Siria, emergenza siccità: oltre un milione di persone costrette ad emigrare

Damasco

La siccità nel nord e nord-est della Siria ha costretto circa 300mila famiglie a lasciare le aree rurali ed immigrare ad Aleppo, Damasco e Deirez Zour in cerca di un lavoro provocando uno dei più massicci esodi avvenuti nel Vicino Oriente negli ultimi anni.

Il settore agricolo che impiegava il 40% della manodopera e contribuiva al 25% del Pil è stato duramente colpito. In alcuni villaggi più del 50% degli abitanti si sono spostati nelle aree urbane vicine.

«I contadini la cui economia si basa esclusivamente sui raccolti stanno vivendo una situazione molto difficile. Non hanno fonti di sostentamento alternative e non hanno altra scelta che quella di lasciare le campagne», riferisce all’agenzia di stampa Irin, Abdulla bin Yehia, un funzionario dell’Organizzazione dell’Agricoltura delle Nazioni Unite (Fao).

Gli allevatori hanno visto il prezzo dei mangimi crescere del 75% e questo ha portato, secondo la Fao alla morte dell’80% dei greggi dei piccoli e medi allevatori.

Più di 1 milione di persone che vivevano appena al di sopra alla soglia di povertà sono state colpite dalla siccità. Vetusti e inefficienti sistemi di irrigazione hanno ulteriormente peggiorato la situazione, afferma l’esperto.

Il problema della carenza d’acqua in Siria si è aggravato anno dopo anno a partire dal 2006. Le regione del nord-est come Hasakeh e Qameshleh sono state le prime ad essere colpite dalla scarsa piovosità. Da allora, i contadini e allevatori del sud e del sud-est sono quelli più danneggiati dalla carenza di piogge.

Nel mese di febbraio, il Programma Alimentare Mondiale (WFP) e il governo siriano hanno realizzato corsi di formazione e distribuzione di razioni alimentari.

In occasione di uno degli incontri, l’esecutivo siriano per la prima volta ha ufficializzato l’emergenza dichiarando i dati sulla situazione nell’est del paese: almeno 60.000 famiglie di allevatori con 100 o meno capi di bestiame hanno perso metà dei loro greggi e l’80% di queste famiglie vive al di sotto della soglia di povertà.

Sono state pianificate una serie di iniziative per ridurre gli effetti che la siccità sta imponendo sulle comunitù rurali, fra queste anche programmi che coinvolgono l’Istituto siriano dell’acqua potabile, la Fao e l’«Agenzia svizzera di cooperazione allo sviluppo» (Sdc) che hanno concordato di terminare un progetto da 40 milioni di dollari per fornire acqua potabile a 130.000 persone che vivono nella regione di Hasakeh entro la fine dell’anno.

Il problema principale nel dare assistenza ai produttori rimane la carenza di risorse finanziarie. Nonostante la comunità internazionale abbia impegnato 48 milioni di dollari per finanziare il Piano nazionale siriano contro la siccità, alla fine di gennaio solo una piccola parte dei fondi promessi erano realmente arrivati.

Gli esperti siriani intanto premono per misure che tengano finalmente conto della forte crescita demografica (29 milioni di abitanti nel 2009), dei processi di urbanizzazione, della crescita delle attività economiche hanno contribuito, insieme ai cambiamenti climatici e alla cattiva gestione, all’attuale crisi idrica. Anche perché, in confronto ad altre aree del Vicino Oriente, la Siria dovrebbe avere problemi idrici meno gravi. Secondo il Rapporto sullo Sviluppo Umano dell’Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) del 2009, la Siria è al 13 posto su 20 paesi della regione per quanto riguarda le precipitazioni pro-capita e al 9 su 18 per il consumo annuale pro-capita d’acqua con 300 metri cubi. «La Siria e’ un paese relativamente ricco in termini di risorse idriche ma si è assistito ad un notevole deterioramento in termini di consumo individuale», sostiene Francesca De Chatel esperta del settore che vive a Damasco e autrice del libro «Water Sheikhs and Dam Builders: Stories of water and people in the Middle East». Il problema è anche dovuto all’uso dell’acqua in agricoltura.«L’irrigazione a pioggia consuma il 30-40% d’acqua in più di quella a goccia», aggiunge De Chatel.

Il massiccio inurbamento delle popolazioni provenienti dalle regioni rurali colpite dalla siccità sta mettendo a dura prova la fornitura d’acqua nelle città. Il bacino acquifero di Damasco è un sistema chiuso le cui risorse sono state esaurite. Secondo le autorità locali l’acquedotto ha una perdita pari al 60% e i nuovi immigrati, che vivono nellle periferie, sono costretti ad acquistare l’acqua da rivenditori privati a prezzi altissimi.

«L’origine del problema sta nella mancanza di strategia e nella cattiva gestione», conclude De Chatel, «la pressione sul bacino acquifero di Damasco poteva essere ridotto creando il distretto industriale nella zona costiera ed evitando di concentrarla nell’area della capitale. Manca una visione a medio-lungo termine e ora, a pagare, e’ la popolazione».

Monica Bartolini – Nena-News.com