al Cremlino. In quell’anno, l’ostilità americana nei confronti della Siria giunse al suo culmine, a seguito dell’assassinio dell’ex primo ministro libanese Rafiq Hariri.

Dopo di allora, il presidente siriano si recò a Mosca nel 2006 e nel 2008. Quest’ultima visita avvenne in coincidenza con la crisi georgiana legata all’Ossezia del Sud. In quell’occasione Assad espresse il suo pieno appoggio ai russi.

La visita di Medvedev a Damasco conferma il trend positivo degli ultimi anni nelle relazioni fra i due paesi, che restano tuttavia imperniate su interessi solo parzialmente convergenti, e non su un’affinità incondizionata. Damasco, infatti, punta al rapporto con Mosca anche perché continua a vedersi respinta da Washington.

All’interno del rapporto russo-siriano, le convergenze si registrano soprattutto in ambito economico. Al di là delle armi russe, la Siria è interessata a una cooperazione con Mosca in ambito tecnologico, energetico ed infrastrutturale.

Damasco punta a diventare un centro di smistamento delle rotte energetiche e commerciali fra i “quattro mari”: il Mar Caspio, il Mar Nero, il Mediterraneo, e il Golfo Persico. Per raggiungere questo obiettivo, i siriani hanno bisogno della cooperazione di Mosca, ma anche di pace e stabilità in Medio Oriente – pace che però essi non sono disposti ad ottenere al prezzo della definitiva rinuncia alle alture del Golan e della rottura dei rapporti con Teheran.

L’appoggio della Russia diventa dunque essenziale per Damasco non solo da un punto di vista economico, ma anche da un punto di vista politico, per contrastare lo strapotere israelo-americano.

Quello di essere un punto di passaggio delle rotte energetiche e commerciali eurasiatiche è un obiettivo comune alla Siria ed alla Turchia, e non è una coincidenza che Damasco abbia notevolmente migliorato anche i rapporti con Ankara negli ultimi anni.

Il fatto stesso che il presidente russo Medvedev si sia recato in Turchia dopo aver fatto tappa in Siria non è del tutto casuale. Ankara, con la sua politica estera all’insegna dello slogan “zero problemi con i vicini” , punta a migliorare le relazioni bilaterali con i paesi della regione anche grazie a una serie di progetti infrastrutturali che favoriscano l’integrazione regionale.

Se la Siria rappresenta per Ankara la porta verso il mondo arabo, la cooperazione energetica con la Russia sta facendo diventare la Turchia la via di transito obbligata per il petrolio ed il gas diretti verso l’Europa meridionale. Il tentativo di accrescere il proprio peso strategico ed energetico è la carta che Ankara sta giocando per rendersi più “appetibile” all’Unione Europea, la quale al momento sembra essere poco propensa ad accogliere al suo interno la Turchia come membro a pieno titolo.

Dal canto suo, Mosca vede nella Turchia un’eccellente partner per i suoi gasdotti diretti verso il Mediterraneo. Ankara potrebbe partecipare al progetto del gasdotto russo South Stream che legherebbe i mercati energetici dell’Europa meridionale al gas russo attraverso il Mar Nero. E i turchi potrebbero essere partner affidabili per la Russia, visto che quest’ultima già assicura quasi il 70% del loro fabbisogno energetico.

Paradossalmente, la cooperazione energetica russo-turca potrebbe mettere fuori gioco il progetto europeo del gasdotto ‘Nabucco’, più costoso e privo di fornitori certi, soprattutto se si tiene conto che il paese che meglio potrebbe assicurare le forniture di ‘Nabucco’ è l’Iran!

Ma gli interessi condivisi di Russia e Turchia non si limitano al gas e al petrolio. Il mercato turco appare promettente anche per l’industria nucleare russa. I due paesi hanno raggiunto un accordo per la costruzione di quattro reattori nucleari sulla costa meridionale della Turchia.

Di rilievo è anche l’accordo che permette ai cittadini turchi e russi di viaggiare in entrambi i paesi senza la necessità del visto, per un periodo massimo di un mese. Da sottolineare è soprattutto il significato simbolico di questo accordo, dopo che i due paesi avevano attraversato una crisi diplomatica allorché la Turchia aveva aperto i propri confini ai rifugiati ceceni, concedendo l’asilo politico ad alcuni dei loro leader.

Russia e Turchia – storicamente due nazioni rivali – si sono trovate su fronti contrapposti durante la Guerra Fredda. Ma, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, i rapporti fra i due paesi sono rapidamente migliorati, orientandosi progressivamente verso una cooperazione sempre più stretta.

Il rifiuto turco che impedì agli americani di aprire un fronte settentrionale durante la loro invasione dell’Iraq nel 2003 fu salutato positivamente da Mosca. Negli ultimi anni Ankara, anche a causa delle difficoltà incontrate nel processo di adesione all’UE, si è rivolta progressivamente verso oriente, rendendo ineludibile una più stretta cooperazione con la Russia.

Le diffidenze legate alla storica inimicizia fra i due paesi sembrano dunque in via di superamento, ma esiste ancora un elemento di potenziale attrito fra essi: la situazione nella regione del Caucaso. Ankara è scontenta per lo scarso appoggio dato da Mosca ai protocolli di intesa che erano stati firmati da turchi e armeni nell’ottobre 2009, e la cui sospensione è stata recentemente annunciata dal parlamento armeno.

Anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica, Mosca ha continuato a considerare il Caucaso come una propria zona di influenza. Nel 2008, all’indomani del conflitto in Georgia, la Turchia propose un patto di stabilità e di cooperazione nel Caucaso che avrebbe dovuto includere i tre paesi del Caucaso meridionale (Georgia, Armenia e Azerbaigian), assieme alla Russia e alla Turchia. Tuttavia questo patto di stabilità non ha ancora visto la luce.

In una regione in cui esistono numerose crisi e conflitti “congelati”, l’assenza di una decisa iniziativa diplomatica in direzione di una maggiore cooperazione, ed il protrarsi di una situazione di stallo, possono sempre essere il preludio di nuove guerre.

Medarabnews