Ddl intercettazioni: silenzio di Stato, impunità per legge

Come uno zar, come Putin, come un tiranno. Silenziando il Parlamento e trascurando il grido d’allarme democratico che si alza da tutto il Paese, sceso in campo per difendere il diritto a conoscere e a vivere nella legalità. Il ddl intercettazioni, tra occupazioni e aventini dei senatori dell’opposizione, è stato approvato a Palazzo Madama con l’ennesimo voto di fiducia, blindato così dai possibili ipocriti franchi tiratori. Già quei finiani che avevano annunciato battaglia e invocato autonomia, che si sono riempiti la bocca fino all’ultimo di parole come “indipendenza”, “lotta al crimine”, “libertà di informazione”. Gli stessi che ieri hanno risposto prontamente “obbedisco” all’imperativo categorico di Arcore, tradendo tutte le promesse fatte con quella naturalezza servile che Berlusconi ha ormai imposto al SUO partito. Il PdL si conferma infatti la piccola prateria personale dove re Silvio può esercitare indisturbato il potere senza trovare un vero argine di contrasto, nemmeno in quel Gianfranco Fini che, solo pochi mesi fa, gli puntava l’indice accusatorio in un esecutivo più simile ad una seduta di psicanalisi collettiva che ad un dibattito di partito. Lo stesso che attraverso i suoi luogotenenti gioca ora la parte di salvatore della patria: “meglio di così non si poteva fare, ci batteremo alla Camera”, dicono Bocchino&co. Ma la promessa, vista la cronaca recente, non è che vana: figli e nipoti di Almirante sanno già che la prossima tappa consiste nel loro prossimo tradimento a Montecitorio, dove il ddl approderà presto rischiando di non subire modifiche e di restare ciò che è sempre stato, cioè un pugno allo stomaco per la democrazia e la legalità. Tradiscono, questi falsi crociati del bene, il Paese intero. Perché da ieri protestano e protesteranno tutti: i giornalisti che annunciano uno sciopero dell’informazione il 9 luglio, i direttori dei media, i magistrati, le forze dell’ordine, il sindacato, la società civile. Manifestazioni e veglie, sit in e iniziative in tutta Italia da parte di tutti i protagonisti della società civile, mondo della cultura e dello spettacolo compreso. Ma niente da fare: lo zar, il Putin italiano, il tiranno non ha ceduto e non vuole cedere.

Primum tutelare se stesso dall’occhio pubblico e dalle inchieste, primum far morire la cronaca giudiziaria e legare le mani alla magistratura, primum punire i media e favorire le mafie, soprattutto dei colletti bianchi e della politica. Deinde? Deinde tutto il resto, cioè la democrazia, ovvero la libertà di informazione e la lotta al crimine, l’articolo 21 e la guerra alle mafie, il rispetto verso una tradizione di giornalisti trucidati e di giudici assassinati. La nostra prima speranza risiede nella società civile e nella mobilitazione pacifica, nel suo impegno magari verso un referendum che ristabilisca il diritto. La nostra speranza è anche nel Capo dello Stato: Signor Presidente, non è vero che La invochiamo a vanvera o La tiriamo per la giacchetta, semplicemente Le chiediamo, come il suo ruolo richiede, di difendere la nostra Costituzione dallo svuotamento per legge ordinaria che questo Governo sta portando avanti da tanto, troppo tempo. A chi dobbiamo appellarci, Signor Presidente? Forse alla speranza che i rapporti fra il premier e il co-fondatore degenerino fino al punto che il secondo sia spinto -più per ripicca e per la corsa alla leadership interna che per convincimento democratico- ad affossare alla Camera questo scellerato ddl? Abbiamo e ci meritiamo speranza più “alte”, perché più “alta” è la posta in gioco. Vogliamo continuare in futuro a conoscere le intenzioni infami di chi lucra sul terremoto, vedere la foto del giovane Cucchi che solleva l’indignazione umana generale e ci porta a chiedere giustizia insieme ai suoi familiari, vogliamo che i magistrati continuino ad intercettare i boss mentre dentro casa si spartiscono gli appalti sanitari, vogliamo che le donne abusate da mariti e compagni possano registrarli e avvalersi, contro di loro, di quelle registrazioni, vogliamo che i pm e le forze dell’ordine non siano vittime di rallentamenti burocratici come il cappio delle 75 ore impone, vogliamo che non sia abrogato l’art.13 della legge che porta il nome di Giovanni Falcone. E’ chiedere troppo? No, è chiedere il rispetto dei nostri diritti.

Luigi de Magistris