Disastro chimico di Bhopal 1984, 8 manager condannati a soli due anni

8 manager della Union Carbide, tutti indiani, ritenuti responsabili di ”negligenza” per il disastro di Bhopal e condannati a 2 anni di reclusione. E’ quanto dichiarato da Mohan P. Tiwari, magistrato della capitale dello stato del Madhya Pradesh, il quale ha sottolineato come finalmente i responsabili del peggiore disastro industriale della storia abbiano un volto… e dei nomi: Keshub Mahindra, chairman della sede indiana della Union Carbide; VP Gokhale, managing director; Kishore Kamdar, vicepresidente; J Mukund, responsabile lavori; SP Chowdhury, responsabile produzione; KV Shetty, sovrintendente di stabilimento; SI Qureshi, assistente di produzione (l’ottava persona è ormai deceduta).

Sebbene siano occorsi 26 anni prima di giungere all’individuazione e alla condanna delle persone fisiche resoponsabili (non dimentichiamo che la Union Carbide è già stata giudicata nel passato), quello di oggi rappresenta un nuovo successo, in quanto ha stabilito inequivocabilmente i soggetti colpevoli della tragedia. Diversamente dalle notizie diffuse dalle ‘distratte’ agenzie di stampa italiane, stando ai media indiani e alla BBC la condanna non è stata estesa all’allora amministratore delegato della Union Carbide, Warren Anderson, il quale continua a vivere nell’agio in Florida prolungando di anno in anno la sua quasi trentennale contumacia dai tribunali indinai. Quindi niente condanna per Anderson, la cui estradizione dagli Usa sembra ormai un traguardo improbabile!

La sentenza della Madhya Pradesh High Court è maturata al termine di un estenuante lavoro di analisi documentale, basato su 3000 e più fascicoli, e ovviamente sulle testimonianze di 178 persone informate sui fatti.

Vista la gravità dell’episodio, ritengo sia opportuno ripercorrere brevemente la storia, attingendo dalle notizie raccolte direttamente a Bhopal nel 2009, nel corso del mio reportage: …in questo luogo, la notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984 si consumò il più grave disastro chimico della storia, provocato da una perdita di 40 tonnellate di Isocinato di Metile (Mic), sostanza altamente tossica usata per la produzione del Sevin, pesticida agricolo, nello stabilimento della Union Carbide. Quella notte, a proiettarsi sul cielo della città fu un potente getto di gas mortale, uscito da un camino dell’impianto lasciato in una condizione di incuria, perché non più produttivo. Spinta dal vento, la nube tossica si diresse verso il centro della città cogliendo gli abitanti nel sonno, a cominciare dalle abitazioni degli operai, ammassate oltre il cancello di ingresso. “Il gas era talmente potente da uccidere sul posto 8000 persone – spiega Sathyu, uno dei volontari dell’associazione per la tutela delle vittime, Sambhavna Trust –, poi avanzando la nube mutò la composizione e divenne meno letale, se pur ancora mortale, così altre 20, forse 30.000 persone morirono nei giorni, settimane e mesi successivi (secondo i dati ufficiali quella notte morirono 1754 persone). Oltre a mezzo milione di intossicati”.

Si cercò immediatamente di comprendere le cause, per attribuire le responsabilità. “A provocare l’incidente fu un sabotaggio”, si legge nella mezza pagina dedicata alla vicenda nel sito della statunitense Union Carbide. Poi ancora “fu una terribile tragedia, che continua ad evocare grande emozione. La Union Carbide ha lavorato diligentemente per predisporre immediato e continuo aiuto alle vittime, soddisfacendo tutte le richieste e ottenendo l’approvazione della Corte Suprema dell’India”. Rispetto ai 3 miliardi e 300 milioni di dollari chiesti come risarcimento, la multinazionale statunitense spuntò un accordo nel 1989 per 470 milioni, che dopo la parcella degli avvocati (un terzo del totale) e i bocconi dei politici, si concretizzarono in un risarcimento di 300 dollari a persona, nemmeno sufficienti a coprire le spese mediche vive.

Emanuele Confortin