Obama riconquista gli USA: i sondaggi sono a suo favore

I suoi successi rafforzano l’ immagine dell’America nel Mondo e migliorano la sua in patria, dopo che, all’inizio di marzo, per la prima volta dal suo insediamento alla Casa Bianca, i delusi erano più numerosi dei soddisfatti. Barack Obama è di nuovo sulla cresta dell’onda e può persino permettersi di “fare l’europeo”, anzi di essere “più europeo degli europei”: spinge con vigore Angela Merkel e i suoi partner all’accordo ‘salva euro’, oltre che ‘salva Grecia’; e invita subito negli Usa David Cameron, neo-premier britannico, per rinnovare la relazione speciale tra Londra e Washington.

Prestigio internazionale

Prima di Obama, mai nessun altro presidente degli Stati Uniti, almeno per la fetta di storia misurata passo passo dai sondaggi, aveva perso tanta popolarità in patria nei primi 15 mesi del suo mandato: un tonfo di 19 punti, da un dato di partenza altissimo, al 68% di sostegno. Ma neppure mai nessuno aveva tanto rialzato il prestigio degli Usa: un balzo di 17 punti nel mondo, lontano dai livelli infimi dell’ultimo George W. Bush, quando solo un cittadino del Pianeta su tre non era ‘anti-americano’.

Le cifre sono della Gallup, uno degli istituti di sondaggi più prestigiosi: testimoniano il richiamo e il prestigio internazionali della presidenza Obama e la sua sostanziale tenuta interna, su livelli che, dopo il varo della riforma sanitaria, un risultato storico, gli permettono di portare avanti con tenacia la riforma della finanza e di imporre alle compagnie petrolifere una tassa di un centesimo di dollaro a barile per finanziare la sicurezza energetica e ambientale, a seguito del disastro della marea nera nel Golfo del Messico.

L’ America di Obama gode nel mondo di un apprezzamento superiore al 50%: solo il 21% degli intervistati ne disapprova l’operato, mentre un quinto – il dato è stabile – non si pronuncia. Fino al 2008, il tasso di disapprovazione era nettamente superiore a quello di approvazione: l’inversione di tendenza ha praticamente coinciso con le elezioni presidenziali. Se ce ne fosse bisogno, la Bbc conferma: per la prima volta dal 2005 l’influenza degli Usa nel mondo è percepita come più positiva che negativa e l’apprezzamento per l’America è quasi raddoppiato rispetto al minimo storico del 28% nel 2007.

In Europa, la situazione corrisponde, sostanzialmente, a quella mondiale. In Asia, la forchetta è più stretta. Il Paese del G20 più filo-americano è il Sud Africa – il fatto che Obama sia il primo presidente afro-americano, deve centrare qualcosa -, con l’87% di entusiasti; quello più diffidente è la Russia; quello più ostile l’Arabia Saudita. Un italiano su due è pro Obama, ma solo il 6% gli è contro (gli altri non si pronunciano: un tasso quasi record).

L’ ‘Obama-mania’ mondiale impazzava anche mentre in patria il sostegno al presidente calava, e quasi crollava, partendo però da un livello che i sondaggisti per primi giudicano “insostenibile”: Obama inizia la presidenza al 68% di popolarità, meglio di Jimmy Carter nel 1977 al 66%, e dopo 15 mesi si ritrova al 49%, 19 punti sotto, mentre Carter ne aveva persi ‘solo’ 14. Ma Obama sta oggi dove stava Ronald Reagan all’inizio del 1982, mentre i due Bush, padre e figlio, fecero nel primo anno balzi in avanti dovuti per l’uno alla crescita economica e per l’altro all’impatto patriottico degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001.

Prova del fuoco

In chiave elettorale, verso il voto di ‘midterm’ del 2 novembre, la Gallup vede una polarizzazione “senza precedenti” degli schieramenti democratico e repubblicano. I dati indicano che, oggi come oggi, il presidente potrebbe ancora salvare la sua maggioranza, per quanto erosa, sia alla Camera che al Senato, pur dovendo rinunciare definitivamente al livello ‘anti-ostruzionismo’ di 60 senatori su 100.

Echi europei della ‘grande crisi’ finanziaria mondiale, sussulti terroristici, maree nere e schizzi di fango personali non guastano il buon momento della presidenza Obama, quello che l’Iss, Institute for Security Studies dell’Ue, celebra in un volume dal titolo The Obama Moment, analizzandolo in prospettiva euro-americana. Sul New York Times, David Brooks invita tutti a stare calmi: “Relax. Il futuro dell’America è eccezionalmente brillante”. Il ritorno dell’ottimismo è segnato dall’avvento dell’ ‘economia della felicità’, cui la Brookings, prestigioso think tank di Washington d’ispirazione democratica, dedica un convegno, chiedendosi se “la felicità individuale debba diventare un obiettivo politico nazionale”.

Il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke avverte che la strada della ripresa sarà ancora lunga, specie per l’occupazione. Ma Obama “mette la sua impronta sui temi di politica estera”: realizza un trittico nucleare nella prospettiva della ‘opzione zero’ – il nuovo Trattato Start con la Russia per la riduzione dei sistemi strategici, il Vertice di Washington sulla sicurezza nucleare e la conferenza di revisione all’Onu del Trattato di non proliferazione -; scuote gli europei dal torpore; e comincia a farsi sentire in Medio Oriente, dove, dopo mesi difficili, riannoda la fila dei negoziati, sia pure ‘indiretti’, tra israeliani e palestinesi. Adesso, per coronare il rilancio in patria, ci vogliono una strigliata ai finanzieri e la ripulitura del Golfo del Messico.

La spinta popolare a ‘dare una lezione’ alle banche resta forte, mentre il 77% degli uomini d’affari percepiscono la posizione del presidente come ‘anti-business’. La riforma della finanza ha avuto, nel Congresso, una partenza lenta, perché i repubblicani frenano, ma va avanti. Sull’ambiente, il presidente s’è fatto sorprendere dalla marea nera con la guardia abbassata e ha ricevuto qualche bacchettata ben meritata. Sul New York Times, Paul Krugman, uno dei ‘columnists’ più prestigiosi, scrive, sotto il titolo significativo, “Drilling, Disaster, Denial”, che Obama “deve trarre da questo momento gli insegnamenti che può: aveva appena annunciato un piano per aprire gran parte della costa atlantica alla prospezione petrolifera, una decisione che aveva colpito molti dei suoi sostenitori e che gli rende ora difficile appellarsi agli alti standard morali”, contro la British petroleum (Bp) o chiunque altro.

Politica estera

In patria, l’occupazione ancora non risale, la ripresa non è robusta, l’ambiente, il terrorismo, le incertezze nel mantenere le promesse sull’immigrazione e sugli omosessuali: tutti grattacapi reali per il primo presidente nero Usa. Nel mondo, Cina, Iran, Afghanistan, Iraq sono un poker di ostacoli: estrarre dal mazzo la scala reale per batterli è difficilissimo.

L’arco della crisi di Obama è ben diverso da quello dei suoi predecessori. Con la Cina, il problema è globale, più politico che economico. “Pechino – scrive Francesco Sisci, profondo conoscitore dell’Estremo Oriente – vuole un rapporto forte, strategico con Washington….” E, con una sorta di paradosso, Dean Baker smonta sul NYT la tesi che la ‘minaccia’ cinese sia soprattutto economica: “Se la Cina la smettesse di comprarsi il debito americano, l’effetto potrebbe rivelarsi positivo”. L’ansia di una potenziale Armageddon economico-finanziaria si attenua, tanto più che, ricorda Sisci, anche la Cina ha i suoi punti deboli, come i troppi debiti dei governi locali, a fronte d’una corsa del Pil del + 12% su base annua nel primo trimestre 2010.

L’ Iran è “una tessera del mosaico globale” delle relazioni Pechino/Washington, divisi sulle sanzioni a Teheran che persegue programmi nucleari potenzialmente militari. Il dossier è in evoluzione, dopo l’accordo Iran-Turchia-Brasile e i segnali di accordo nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ma l’Iran è pure una spina di politica interna, perché il presidente e il segretario alla difesa Robert Gates, repubblicano, si trovano in contrasto sull’ipotesi di ricorso, o meno, alla forza, anche se il dissenso è stato rapidamente smentito.

La ‘questione iraniana’ interferisce, inoltre, nella ‘questione mediorientale’ e complica, se non rende proprio velleitario, il tentativo russo-americano di giungere, in sede di riesame del Trattato di non proliferazione nucleare, a un Medio Oriente senza armi di distruzione di massa, con Israele, che ha l’atomica ed è fuori dal Trattato, e l’Iran, che è nel Trattato e non ha l’atomica, ma la vorrebbe (o almeno vorrebbe la tecnologia per farsela).

In Iraq, l’incancrenirsi dei negoziati per la formazione del governo, dopo le elezioni del 7 marzo compromette l’obiettivo di completare il ritiro delle truppe da combattimento entro il 31 agosto, mentre le restanti 50 mila – addestratori e consiglieri – dovrebbero rientrare entro il dicembre 2011. Uno slittamento dei tempi rischia di avere un impatto sulle elezioni di ‘midterm’.

Infine, l’ Afghanistan, dove il clima di fiducia tra la Casa Bianca e il presidente Hamid Karzai pare seriamente incrinato e dove gli insorti mostrano una capacità d’azione notevole. La prospettiva, qui, va ben oltre il termine della presidenza: la ‘exit strategy’ di Obama deve realizzarsi nel 2013. Ma pazienza e fermezza degli alleati atlantici, fra cui l’Italia, potrebbero essere inferiori a quelle degli americani.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dell’ Istituto Affari Internazionali.