Zapatero lascia un magro bilancio dopo la presidenza spagnola dell’ UE

È stato un semestre cruciale per la vita politica continentale quello che sta volgendo al termine sotto la presidenza spagnola dell’Ue: il complesso esordio del Trattato di Lisbona, con le nuove figure del Presidente permanente del Consiglio e dell’Alto Rappresentante/Vicepresidente della Commissione; l’annunciato avvio della Strategia 2020, sulle riforme economiche e sociali dell’Ue; il tracollo finanziario della Grecia che ha colpito le borse e i bilanci pubblici europei, mettendo in dubbio il futuro stesso della moneta unica. Il primo luglio il premier spagnolo Zapatero passerà le consegne della presidenza di turno al primo ministro belga appena eletto, ma con un bilancio al di sotto sia delle ambizioni che delle aspettative.

Debolezza strutturale

Il governo spagnolo voleva sfruttare la presidenza di turno sia per dare un po’ di fiato a un’economia nazionale che a gennaio offriva qualche timidissimo segnale di ripresa, sia per caratterizzare in senso sociale l’avvio dell’Ue fuori dalla crisi. Il suo programma puntava sull’estensione dei diritti sociali e civili come spina dorsale della Strategia 2020 dell’Ue, per “aprire una nuova era per l’Europa e sfruttare la posizione della Spagna per rafforzare i legami economici e culturali dell’Ue con l’America Latina e il Marocco.

Si è trattato di un approccio volontarista che non ha tardato ad infrangersi contro la dura realtà dei fatti. I dati economici della Spagna non sono migliorati (disoccupazione al 20%, deficit a +11,4%), e indicano che il paese iberico è sempre più il vero malato dell’area euro. Così la Spagna si è ritrovata praticamente commissariata dall’Eurogruppo (i ministri delle Finanze della zona euro): il Fondo di riscatto di 750 miliardi di euro rappresenta una garanzia per la sostenibilità del bilancio nazionale. In cambio, Zapatero ha dovuto adottare un programma di tagli draconiano, secondo per intensità solo a quello greco e accelerare il processo di fusione tra le indebitatissime casse di risparmio spagnole. Ciononostante il premio di rischio per i titoli del debito pubblico spagnolo ha toccato a fine maggio il suo massimo storico.

La fragilità spagnola si è riflettuta anche sullo scenario europeo, condizionandolo parzialmente: la presidenza di turno è rimasta al margine di molte decisioni importanti, che sono state discusse tra Berlino e Francoforte e – nelle occasioni migliori – concordate con la Commissione e il presidente stabile Van Rompuy; il negoziato con gli stati sul Servizio europeo di azione esterna è invece stato condotto prevalentemente da Catherine Ashton e dal Parlamento europeo, con uno scarso ruolo spagnolo.

Politica estera mutilata

La presidenza Zapatero è stata la prima a sperimentare la “coabitazione” con il nuovo presidente permanente dell’Ue: secondo il galateo costituzionale quest’ultimo presiede tutti i vertici, tranne quelli che si svolgono nel paese del presidente di turno. La Spagna prevedeva di organizzare circa 350 incontri a alto livello, a cui sarebbero stati invitati anche i membri del governo della Turchia, in omaggio all’impegno spagnolo per un più rapido ingresso di questo paese nell’Ue; un’azione che, come era prevedibile, non ha minimamente scalfito la freddezza franco-tedesca sul tema. Tra le riunioni in programma, risaltavano quelle con Stati Uniti, America Latina, Unione per il Mediterraneo e Marocco, ma anche in questo ambito le cose non sono andate come previsto.

L’atteggiamento di Barack Obama nei confronti dell’Ue riflette le difficoltà dell’equilibrio di poteri post-Lisbona, enfatizzate dalla crisi economica: quando ha voluto parlare con l’Europa, il presidente americano ha telefonato ad Angela Merkel, mentre a Washington ha incontrato Van Rompuy prevalentemente per discutere di energia nucleare. Obama ha invece deciso di annullare la conferenza Ue-Usa già stabilita per fine maggio a Madrid, e ha chiamato Zapatero solo alla vigilia della presentazione al Parlamento spagnolo di un ingente piano di risanamento economico per incoraggiarlo a perseverare nelle riforme.

Stessa sorte ha subito il vertice dell’Unione per il Mediterraneo (UpM) programmato per inizio giugno. Erede del Partenariato euro-mediterraneo e nata per iniziativa francese, l’UpM è sempre stata tenuta in grande considerazione dalla diplomazia spagnola, che ne ha anche ottenuto la sede ufficiale (Barcellona). Il negoziato al suo interno si è però interrotto per opera dei paesi arabi a partire dall’occupazione di Gaza da parte di Israele, nel dicembre 2008, e oggi ristagna con scarsissime prospettive di ripresa, almeno nel breve termine (vedi articolo).

I vertici con Marocco (7 marzo) e America Latina e Caraibi (15-19 maggio) si sono invece svolti regolarmente, ma con risultati scarsi. L’unico apprezzabile effetto del vertice con il Marocco è stato l’impegno assunto da quest’ultimo per l’autonomia della zona del Sahara occidentale; il secondo vertice è stato invece viziato dalle polemiche per l’annunciato taglio di 600 milioni alla cooperazione spagnola, che venivano largamente destinati al Sudamerica. L’obiettivo di normalizzare i rapporti con Cuba (l’unico paese dell’area che non ha un accordo di cooperazione con l’Ue) nell’arco del semestre, non è stato infine raggiunto. Ue e Mercosur hanno comunque ribadito la volontà di proseguire i negoziati in vista di un accordo di libero scambio, che per il momento deve tuttavia misurarsi con una folta pattuglia di paesi contrari, capeggiati dalla Francia.

Strategia 2020

L’approvazione rapida degli obiettivi della Strategia 2020 (le riforme economiche europee per i prossimi dieci anni) era un’altra delle priorità della presidenza spagnola. Il consenso sul documento si era rivelato problematico già in gennaio, quando la proposta spagnola di punire con sanzioni gli stati che non avessero mantenuto gli impegni previsti nella Strategia aveva mandato su tutte le furie la Germania, benché uno dei motivi del naufragio della vecchia Strategia di Lisbona fosse proprio la mancanza di idonei strumenti sanzionatori.

La riunione del 27 marzo (ultima disponibile prima delle elezioni inglesi che hanno visto l’uscita di scena del principale alleato di Zapatero, Gordon Brown) si è chiusa con un accordo su tre dei cinque obiettivi proposti dalla Commissione: aumento del tasso di occupazione, degli investimenti nella ricerca (al 3% del Pil), dell’impegno contro il cambiamento climatico (la famosa quota 20-20-20). Ma nessuna sanzione è stata prevista per chi non rispetta i parametri. Tra gli obiettivi su cui non c’è consenso, la presidenza spagnola sta cercando di superare gli attriti con i paesi dell’Est sulla lotta alla povertà: saranno fornite tre diverse definizioni del fenomeno, e ogni stato potrà scegliere all’interno di quale operare. La lotta all’abbandono scolastico ha invece provocato la richiesta di rinvio tedesca; si tenterà nuovamente l’accordo nel Consiglio del 17 giugno, mentre per ora l’impegno di Zapatero per includere l’uguaglianza di genere tra gli obiettivi non ha sortito effetti.

Un trattato paracadute

Il tentativo di utilizzare la tribuna della presidenza di turno dell’Ue per scopi principalmente domestici, influenzando l’evoluzione istituzionale con temi caratterizzanti (uguaglianza di genere, diritti sociali) o promuovendo gli interessi commerciali e diplomatici del paese, si è rivelato un boomerang per Zapatero, anche a causa della debolezza politico-economica in cui versa attualmente la Spagna.

Il Trattato di Lisbona, varato a costo di tanti compromessi, ha marcato un primo punto a suo favore: senza la nuova architettura costituzionale, soprattutto senza un Presidente del Consiglio permanente che agisca secondo una strategia politica sovranazionale e non vincolata a sei mesi, l’edificio europeo sarebbe stato ancor più in balia delle debolezze e delle gelosie dei singoli stati. Si tratta di una fondamentale assicurazione sulla vita dell’ Ue: il Belgio, che dovrà esprimere la prossima presidenza di turno, è in crisi politica da diversi anni e in piena transizione in seguito alle elezioni parlamentari del 13 giugno. L’Europa non avrebbe potuto permettersi dodici lunghi mesi di debolissima guida politica in uno dei momenti più rilevanti della sua storia recente.

Riccardo Pennisi – Affarinternazionali.it