La Cina si prepara a conquistare il Medio Oriente

Mentre gli Stati Uniti, alle prese con una terribile crisi economica, con le conseguenze di due guerre fallimentari in Iraq e in Afghanistan, e con un panorama internazionale in rapida trasformazione, fanno sempre più fatica ad imporre la loro influenza a livello mondiale, la Cina – il paese più popoloso del mondo, il secondo maggior consumatore di petrolio, ed una delle economie con il più alto tasso di crescita a livello mondiale – sta emergendo prepotentemente non solo come superpotenza economica, ma anche come uno dei principali attori politici nel panorama internazionale dei prossimi anni.

La costante ricerca di materie prime e di risorse energetiche per alimentare la sua sbalorditiva crescita economica, ma anche la ricerca di nuovi mercati per i suoi prodotti, rappresentano due dei principali fattori che contribuiscono a modellare la politica estera di Pechino. La semplice esigenza di soddisfare le proprie necessità economiche sta spingendo la Cina ad espandere la propria influenza in Asia, modificando gli equilibri di potere nel continente. Verso ovest, una delle direttrici principali di questa espansione è costituita dall’ Asia centrale, ma l’ altra regione che inevitabilmente attira l’ attenzione di Pechino a causa delle sue enormi riserve di petrolio e di gas è il Medio Oriente.

Intorno alla metà di maggio ha avuto luogo nella città di Tianjin, in Cina, il quarto Forum di Cooperazione sino-arabo , un evento che pur non avendo attirato grande attenzione rappresenta – soprattutto per i dati che sono stati presentati in questa occasione – un’ ulteriore conferma del crescente impatto non solo economico, ma anche politico, che la Cina avrà sul Medio Oriente nei prossimi anni.

Il primo Forum sino-arabo ebbe luogo nel gennaio del 2004, quando il presidente cinese Hu Jintao visitò la sede della Lega Araba al Cairo. Da allora, questi incontri si sono tenuti con una cadenza biennale. Nel frattempo gli scambi commerciali tra la Cina e i paesi arabi hanno superato i 100 miliardi di dollari (nel 2004 ammontavano a 36,4 miliardi) – un risultato certamente positivo, soprattutto se lo si paragona ad esempio agli esiti poco soddisfacenti della partnership euro-araba.

Ma, al di là del risultato collettivo, a colpire sono i rapporti bilaterali che Pechino ha stretto con alcuni paesi arabi in particolare. Nel 2009 , la Cina è diventata il maggiore importatore di petrolio saudita, superando gli Stati Uniti. L’Arabia Saudita è ormai da anni il primo partner commerciale della Cina in Medio Oriente. Gli scambi commerciali fra i due paesi dovrebbero attestarsi su un valore di 40 miliardi di dollari nel 2010 e raggiungere i 60 miliardi nel 2015. Nel 2009, le esportazioni saudite di petrolio verso la Cina sono raddoppiate rispetto al 2008, superando il milione di barili al giorno, mentre le esportazioni verso gli Stati Uniti sono diminuite di un terzo, attestandosi sui 989.000 barili al giorno.

Un altro paese arabo le cui relazioni con la Cina rappresentano un caso emblematico è l’ Algeria. Il gigante asiatico fu il primo paese non arabo a riconoscere l’indipendenza dell’Algeria nel 1962. Lo stretto legame politico fra i due paesi risale al loro ruolo all’ interno del Movimento dei Paesi Non Allineati. Ma anche il loro rapporto economico appare unico nel panorama della presenza cinese in Africa. Mentre la maggior parte dei paesi africani ha puntato ad attrarre gli investimenti cinesi offrendo in cambio le proprie materie prime a Pechino, la Cina occupa un posto marginale nelle esportazioni energetiche dell’ Algeria, che sono dirette in gran parte verso l’ Europa. L’Algeria, che è uno dei paesi economicamente più forti nel continente africano, rappresenta invece un importante mercato per i prodotti cinesi (le importazioni dalla Cina sono al terzo posto dopo quelle provenienti dalla Francia e dall’Italia). Inoltre le imprese cinesi giocano un ruolo di primo piano nel settore algerino delle infrastrutture (strade, ferrovie, edilizia).

Anche in Egitto, un tradizionale alleato degli Stati Uniti, la penetrazione economica cinese è sempre più marcata. I mesi di gennaio e febbraio hanno visto un aumento del 59% negli scambi commerciali fra i due paesi rispetto allo stesso periodo del 2009. L’Egitto offre soprattutto materie prime a Pechino (in particolare greggio e gas naturale liquefatto) ed importa prodotti finiti. Come accade anche ad altri paesi africani e mediorientali, il valore delle importazioni egiziane dalla Cina eccede di molto quello delle esportazioni. Pechino considera l’Egitto come un’importante porta d’accesso al continente africano.

La Siria è, al pari dell’Algeria, un paese arabo con cui Pechino ha un rapporto storico, risalente ai tempi della Guerra Fredda. Tra la fine degli anni ’80 ed i primi anni ’90, Pechino ha venduto a Damasco soprattutto armi, subentrando alla declinante Unione Sovietica. Negli anni successivi, il desiderio della Cina di apparire come un attore responsabile negli affari internazionali, e di non compromettere le sue relazioni con gli Stati Uniti, ha progressivamente spinto Pechino a diversificare le proprie esportazioni e ad investire in altri settori (anche se le esportazioni di armi hanno continuato a rappresentare un’importante fonte di introiti per i cinesi). Negli ultimi anni, le compagnie petrolifere cinesi hanno contribuito in maniera determinante a modernizzare il settore energetico siriano.

Il volume complessivo degli scambi tra Pechino e Damasco rimane tuttavia limitato rispetto ai rapporti commerciali che la Cina ha con altri paesi della regione mediorientale. Inoltre, anche nel caso siriano l’ invasione dei prodotti cinesi ha di gran lunga sopravanzato le esportazioni siriane verso la Cina, suscitando in alcuni casi risentimenti e malumori.

Infine, uno dei principali partner di Pechino in Medio Oriente è un paese non arabo, con il quale molti paesi arabi non sono in buoni rapporti: l’ Iran. Questo paese è il terzo esportatore di petrolio verso la Cina, dopo Arabia Saudita e Angola. Inoltre Pechino ha progressivamente investito nello sviluppo del settore energetico iraniano, andando a colmare il vuoto lasciato dalle compagnie occidentali a seguito delle crescenti tensioni con l’ Occidente. Si ritiene che gli investimenti cinesi nel settore energetico iraniano superino i 100 miliardi di dollari su un periodo di 25 anni.

I paesi sopra citati sono solo i casi più emblematici di una penetrazione commerciale che è impressionante sia nel Nord Africa che in Medio Oriente. Tale penetrazione, nata dalla necessità di Pechino di assicurarsi un flusso costante di approvvigionamenti energetici, è alimentata dalla necessità di trovare nuovi mercati per i prodotti e gli investimenti cinesi.

Nel corso della Guerra Fredda, l’ influenza cinese in Medio Oriente era stata marginale. Dopo il crollo dell’ Unione Sovietica, la scelta americana di eleggere l’estremismo islamico a nuova minaccia mondiale ha permesso alla Cina di avviare indisturbata una sbalorditiva crescita economica, rimanendo lontana dai riflettori dell’attenzione mondiale, anche grazie all’adozione di un basso profilo dal punto di vista politico.

Per i paesi mediorientali la Cina rappresenta una valida alternativa al modello di sviluppo promosso dagli Stati Uniti e dalle ex potenze coloniali europee. La Cina non ha un passato coloniale nella regione, e dunque la sua penetrazione economica desta minori sospetti in questi paesi.

Fino a questo momento, Pechino non ha mai cercato di giocare un ruolo politico di primo piano in Medio Oriente. Le sue scelte politiche sono sempre state dettate soprattutto dai suoi interessi economici, ed allo stesso tempo dal desiderio di non entrare in aperta contrapposizione con la superpotenza statunitense.

Molti osservatori tuttavia ritengono che il declino di Washington in Medio Oriente, ed i crescenti interessi economici ed energetici che stanno legando la Cina alla regione, obbligheranno ben presto Pechino a giocare un ruolo politico più incisivo nei numerosi conflitti mediorientali.

Ad esempio, allo scopo di garantire la propria sicurezza energetica la Cina ha stretto legami con due paesi dotati di enormi riserve di petrolio e di gas, come l’Iran e l’Arabia Saudita, i quali sono però in competizione tra loro e si trovano su fronti contrapposti nella crisi internazionale legata al programma nucleare iraniano. Finora Pechino si è sempre rifiutata di esprimersi a favore dell’adozione di una linea dura nei confronti di Teheran, ed anche se recentemente si è detta favorevole all’ imposizione di ulteriori sanzioni contro il regime iraniano, lo ha fatto solo dopo essersi assicurata che tali sanzioni fossero sufficientemente blande e non andassero a ledere i suoi interessi economici nel paese.

Tuttavia il rapporto che la Cina ha con Riyadh non è meno importante del suo rapporto con Teheran. L’ Arabia Saudita, comprendendo che gli equilibri economici e finanziari mondiali si stanno spostando verso l’ Asia, pur senza rinunciare alla protezione statunitense, sta cercando partner alternativi e si sta posizionando come principale fornitore di giganti emergenti come Cina e India. Pechino è intenzionata a rinsaldare ulteriormente i propri rapporti con l’ Arabia Saudita nei prossimi anni. Malgrado ciò, fino a questo momento, i responsabili cinesi non hanno dato ascolto alle insistenze saudite volte a spingerli ad adottare una linea più severa con l’ Iran. Ma un ulteriore aggravarsi della crisi nucleare iraniana, ed un inasprirsi dei rapporti fra Riyadh e Teheran, potrebbe porre Pechino di fronte a scelte difficili.

La Cina ambisce inoltre a firmare un accordo di libero scambio con i paesi arabi che compongono il Gulf Cooperation Council (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait e Oman). Anche quest’ ambizione deve però fare i conti con le tensioni esistenti fra questi paesi e Teheran, i cui legami economici con Pechino stanno diventando – come abbiamo già visto – sempre più strategici (fra l’altro, non bisogna dimenticare la possibilità che l’Iran passi dallo status di osservatore a quello di membro a pieno titolo all’interno della Shanghai Cooperation Organization, di cui la Cina è uno dei principali promotori). Le ambizioni di Pechino nel Golfo dovranno infine confrontarsi con la tradizionale egemonia che gli Stati Uniti hanno esercitato sulle relazioni diplomatiche dei paesi arabi che vi si affacciano.

La Cina dovrà poi misurarsi con altre questioni politiche considerate centrali dai paesi arabi, prima fra tutte il conflitto arabo-israeliano. Tradizionalmente Pechino ha sempre sostenuto le posizioni arabe riguardo alla questione palestinese, pur avendo fatto raramente uso del suo diritto di veto all’ interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Inoltre, con il passare degli anni la Cina si è spostata su posizioni più pragmatiche. Al recente Forum di Cooperazione sino-arabo, i cinesi hanno sconcertato le delegazioni arabe rifiutandosi di firmare una dichiarazione in cui si citava Gerusalemme Est come capitale del futuro stato palestinese – dimostrando ancora una volta quanto Pechino sia riluttante a schierarsi apertamente in questioni politiche non direttamente legate ai suoi interessi economici, e che per altro verso potrebbero esporla ad una contrapposizione diretta con gli Stati Uniti o con i loro alleati.

D’ altra parte, la storia del rapporto di Pechino con Israele non è meno enigmatica. Tra la fine degli anni ’80 e la fine degli anni ’90, gli israeliani fornirono ai cinesi tecnologie militari avanzate, di provenienza statunitense, facendo infuriare l’ alleato americano. Negli anni, Israele è diventata il secondo fornitore della Cina in fatto di armamenti (preceduta solo dalla Russia), contribuendo in maniera determinante alla modernizzazione della macchina bellica di Pechino.

I rapporti sino-israeliani tuttavia si sono progressivamente deteriorati a seguito del rafforzamento dei legami cinesi con la Siria e l’I ran, nemici di Israele. Verso la fine del 2006, Tel Aviv non accolse favorevolmente neanche la decisione di Pechino di rafforzare il proprio contingente all’interno dell’UNIFIL – la forza di peacekeeping delle Nazioni Unite in Libano – portandolo a 1.000 unità (si trattò di una decisione senza precedenti per la Cina, di solito sempre restia a prendere parte alle missioni ONU, per non interferire negli affari interni di altri paesi). Praticamente nello stesso periodo, alcuni deputati israeliani si recarono a Taiwan, provocando a loro volta le ire di Pechino.

Tuttavia, di recente in Israele vi è chi ha sottolineato l’ importanza di avere buoni rapporti con la Cina, ricordando l’ influenza che essa esercita sull’ Iran da un lato e sul mondo arabo dall’altro – un’ influenza in alcuni casi superiore a quella degli Stati Uniti, e che potrebbe avere in futuro un ruolo determinante nel definire gli esiti del conflitto arabo-israeliano.

In conclusione, da più parti ci si rende ormai conto che nei prossimi anni la Cina potrebbe cambiare gli equilibri politici in Medio Oriente, diventando un protagonista di pari livello – se non addirittura più importante – degli Stati Uniti. Gli stessi interessi energetici ed economici della Cina la spingono inevitabilmente in questa direzione. L’ unico interrogativo che attende ancora una risposta è quando Pechino deciderà di giocare effettivamente quel ruolo politico che il suo peso economico e demografico già oggi le consentirebbero in linea di principio di avere.

Medarabnews