Musica tradizionale siciliana, intervista a Matilde Politi

Matilde Politi in concerto

Matilde Politi è un’ artista musicale di origine palermitana. Sin da giovanissima inizia gli studi musicali acquisendo lezioni di pianoforte e solfeggio e, nel frattempo, il padre Guido, cantautore, le insegna a suonare la chitarra, mentre lo zio Gaspare la fisarmonica. Negli anni del Liceo inizia a impegnarsi nel teatro; dopo il diploma si trasferisce a Roma dove inizia ad esibirsi in strada con voce e chitarra attingendo dal repertorio folk spagnolo, americano e siciliano. Nel 1995-96 partecipa a corsi professionali per attori e registi teatrali, dove prende vita un gruppo di giovani affiatati che metteranno in scena quattro spettacoli con la regia di Annalisa D’ Amato. Nel teatro Matilde ha lavorato, oltre che come attrice, anche come musicista, cantante e trainer vocale degli attori. Intanto nel 1999 si laurea in Antropologia culturale.

Nel 2000, con la gravidanza del primo figlio, inizia a dedicarsi in modo approfondito alla musica tradizionale siciliana preparando il suo primo concerto solista di canti di tradizione orale e da allora si concentra sul repertorio di tradizione orale siciliano. Da allora, come cantante, accompagnandosi con chitarra, tamburello e fisarmonica, ha suonato in varie piazze d’ Italia, partecipato a vari festival di musica popolare in Italia e non solo, con la missione di riportare alla luce alcuni canti tradizionali affossati dall’ oblio del tempo e della civiltà contemporanea.

Dal settembre 2003 ritorna a vivere nella natia Sicilia e nel 2007 pubblica il suo primo cd “A tirannia. Canti politici e storici del popolo in Sicilia, mentre l’ anno seguente sforna il suo secondo lavoro musicale “Si eseguono riparazioni dell’ anima”.

I primi passi in campo artistico oscillano tra esperienze teatrali ed esperienze di strada, tra Palermo e Roma. Quale dei due “tirocini” ritiene più influente sulla sua formazione artistica e qual è il ricordo che ritiene maggiormente significativo?

Fare musica in strada insegna molto, l’umiltà, la necessità di adattamento al contesto, e poi insegna a non dipendere dalla risposta del pubblico, autonomia, e contemporaneamente a cercare la relazione, crearla, con il pubblico, che ovviamente è casuale, imprevedibile. Bisogna imparare a improvvisare e adattarsi, e soprattutto divertirsi!che se ti diverti tu anche i passanti si divertiranno con te. Insomma, una grande scuola la strada, soprattutto per l’atteggiamento interiore dell’artista.

Invece il teatro, un certo tipo di teatro artigianale, mi ha insegnato il mestiere, quello concreto di artigiano appunto, il cui oggetto di lavoro è se stessi, il materiale da conoscere, studiare, sperimentare, per poter trasformare, mettere in forma, è appunto il proprio corpo, mente, e tutto ciò che c’è di mezzo, che ha tanti nomi…

Nel 2000 realizza il primo concerto solista di canti di tradizione orale. Ma come è avvenuto il primo approccio con la musica tradizionale siciliana e in quale contesto?

Da adolescente ho partecipato per una stagione a un gruppo folkloristico…ricordo uno spettacolo in un cineteatro di Palermo dove la platea era strapiena, tutti giapponesi… Lì di certo ho cominciato a sentire il gusto di cantare in siciliano. Anni più tardi ho scoperto invece il gusto di ricercare materiali autentici che testimoniassero la vera cultura popolare siciliana, quella legata ai contesti socioeconomici, la musica “funzionale”; ho raccolto e frequentato quanti più esempi originali di musica tradizionale potevo, e a un certo punto ho ritenuto fosse giunta l’ora di cercare in me la mia risposta personale. Ero in Toscana allora, ero incinta, e andavo a suonare nei mercati settimanali dei paesini della Valdera, con regolare permesso della polizia municipale, con fisarmonica e chitarra, tutto repertorio siciliano!

Il suo primo album, “A Tirannia”, è una voce di ribellione contro i tiranni di ogni tempo…Come nasce l’ idea di riprendere questa tematica “rivoluzionaria” e, secondo lei, chi sono i tiranni di oggi?

Precisamente l’idea nasce da una domanda: ma è vero, come si dice in giro, che i siciliani non reagiscono, si passivizzano, si adattano – calati junco ca passa la china, la canna che si flette al vento e non si spezza – rispetto alla politica, ai processi storici, economici e di potere? Ho studiato la storia siciliana, ringrazio in particolare il grande storico Francesco Renda. Sono andata a cercare nella voce popolare, tra i testi tramandati, quale era l’atteggiamento, e ho scoperto tantissime testimonianze in merito, di vario tipo, e un filo conduttore dai Vespri siciliani fino ai cortei degli anni settanta, -contra li pirati di oggi e di sempri, scrive Buttitta per la canzone Pirati a Palermo.

I tiranni sono e saranno sempre gli ammalati di potere…

Nel 2008 pubblica il suo secondo cd “Si eseguono riparazioni dell’ anima”, dove ricostruisce frammenti di suoni antichi a fianco di brani di cui lei è autrice. Perchè la scelta di questo titolo? E cosa ferisce, più di ogni altra cosa, l’ animo umano?

Dicevo prima che la musica tradizionale era funzionale…oggi di certo si è perso quel legame forte tra musica e attività del ciclo della vita o del lavoro. Cos’è la musica oggi, qual è la sua funzione, a che serve e a chi serve, domande che ci facciamo. Un giorno per scherzo si parlava dopo un concerto con uno spettatore, diceva che era contento, che la musica gli aveva fatto bene, mi venne fuori la battuta che avremmo dovuto scrivere sul furgone in cui viaggiamo “si eseguono riparazioni dell’anima”, proprio come si scrive “si effettuano trasporti e traslochi”. Un mestiere di ambulanti, concreto come gli altri. Sarebbe bello! L’arte mi piace vederla come un lavoro concreto e artigianale, non come un “in più” di cui fare a meno…

Forse, la fretta…

Nella frenetica e consumistica civiltà di massa contemporanea, fatta di ritmi schizofrenici e sincopati, quale spazio resta alla lenta musica arcaica?

Appunto dicevo, la fretta! Concediamoci la lentezza, il giusto tempo per ascoltare noi stessi e gli altri, no? Sarebbe già un’ottima medicina, credo.

Quest’ anno è tra le candidate al Premio Teresa Viarengo. Aspettative e speranze…

Spero di vincere! Non per il gusto di vincere, quello mi manca un po’, non ho mai amato l’agonismo e lo stress da prestazione, era sempre meglio nelle gare sportive da bambina arrivare decentemente ma senza strafare. In questo caso, ho già vinto la mia soddisfazione di essere stata candidata, che vuol dire apprezzamento per il lavoro che ho fatto, in buona fede. Vincere poi vorrebbe dire, secondo il regolamento del Premio Viarengo, suonare dal vivo per la premiazione, e questo è il premio più bello! Viaggiare per suonare dal vivo e incontrare un nuovo pubblico, altre persone, ancora musica… Finchè c’è musica – dal vivo – c’è vita e c’è speranza!

Luigi Ciamburro