Balcani ancora lontani dall’ integrazione nell’ UE dopo la conferenza di Sarajevo

Nessuno mette in dubbio il destino europeo dei Balcani. La decisione di “sostenere senza esitazioni la prospettiva europea dei paesi dei Balcani occidentali” che i leader dell’ Ue presero a Salonicco nel 2003 è stata riconfermata più volte, senza che si muovessero, almeno aperta-mente, critiche o obiezioni. Da dove nasce allora la necessità di ribadire di nuovo questa scelta, dopo che miliardi di euro sono stati investiti dall’ Unione nella regione in aiuti economici e programmi di riforma, e ben cinque dei sette paesi dei Balcani occidentali (contando anche il Kosovo) hanno presentato domanda di adesione? Eppure è proprio questo il messaggio principale emerso dalla riunione organizzata il 2 giugno a Sarajevo dalla Presidenza spagnola e co-sponsorizzata dall’Italia, a cui hanno partecipato tutti i paesi Ue, oltre a Stati Uniti, Russia, Turchia, e le principali organizzazioni internazionali impegnate nella regione.

Un segnale in controtendenza

L’iniziativa si è svolta a dieci anni dal vertice di Zagabria in cui fu lanciato il processo di sta-bilizzazione e associazione. Inizialmente l’obiettivo ambizioso era anzi quello di tenere un nuovo vertice di capi di Stato. Poi, a causa dei problemi legati alla situazione regionale (fra cui le divergenze tra Serbia e Kosovo sullo status di quest’ultimo) e complici i contrasti tra Commissione e Presidenza dell’Ue sull’applicazione del trattato di Lisbona, si è optato per una “riunione di alto livello”. A un certo punto si è anche rischiato un ulteriore declassamento della riunione, ma alla fine la maggior parte dei paesi ha inviato il proprio ministro degli esteri o un vice. Il che è stato di per sé un successo. Come pure, grazie a un artificio diplomatico, la presenza di Serbia e Kosovo allo stesso tavolo.

Per tornare alle domande iniziali, c’ erano e ci sono effettivamente ottime ragioni per ribadire l’impegno a portare i Balcani in Europa. La contingenza non è favorevole: l’allargamento dell’ Unione non è popolare presso gli elettorati del continente. La cosiddetta “enlargement fatigue”, già emersa dopo l’ ingresso di dieci nuovi membri nel 2005, si fa sentire ancora di più in questi tempi di crisi economica. La crisi della Grecia e poi quella, conseguente, dell’ euro, e i piani di austerità varati da molti governi nelle ultime settimane, obbligano i paesi dell’ Unione a rivedere anche gli impegni internazionali. Vista in quest’ ottica, la riunione di Sarajevo appare quindi come un passo coraggioso e persino in controtendenza.

Progressi incoraggianti

Positivo è anche il tempismo, come le dichiarazioni dei ministri a Sarajevo non hanno mancato di sottolineare. Andavano incoraggiate le tendenze degli ultimi sei mesi, che hanno visto incrementare i segnali positivi tra i leader della regione: la diplomazia di riconciliazione avviata dal nuovo presidente croato Ivo Josipovic; il mea culpa su Srebrenica approvato dal parlamento serbo; il riavvicinamento tra Bosnia e Serbia operato dalla Turchia; e, pochi giorni fa, una dichiarazione quadripartita – firmata dai capi di stato di Bosnia, Croazia, Montenegro e Serbia – per una riconciliazione e soluzione delle divergenze tramite il dialogo.

Certo, le dichiarazioni dell’incontro di Sarajevo possono essere criticate per la loro vaghezza, soprattutto pensando ai problemi enormi che la regione deve ancora risolvere, soprattutto agli ostacoli che ancora si frappongono all’affermazione dello stato di diritto. “L’integrazione dei Balcani occidentali nella famiglia europea – ha dichiarato la responsabile della diplomazia europea, Catherine Ashton – resta una delle ultime sfide nella costruzione di un’Europa demo-cratica e unita”. “Impegno e responsabilità sono le parole che riassumono la riunione di oggi” ha aggiunto il ministro degli Esteri spagnolo Miguel Àngel Moratinos: “impegno di tutti i par-tner per una piena riconciliazione, e responsabilità nel raggiungere gli obiettivi”. “Gli europei non devono temere la libera circolazione dei cittadini dei Balcani”, gli ha fatto eco Franco Frattini, che spinge per concedere l’abolizione dei visti per Bosnia e Albania. Secondo il nostro ministro degli Esteri, “l’allargamento dell’Unione è un dovere politico e morale”. Quasi tutti i leader si sono espressi in termini positivi sull’obiettivo finale: la piena integrazione dei Balcani. Ma, in verità, pochi hanno fornito dettagli su come raggiungere tale risultato.

Un’ incertezza deleteria

Quest’ incertezza sul percorso di integrazione nell’Ue, al di là degli obiettivi burocratici pre-stabiliti, è di per sé un problema. Una prospettiva così indefinita e di lungo periodo rischia di offrire incentivi troppo deboli per convincere le classi dirigenti dei paesi interessati ad attuare affrontare riforme impegnative e spesso impopolari. Occorrerebbe qualcosa di più concreto e preciso per incoraggiarle a combattere la corruzione, rafforzare le istituzioni e collaborare tra loro. La recente strategia dell’Unione per la liberalizzazione dei visti, che impegna tutti i paesi della regione a soddisfare una serie di condizioni finalizzate a un obiettivo ben preciso, offre un esempio di come la definizione di chiare scadenze e condizioni possa facilitare il processo di integrazione.

In uno studio pubblicato qualche settimana fa, lo European Council on Foreign Relations suggerisce di utilizzare gli strumenti di adesione ben collaudati dall’Unione per creare un processo “ intensificato” che accompagni i paesi dei Balcani lungo una serie di obiettivi chiari e correlati a precisi incentivi. “Il processo di adesione” indica lo studio, “non può essere acce-lerato, ma può essere intensificato”. Questo richiederebbe che la Commissione europea chiari-sca meglio gli obiettivi e metta in maggiore evidenza gli incentivi. Lo studio suggerisce inoltre che tutti i paesi, Kosovo compreso, ricevano già il questionario Ue, come se avessero richiesto l’adesione. Questo permetterebbe ai leader della regione di identificare da subito le carenze a cui devono porre rimedio e le riforme necessarie per l’adesione.

Una tale intensificazione del processo di adesione sarebbe d’aiuto anche per la Bosnia e il Ko-sovo, che sono indubbiamente i casi più intricati, poiché, al contrario di quanto accade nel re-sto della regione, il processo di riconciliazione vi ha continuato a segnare il passo. In Bosnia, le tensioni politiche legate al passato conflitto sono lungi dall’attenuarsi: in vista delle elezioni del 3 ottobre, si assiste anzi a un’intensificarsi della retorica etno-nazionalista. Mentre in Kosovo, i recenti disordini nella città di Mitrovica hanno confermato che le tensioni etniche sono ben lungi dall’essere sopite.

Una politica dell’Ue più chiara e legata a precisi incentivi favorirebbe un approccio più unitario da parte della comunità internazionale, che troppo spesso fa più fatica ad accordarsi sulla politica della carota che su quella del bastone.

Andrea Cellino – AffarInternazionali.it