Esteri, la Russia e la questione iraniana

Il 27 maggio scorso il presidente iraniano Ahmadinejad ha rotto gli indugi ed ha finalmente chiesto alla Russia “se il popolo iraniano può considerare la Russia un Paese amico ovvero qualcosa d’ altro”; egli ha aggiunto, visto l’atteggiamento ambiguo tenuto dal governo russo da anni sulla questione del nucleare iraniano, che gli riesce sempre più difficile, nei suoi discorsi, convincere il suo popolo della reale amicizia della Russia.

Mosca ha reagito in maniera stizzita, attraverso un oscuro funzionario del ministero degli esteri, parlando di “discorsi demagogici” che non risolvono le questioni in corso ed ha affermato che “la Russia non è né filoamericana né filoiraniana, bensì persegue i suoi interessi di lungo periodo”. Medvedev, Putin e Lavrov non hanno ufficialmente replicato.

Quali poi siano gli interessi di lungo periodo della Russia, il funzionario non l’ha specificato.

Le inquietudini di Ahmadinejad verso la Russia non sono di oggi; già nell’ottobre scorso il governo iraniano si era rifiutato di acconsentire alla consegna di tutto il suo uranio grezzo (circa 1450 chilogrammi, quello noto) a Russia e Francia per farlo arricchire, in quantità scadenzate nel tempo, al 20% onde potesse essere usato nei suoi reattori sperimentali. Già il fatto che nel processo di arricchimento fosse coinvolta la Francia di Nicolas Sarkozy (considerata un Paese ostile ed in mala fede verso l’Iran) aveva insospettito il governo iraniano; ma la stessa garanzia della Russia a sostituirsi alla Francia, in caso di “furbizie” vòlte a non mantenere gli impegni, non era parsa sufficiente.

Il fatto è che gli iraniani non si fidano completamente della Russia, e non hanno tutti i torti.

In primo luogo sono stati i russi (a parole amici di Teheran) a consentire nel 2007 che la pratica dell’arricchimento dell’uranio iraniano venisse portata dalla sua sede naturale, cioè l’AIEA, organismo tecnico che deve controllare il rispetto dei trattati sulla non proliferazione nucleare, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, organismo politico pesantemente condizionato dagli USA, nemici giurati del Paese asiatico. Non bastando ciò, Mosca ha avallato (pur frenando) la politica sanzionatoria voluta dagli USA e da Israele contro gli interessi commerciali iraniani all’estero; anche recentemente Medvedev ha dichiarato che ulteriori sanzioni contro l’Iran sono “possibili”.

Vi sono poi i nodi delle forniture di missili (antiaerei e adatti all’intercettazione di missili da crociera) S300 e del completamento della centrale elettro-nucleare di Busher sul golfo Persico. Sia i missili che la centrale di Busher sono stati promessi (dietro pagamento, s’intende) ormai da anni dalla Russia all’Iran ma, per un motivo o per l’altro, ancora la Russia non si decide ad onorare i suoi impegni.

I missili S300, che dovevano essere installati da tempo, sono stati stoppati dopo una minacciosa visita di Netanyaou in Russia nel novembre scorso, mentre il completamento della centrale di Busher, che dovrebbe (dopo infiniti rinvii) essere operativa ad agosto di quest’anno, sembra ancora rinviato sine die.

In particolare, il fatto che la Russia neghi il diritto all’ Iran non di offendere, ma addirittura di difendersi da un devastante attacco aereo minacciato apertamente dagli americani e dagli israeliani, come consentirebbe il possesso degli S300, è particolarmente difficile da accettare dal governo di Teheran.

Per questo motivo Ahmadinejad ha rotto gli indugi ed ha chiesto alla Russia da che parte intende stare, ma lo ha fatto quando la situazione internazionale è mutata nettamente a suo favore.

Per molto tempo, infatti, Ahmadinejad, pur masticando amaro, ha cercato una sponda nella Russia, sentendosi isolato e cercando un “patronage” nel potente vicino, occasione che Mosca si è lasciata sfuggire poiché essa, evidentemente, non ritiene di essere all’altezza quale erede del potente impero sovietico e non intende quindo creare un suo “blocco” di alleanze; in altre parole, non vuole inimicarsi più di tanto gli USA, accontentandosi di aver bloccato (per ora) l’espansione della NATO in Ucraina e in Georgia.

Tutto però è cominciato a cambiare quando si è avviato l’ avvicinamento della Turchia all’ asse Iran-Siria, dopo lo spaventoso “pogrom” perpetrato dal governo Olmert ai danni della popolazione di Gaza tra il 2008 e il 2009, definito dal premier turco Recep Erdogan esplicitamente come “crimine contro l’umanità”.

La situazione è ulteriormente migliorata quando in maggio, spiazzando tutti (nemici e finti amici), l’Iran ha annunciato un accordo, per l’arricchimento dell’uranio, con Brasile e Turchia che è una fotocopia di quello che aveva rifiutato nei riguardi della Francia e della Russia. Malgrado, infatti, gli USA si siano affrettati a dire che per loro non cambia nulla e che la politica delle sanzioni andrà avanti, sarà difficile per loro spiegare, in sede di Consiglio di Sicurezza, perché un accordo che andava bene quando coinvolgeva Francia e Russia, non sia più accettabile quando coinvolge Brasile e Turchia, Paesi democratici e non pregiudizialmente ostili a Washington e Israele, tanto che uno di essi (la Turchia) è membro della NATO.

Quale sarà, in particolare, l’atteggiamento dell’ambigua Russia di fronte al nuovo accordo trilaterale sul nucleare iraniano?

Il vile assalto in mare aperto (con relativo assassinio di 9 attivisti della pace turchi), operato dai commandos israeliani il 31 maggio scorso ai danni delle navi che portavano aiuti umanitari a Gaza, ha dato poi un ulteriore impulso all’intesa tra Turchia, Iran e Siria; il presidente della Repubblica turca, Abdullah Gul, ha infatti dichiarato che i rapporti tra Turchia e Israele (prima strettissimi) non saranno mai più gli stessi e che Israele dovrà pentirsi amaramente di quanto perpetrato.

Ora Ahmadinejad si ritrova fuori dall’isolamento, sta convincendo la Turchia (paese al 90% musulmano) che il suo futuro è nell’Islam, non in un’improbabile adesione ad un’Europa che non ama i turchi e che non è amata dalla maggioranza dei turchi; per contro la Turchia, paese laico, poco condizionato dall’integralismo, potrà influenzare positivamente il governo islamico del suo vicino iraniano, subordinando la “entente cordiale” tra i due Paesi ad una maggiore moderazione nei rapporti internazionali.

Sicuramente, come affermano molti commentatori mediorientali non al soldo degli USA, si sta creando una nuova leadership turco-iraniana che farà da riferimento, per il futuro, alle masse islamiche, dal Marocco all’Indonesia, ansiose di un Risorgimento, dopo secoli di umiliazioni subite prima da parte del colonialismo, poi dell’imperialismo israelo-americano.

Gian Carlo Caprino