Obama contro il potere economico di Wall Street

    Obama è il presidente di un paese che sta presentando il conto. Ma chi dovrebbe pagarlo si eclissa, diventa invisibile, cerca di perdere la consistenza corporea per trasformasi in ombra; costantemente presente, vigile su quanto sta accadendo, dinamico e intraprendente nella sua attività di lobbying. E’ il potere esercitato dai grandi potentati economici; attori o registi della saga di Wall Street.

    E’ sempre stato così.

    I poteri forti non si incontrano nelle piazze o nelle strade delle piccole o grandi città, non vivono tra la gente comune, non si recano in fabbrica o in ufficio. La loro presenza si percepisce nelle ovattate suites di alberghi prestigiosi, nelle sale riservate di ristoranti con tante stelle, negli esclusivi studi legali, ai piani alti delle grandi banche, nelle redazioni di giornali e telegiornali.

    Obama conosce tutto questo. Conosce il potere frusciante delle élite disposte a pagare, negoziare, ricattare e minacciare se occorre per conservare il proprio potere.

    Conosce il potere delle ombre.

    Sono le stesse che ha affrontato durante i mesi convulsi trascorsi alla redazione e approvazione della riforma sanitaria: un sistema sanitario/finanziario che controlla ospedali, cliniche, laboratori di ricerca, e le sempiterne assicurazioni. La riforma è stata realizzata. I media plaudono il successo di Obama e la tutela che viene estesa a più di 32 milioni di americani indigenti.

    E’ una riforma che non cambia però la struttura sanitaria dell’America: lo Stato ha ampliato la copertura assicurativa a coloro che prima non potevano permettersela. Ma gli attori sono sempre gli stessi: ospedali e strutture sanitarie private le cui prestazioni vengono pagate dalle assicurazioni.

    Un bene pubblico, la salute, viene gestito da un sistema privato volto al profitto.

    Nella nostra vecchia Italia e così in gran parte dell’ Europa, un cittadino quando ha bisogno di assistenza si rivolge all’ospedale, che eroga il servizio richiesto. Il cerchio si chiude: un bene pubblico viene gestito da un sistema pubblico.

    Le ombre si accavallano e si percepiscono ancora di più nella cosiddetta riforma bancaria di Obama, la cui discussione si è conclusa al Senato e dovrà essere ratificata nelle prossime settimane dall’ Amministrazione.

    Fino all’ ultimo la lobby finanziaria farà di tutto per diluire, edulcorare, smussare spigoli e increspature che possano ostacolare la libera navigazione nel mare della speculazione mondiale di banche, hedge funds, società di investimento.

    Il grande rischio è che pure qui si cambi tutto per non mutare nulla.

    Anche se la riforma venisse approvata secondo il testo licenziato dal Senato, i punti cardine su cui è imperniato il sistema finanziario degli Stati Uniti non verrebbe ridimensionato in modo traumatico. Il potere di stampare moneta (signoraggio) rimane alla FED che è l’espressione delle banche private. L’eccessiva dimensione delle banche potrebbe venire ridimensionata qualora questa costituisse un effettivo pericolo per la stabilità del sistema finanziario. Anche l’attività di trading dovrebbe subire delle limitazioni (perché non abolirla completamente?). Ma tutto questo, ammesso che il documento venga approvato dall’Amministrazione Americana, sarà sufficiente per essere definito come la grande riforma finanziaria destinata ad assicurare stabilità ai mercati, a tutelare le parti più deboli, a limitare lo strapotere di banche e banchieri?

    I dubbi sono legittimi…

    Infine il “petrolio”.

    L’ incidente del Golfo del Messico ha acceso i riflettori su questa ristretta elite economica che controlla gli assets di maggiore valore del pianeta: estrazione, raffinazione, distribuzione di idrocarburi. A rigore di termine, in questo settore il principio di concorrenza non esiste, forse non è mai esistito. Qui la potenza finanziaria, l’attività di lobbyng, le relazioni esclusive con le classi dirigenti di tutti i paesi, la corruzione usata con modalità e tecniche diverse a seconda del luogo e del momento, hanno reso l’industria petrolifera intoccabile e, di fatto, al di sopra delle parti. Oggi British Petrolium, uno dei giganti del settore, che fino a pochi giorni fa godeva di una capitalizzazione astronomica di borsa, si trova “incastrato” in un incidente di dimensioni apocalittiche. British Petrolium pagherà risarcimenti colossali, questo è sicuro. Una legge più severa nel settore delle prospezioni ed estrazioni di idrocarburi verrà elaborata e quasi certamente approvata dall’Amministrazione Americana. Ma sarà questa l’adeguata risposta ad un settore che di fatto controlla l’ economia mondiale? Un settore che da decenni impedisce di approdare ad un sistema produttivo in grado di funzionare con energie pulite ed il cui controllo sia meno concentrato di quanto avviene oggi?

    È venuto il tempo dei grandi cambiamenti! Nel cittadino medio si sta facendo strada l’ idea che il cambiamento non può essere procrastinato. Il “pensiero unico” è entrato in crisi. Tuttavia le “ombre” incombono in tutti i luoghi deputati istituzionalmente ( in America come in altri paesi) ad elaborare nuove regole.

    Se Obama, figlio di questa élite economico finanziaria, davvero volesse, davvero potrebbe?

    Lovanio Belardinelli