Freedom Flotilla, Turchia nel mirino di Israele

    La storia dello Stato ebraico dimostra che l’ impiego della forza militare è stato sempre deciso in piena corrispondenza con gli assunti strategici della Realpolitik israeliana e prestando grande attenzione agli effetti psicologici sugli avversari.

    La gravità di quanto accaduto nelle acque internazionali al largo di Gaza, quindi, non consiste tanto nell’ evidente violazione delle regole del diritto internazionale umanitario (cosa questa per nulla nuova alla prassi israeliana), quanto nel rappresentare una diretta conferma di un disegno strategico di potenza che osservatori attenti, negli ultimi anni, hanno già analizzato e descritto in dettaglio.

    Tanto più vera è questa affermazione in relazione alla situazione di Gaza: già dopo l’attacco del dicembre 2008 abbiamo tentato di spiegare su queste colonne, che quell’offensiva era stata costruita, sul piano politico, diplomatico e militare, secondo un’impostazione strategica autonoma che aveva cioè ben poco a che fare con la semplice reazione punitiva agli attacchi, del tutto inconsistenti sul piano politico-militare, dei razzi di Hamas – come Israele sosteneva.

    Poche ora prima dell’ attacco israeliano, del resto, sono stati pubblicati due impressionanti documenti che dimostrano con dovizia di dati come lo Stato ebraico stia impedendo con ogni strumento la ricostruzione a Gaza, una condotta spiegabile solo con la deliberata volontà di mantenere un focolaio permanente di tensione, idoneo a costituire il pretesto per nuovi interventi armati israeliani qualora la situazione complessiva del teatro mediorientale lo richiedesse.

    Nel caso specifico, come già molti osservatori hanno rilevato, l’ obiettivo politico dell’aggressione alle imbarcazioni civili che recavano aiuti alla popolazione della Striscia di Gaza è la Turchia.

    Gaetano Colonna, nel libro già ricordato, ha ricostruito ad un buon livello di dettaglio, le singolari relazioni fra Israele e la Turchia, che risalgono agli anni della Guerra Fredda e che, negli ultimi decenni, hanno ricevuto un’impressionante accelerazione, al punto tale che, con gli accordi del 1996, la Turchia è di fatto divenuta un vero e proprio partner politico-militare di Israele nella regione, sotto il benevolo sguardo della Nato e degli Usa.

    Solo negli ultimi anni, Israele e Turchia hanno in corso almeno 13 progetti congiunti di natura militare, di cui almeno sette già completati: taluni di essi sono di particolare importanza per la Turchia, come nel caso dell’ammodernamento della sua flotta aerea da combattimento e dei suo carri medi da battaglia, o l’utilizzo di velivoli senza pilota di produzione israeliana, utilissimi nella condotta delle operazioni contro la guerriglia curda.

    Questo speciale rapporto è quello che ha consentito ad Israele di operare in Palestina, in Libano e contro la Siria con una determinazione ed una intensità militare altrimenti impossibili, dato che, dopo la pace con l’Egitto e la distruzione dell’Iraq, la Turchia rappresenta l’ultima residua potenza militare in Medio Oriente in grado di influire a livello strategico sugli equilibri della regione.

    Per quale ragione, dunque, Israele ha deciso di colpire con violenza proprio un’imbarcazione dello stato mediorientale dei cui importanti servigi fino ad ora si è avvalsa – al punto che analisti bene informati hanno spiegato che l’attacco aereo israeliano al presunto reattore nucleare siriano del settembre 2007 ha usufruito dello spazio aereo turco?

    La ragione sta in primo luogo nella incerta natura della situazione interna della Turchia caratterizzata da almeno un decennio da una netta frattura: da una parte, l’ apparato militare, che storicamente incarna il volto laico, nazionalista e filo-occidentale della Turchia post-imperiale, strettamente legato alla Nato, aduso a frequenti e sanguinosi interventi nella politica interna del paese (nel 1960, 1971, 1980, 1997); dall’altra, il movimento islamico, che fin dagli anni Novanta ha assunto un ruolo sempre più importante nel Paese. Con le vittorie elettorali del 2003 e ancor più del 2007, l’AKP (Adalet ve Kalkinma Partisi, Partito della Giustizia e dello Sviluppo) di Erdogan ha consolidato il suo ruolo alla guida del Paese, affermando costantemente la volontà di non radicalizzare lo scontro con l’anima kemalista della nazione.

    Questa situazione interna ha cominciato ad influire pesantemente sui rapporti internazionali della Turchia: la mancata disponibilità delle basi turche, negate agli Usa, nel conflitto iracheno del 2003, prima; le gravi tensioni, sempre con gli Usa, conseguenti al progressivo affermarsi di fatto di uno stato curdo nel nord dell’Iraq e poi all’attacco turco dell’autunno 2007, a seguito delle continue incursioni della guerriglia curda nella stessa critica area. Le ritorsioni delle Camere statunitensi che hanno definito genocidio, cosa mai prima avvenuta, lo sterminio degli Armeni da parte dei Turchi.

    L’ attacco israeliano contro Gaza del dicembre 2008 ha però determinato una sorta di spartiacque, provocando una crescente insofferenza di Recip Erdogan nei confronti della politica israeliana, espressa per la prima volta con inusitata durezza contro il presidente Peres nel corso del summit di Davos del febbraio 2009, quando il premier turco rimproverò pubblicamente ad Israele la proditorietà dell’attacco contro Gaza.

    Non poco deve avere contato nell’incrudirsi dell’atteggiamento turco il fallimento della mediazione fra Siria ed Israele tentata dalla Turchia, a partire dal maggio 2008, sull’annosa questione dell’occupazione israeliana del Golan: la delicatissima trattativa indiretta è stata mandata in pezzi proprio dall’operazione Iron Cast, iniziata a poche ore da un decisivo incontro fra turchi e siriani, obbligando il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu a decretarne pubblicamente la fine il 29 gennaio 2009.

    Nel settembre 2009 il governo israeliano aveva poi respinto la richiesta dello stesso ministro degli esteri turco di entrare nella Striscia di Gaza direttamente da Israele, per incontrare i rappresentanti di Hamas: l’idea che un diplomatico di questo livello si proponesse come mediatore regionale non poteva certo piacere ad Israele, tanto più che l’incontro sarebbe andato ad inserirsi fra una serie di appuntamenti diplomatici in Israele e per ciò stesso avrebbe costituito una parificazione dei ruoli di Hamas e dello Stato ebraico, concetto inaccettabile per quest’ultimo.

    Ankara ha di conseguenza dato a stretto giro una significativa risposta, quando nell’ ottobre del 2009 ha deciso di ritirare l’ invito alle forze israeliane di partecipare all’esercitazione militare multilaterale Anatolian Eagle. A propria volta, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in occasione della visita di José Luis Zapatero in Israele, ha lasciato trapelare alla stampa israeliana la sua opinione sulla Turchia, che egli non considera più capace di essere “un onesto mediatore” nei negoziati tra Israele e Siria.

    Al principio del 2010, si verifica un nuovo grave incidente diplomatico fra Ankara e Tel Aviv: l’umiliante trattamento riservato all’ambasciatore turco in Israele, davanti alle telecamere, da parte del vice-ministro degli Esteri israeliano, Daniel Ayalon, ufficialmente motivato con la trasmissione in Turchia di una serie televisiva giudicata antisemita dagli Israeliani. Il governo israeliano si è poi dovuto scusare, ma intanto l’autorevole Haaretz scriveva:

    “Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha espresso preoccupazione per il deterioramento delle relazioni fra Israele e Turchia. In conversazioni tenute a porte chiuse, ha affermato che negli ultimi due anni «la Turchia sta decisamente e progressivamente spostandosi verso est, verso la Siria e l’Iran», invece che verso occidente, verso l’Europa e gli Stati Uniti. «Questa è una tendenza che preoccupa davvero Israele», si dice abbia detto Netayahu. Fonti del ministero degli Esteri affermano che la decisione da parte di Ayalon di convocare l’ambasciatore turco per una protesta sarebbe stata assunta insieme al ministro degli esteri Avigdor Lieberman”.

    L’ allusione del premier israeliano era sicuramente allo scambio di visite avvenuto fra i massimi rappresentanti politici di Iran e Turchia nell’agosto del 2008, quando il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad si era recato in Turchia, e poi nell’ottobre 2009, quando Erdogan aveva ricambiato, recandosi a Teheran.

    Ankara del resto ha continuato a difendere pubblicamente il diritto dell’Iran al nucleare civile: una posizione legata anche agli interessi economici della Turchia, dal momento che circa un terzo del consumo turco di gas è assicurato dall’Iran e che sono in questione importanti investimenti nel settore degli idrocarburi, ad esempio con una joint-venture turco-iraniana per la costruzione e la gestione di una raffineria nel Nord dell’Iran.

    In questo quadro, ha sicuramente suscitato le più gravi preoccupazioni in Israele l’accordo che la Turchia, insieme al Brasile, hanno messo in opera nel mese di maggio scorso per disinnescare la crisi iraniana: Iran, Turchia e Brasile hanno infatti sottoscritto un protocollo sullo scambio di combustibile nucleare, secondo cui Teheran ha accettato di trasferire 1200 kg di uranio, arricchito al 3,5%, alla Turchia, ricevendo in cambio da questa un totale di 120 kg dello stesso elemento, questa volta arricchito al 20%, idoneo cioè a far funzionare i reattori civili della Repubblica Islamica.

    Questa triangolazione avrebbe potuto rimuovere gli ostacoli che l’anno scorso avevano bloccato l’ultimo negoziato, dal momento che allora l’Iran aveva accettato di far arricchire il proprio uranio all’estero, esigendo però, nel timore di non vedersi più restituito il combustibile, uno scambio diretto sul proprio territorio, cosa che gli era stata rifiutata. Da qui la proposta di passare attraverso un paese terzo, la Turchia appunto, che gode della fiducia dell’Iran.

    È evidente che questa proposta, creando un nuovo e concreto spazio tecnico-diplomatico per risolvere la questione iraniana, deve avere posto Israele in estremo allarme: non solo sarebbe stato possibile in questo modo avviare una soluzione diplomatica del contenzioso con l’Iran, ma tale soluzione, maturata nell’ambito di un accordo diretto fra Paesi del Medio Oriente, avrebbe posto in una situazione assai delicata lo Stato ebraico, detentrici effettiva di un imponente arsenali di armi nucleari.

    Lo Stato ebraico è certo di avere ormai isolato l’ Iran, al punto che la stessa Russia, dietro fortissime pressioni nordamericane e israeliane, comincia a rendersi disponibile per l’accettazione di sanzioni contro l’Iran e ha nel frattempo sospeso sine die l’invio di missili anti-aerei S-300, fondamentali per la difesa iraniana.

    Il profilarsi di un nuovo asse “neutralista” propugnato dalla Turchia, rappresenta per Israele una minaccia gravissima da stroncare sul nascere in quanto mette a repentaglio il complesso lavoro di tessitura politico-militare messa in atto nel corso degli ultimi dieci anni.

    Se si considera infine che, in un recente studio americano sulle soluzioni militari che lo Stato ebraico potrebbe adottare per attaccare l’Iran, il super-esperto Anthony H. Cordesman, spiega che, in caso di utilizzo dell’aviazione, gli aerei israeliani con ogni probabilità dovrebbero sorvolare ancora una volta, come già accaduto nel settembre 2007, lo spazio aereo turco – si comprende bene perché lo Stato ebraico abbia deciso di rivolgere, tenuto conto di tutti questi elementi, un durissimo monito alla Turchia.

    Crediamo quindi che lo scopo dell’attacco alla motonave turca sia stato proprio quello di porre la Turchia con le spalle al muro, obbligandola ad assumere una posizione netta, rispondendo coi fatti alla domanda di fondo di Israele: è ancora la Turchia un alleato affidabile dello Stato ebraico?

    Certo è che se Israele dovesse accorgersi che la Turchia è passata nel campo avversario, dovrebbe rivedere a fondo la propria pianificazione strategica e non si può escludere in partenza che se l’attacco contro l’Iran non è ancora scattato, ciò sia dovuto proprio alle incertezze che lo Stato ebraico potrebbe avere maturato riguardo all’ atteggiamento che, in quella evenienza, potrebbero assumere i Turchi.

    Ma, se è stato relativamente facile per Israele porre aggressivamente la domanda decisiva alla Turchia, crediamo che la particolare situazione interna del suo paese ponga assai maggiori problemi a Erdogan, al suo governo ed al suo partito, qualora realmente la Turchia volesse abbandonare lo speciale rapporto con Israele.

    Infatti, i militari turchi, nel famoso comunicato del 27 aprile 2007, quando era in corso il contenzioso costituzionale per l’elezione del presidente della Repubblica, hanno tenuto a ribadire che si considerano tuttora “parte in causa nel dibattito sulla laicità dello Stato e che il loro ruolo è quello di difensori assoluti del secolarismo (…). Nessuno dovrà dubitare del fatto che se necessario le forze armate mostreranno le loro preferenze e le loro intenzioni in maniera molto chiara”.

    L’ emergere mediatico del cosiddetto caso Ergenekon proprio in corrispondenza con la prima grave crisi nei rapporti israelo-turchi, subito dopo Iron Cast, e di nuovo nel febbraio 2010, dimostra la persistente delicatezza delle connessioni fra politica interna ed estera turca: quell’inchiesta ha portato alla luce l’esistenza di una struttura segreta mista militare-civile che corrisponde assai bene al concetto che i Turchi, fin dagli anni Settanta, definiscono derin devlet, vale a dire lo “stato profondo” – uno stato nello stato, in grado di condizionare, con metodologie ben note agli studiosi della “strategia della tensione” italiana e degli apparati di Stay behind europei, il paese.

    Fra l’ altro, sono venuti alla luce i particolari del piano Bayloz (“martello”) che avrebbe dovuto svilupparsi nel 2003, subito dopo il grande successo elettorale dell’AKP di Erdogan: una operazione rivolta a rovesciare il moderato governo islamista dell’attuale premier attraverso una serie di attentati, tra i quali due diretti contro moschee, l’abbattimento di un jet turco da attribuire alla Grecia o l’attacco al museo dell’Aeronautica a Istanbul, da parte di finti “integralisti islamici”. La provocazione avrebbe aperto la strada all’ennesimo intervento delle forze armate, ovviamente grazie anche ai devastanti effetti per la Turchia sul piano internazionale.

    Sappiamo che le strategie dello “stato profondo” erano molto comuni nei Paesi della Nato, negli anni della Guerra Fredda e probabilmente anche dopo e sappiamo che proprio la Turchia ha svolto e svolge un ruolo fondamentale in ambito Nato, della quale rappresenta da oltre mezzo secolo il bastione più orientale ed uno dei più importanti rispetto alla Russia ed alla complessa situazione del Caucaso e dell’Asia centrale turcofona, dopo la dissoluzione dell’Urss.

    Pertanto l’attacco israeliano, costringendo la Turchia a chiarire la propria posizione rispetto a Israele, solleva anche la questione del ruolo, nell’ambito dell’Alleanza, di una Turchia non più completamente garantita dai militari filo-occidentali, proprio quando sono in corso i lavori preparatori per la ridefinizione ufficiale della strategia della Nato, la cui proclamazione formale è attesa per il prossimo mese di settembre.

    Come ben si vede, nell’attacco alla motonave Mavi Marmara sono stati bene inseriti tutti gli elementi necessari ad ammonire seriamente la Turchia, in primo luogo il governo Erdogan e gli assai influenti ambienti militari, ma la stessa Nato, sulle molteplici implicazioni di una politica turca non più allineata con Israele.

    Se questa, come crediamo, è la ragione vera dell’altrimenti inspiegabile, sanguinoso, attacco israeliano, sorge per noi europei una domanda assai più inquietante: perché Israele ha l’esigenza di censire ora e tanto duramente potenziali alleati o eventuali possibili avversari?

    Come abbiamo più volte ripetuto, riteniamo che Israele abbia deciso di chiudere i conti con l’Iran, ritenendo che la finestra di opportunità che si è aperta a partire dal 2001-2003 non possa durare all’infinito e che sia questo il migliore momento possibile per consolidare in modo definitivo la propria posizione nel Medio Oriente, affermando la propria egemonia completa nell’area ed eliminando l’ultimo avversario in campo, l’Iran.

    Per questo è decisivo per lo Stato ebraico comprendere se la Turchia abbia o meno l’intenzione di sostenere il suo prioritario nemico, perché si avvicina ogni giorno di più il confronto decisivo per l’assetto futuro di tutto il Medio Oriente.

    La stampa italiana non ci ha informato del fatto che domenica 23 maggio scorso lo Stato ebraico ha dato inizio ad un’esercitazione di difesa civile della durata di cinque giorni, conclusasi cioè poche ore prima dell’ attacco alla Freedom Flottilla. Questa esercitazione ha suscitato, in Israele e nei suoi vicini, oltre che presso i Palestinesi, preoccupazioni tali da obbligare il premier israeliano Netanyahu a dichiarare che si trattava di “esercitazioni di routine che sono state pianificate per qualche tempo”. Netanyahu aggiungeva in quell’occasione: “Voglio che sia chiaro che tali esercitazioni non sono conseguenza di alcuna situazione eccezionale sul piano della sicurezza. Al contrario, Israele desidera calma, stabilità e pace”.

    Affermazioni, come sappiamo, smentite coi fatti nel giro di poche ore…

    Alfatau