Gay Parade in Israele, in corteo anche i palestinesi

La Gay Parade di Tel Aviv quest’anno si è arricchita dei temi più importanti dell’attualità politica. Ieri sono stati tre i cortei che hanno attraversato la città costiera israeliana, uno dei quali ha denunciato con forza la «politica di apartheid» che viene attuata nei Territori occupati palestinesi e le recenti operazione in mare che hanno visto i soldati israeliani assaltare le navi pacifiste della Freedom Flotilla e uccidere nove cittadini turchi.

Lungo Rotschild Boulevard, LGBTQ (Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender, Queer), ossia la comunità gay degli attivisti della sinistra radicale israeliana, ha raccolto un centinaio di attivisti provenienti da Gerusalemme e da Tel Aviv che ha dato vita a un corteo colorato, l’«Alternative Radical Parade», per ribadire il «NO» alla politica di apartheid, all’occupazione dei Territori, ai crimini di guerra, all’appropriazione da parte di Israele della terra del popolo palestinese. «Noi non festeggiamo mentre altri soffrono», è stato slogan che si poteva leggere sullo striscione posto alla testa del corteo. Nel suo appello di lancio della manifestazione, LGBTQ ha accusato il governo Netanyahu di utilizzare la Gay Parade come un’occasione per mostrare al mondo che Israele è un paese liberale, illuminato e progressista, una vera e propria «operazione di facciata e di marketing» dopo i tragici fatti della Freedom Flotilla. Mentre il corteo sfilava per le strade di Tel Aviv, non sono mancate le contestazioni di gruppi sparsi di ultrasionisti che muniti di bandiere con la stella di David, hanno urlato slogan nazionalistici e a sostegno dell’ Israeli Defence Force (le Forze Armate).

Più «tradizionale» il corteo al quale hanno partecipato un migliaio di persone che si riunite al Meir Garden assieme ad esponenti politici e parlamentari. Tra questi il capo dell’opposizione Tzipi Livni (Kadima), da un lato pronta a lottare per i diritti degli omosessuali israeliani e dall’altro nazionalista accanita quando si tratta di negare i diritti dei palestinesi sotto occupazione. «L’identità sessuale non è un’identità politica. Ci sono gay anche nella comunità ortodossa, araba, di immigrati…la tutela della comunità gay è una responsabilità di una società libera e della sua leadership che deve assumerla con fermezza e senza arrendersi». E’ intervenuta sul palco anche la madre di uno dei tre ragazzi che l’anno scorso hanno perso la vita nell’attentato compiuto da un omofobo in un call centre per la tutela dei diritti dei gay nei pressi del Rotschild Boulevard, nel pieno centro di Tel Aviv.

Una terzo corteo, «Marching for Social Change», è partito da Levinsky Garden nei pressi della stazione centrale dagli autobus, luogo simbolo degli immigrati e dei migranti che vivono a Tel Aviv. In questo caso i partecipanti hanno voluto ribadire quanto sia importante per la comunità gay lottare per un radicale cambiamento sociale senza dimenticare i diritti dei migranti, vittime di politiche repressive da parte del governo. (foto di Emilia Sorrentino).

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